L'Età napoleonica

LA GIOVENTÙ DI NAPOLEONE
Napoleone Bonaparte (in origine il cognome era "Buonaparte", ma fu cambiato per renderlo più simile alla lingua francese) nacque il 15 agosto del 1769, ad Ajaccio in Corsica. Tra i suoi avi, di origine toscana, c’erano tracce di nobiltà che gli permisero dei vantaggi nel campo dell’istruzione. Dall’età di 10 anni frequentò una scuola militare francese (prima ad Autun poi a Brienne e infine a Parigi) finanziata dalle casse reali.


Dopo la presa della Bastiglia, l’invasione popolare nel palazzo delle Tuileries e l’abbattimento della monarchia nel 1792, Napoleone ottenne il grado di capitano. In seguito, con l’aiuto della flotta inglese, era scoppiata un’insurrezione controrivoluzionaria a Tolone, dove nel 1793 furono scacciati o massacrati i rappresentanti del governo rivoluzionario. L’esercito rivoluzionario aveva assediato infruttuosamente la città fino a quando il giovane capitano Bonaparte, nominato aiutante del comandante, pose in atto il suo piano d’azione. Dopo uno spietato bombardamento, conquistò con un audace assalto il fortino che dominava la rada e da lì venne aperto il fuoco contro la flotta inglese, che lasciò il porto. Tolone si arrese quindi alle truppe rivoluzionarie e, grazie a questa vittoria, Napoleone divenne generale di brigata e il suo nome iniziò a divenire noto. In questo periodo egli entrò in amicizia con Augustin Robespierre, fratello di Maximilien. Era l’epoca della dittatura rivoluzionaria di Robespierre, quando nella Convenzione dominavano i montagnardi. I commissari della Convenzione, e in particolare proprio
Augustin Robespierre, sotto l’influenza di Napoleone, preparavano l’invasione del Piemonte per minacciare i possessi italiani dell’Austria. Ma i piani di Bonaparte non poterono realizzarsi subito a causa dell’improvviso tramonto del potere giacobino. Napoleone sfuggì alla ghigliottina ma ormai si diffidava di lui. Tuttavia nel 1795, dopo che egli aveva iniziato a frequentare i circoli favorevoli al nuovo potere, fu ammesso nella sezione topografica del Comitato di salute pubblica, in qualità di generale d’artiglieria.
Nel 1795 la Convenzione termidoriana aveva già elaborato la nuova Costituzione, secondo la quale a capo del potere esecutivo vi dovevano essere 5 direttori, mentre il potere legislativo era affidato a due assemblee: il Consiglio dei cinquecento e il Consiglio degli anziani. La Convenzione si preparava a mettere in vigore questa costituzione e a sciogliersi; però, visto che le tendenze reazionarie si rafforzavano, nel timore che i realisti si infiltrassero in gran numero nei due consigli, il gruppo dirigente dei termidoriani emanò uno speciale decreto al fine di conservare il potere: i 2/3 dei componenti di ogni consiglio dovevano essere eletti fra i membri della Convenzione.
Nell’ottobre del 1795 i monarchici, sfruttando il diffuso malcontento della popolazione causato dalle difficoltà economiche, progettarono un’insurrezione. Fu allora che Barras, leader del Direttorio, assegnò a Bonaparte l’incarico di difendere la Convenzione. Il 13 vendemmiaio (5 ottobre) più di 20 mila insorti marciarono sulla Convenzione (palazzo delle Tuilleries), mentre Bonaparte non aveva neanche 6 mila uomini; ma la folla riottosa fu accolta dalla mitraglia dell’artiglieria che la disperse. L’insurrezione fu così schiacciata. I cannoni di Bonaparte avevano, almeno per ora, impedito il ritorno al potere dei Borboni.
Gli uomini del Direttorio furono benevoli verso il giovane generale. Dopo questa vittoria e grazie alle insistenze di Barras, Napoleone chiese e ottenne la nomina di comandante dell’armata d’Italia. In seguito il giovane generale sposò la nobile creola Giuseppina Beauharnais, ex amante di Barras.

1. L'ascesa di Napoleone


LA CAMPAGNA D’ITALIA
Dopo aver domato la sommossa controrivoluzionaria, Napoleone  insisteva sulla necessità di prevenire le azioni della prima coalizione antifrancese (di cui facevano parte Austria, Inghilterra, Russia, Regno di Sardegna, Regno di Napoli e alcuni stati tedeschi) con una guerra offensiva contro gli Austriaci e i loro alleati Italiani, invadendo l’Italia settentrionale. Il Direttorio invece voleva aggredire i possedimenti austriaci passando dalla Germania e preparava per questa campagna le sue migliori truppe e i suoi più eminenti strateghi con a capo il generale Jean Victor Moreau. Tuttavia il Direttorio cambiò idea e permise a Napoleone di attuare il suo piano, al fine di obbligare Vienna a frazionare le proprie forze e a distrarre la sua attenzione dal teatro di guerra principale, cioè la Germania.
Nel 1796, passando in rassegna le sue truppe, Napoleone constatò le carenze materiali, la disorganizzazione e l’indisciplina dell'esercito; si decise quindi a vestire, calzare e disciplinare le proprie truppe nel corso stesso della campagna. Spiegò ai soldati che la guerra doveva alimentare se stessa, rimotivò i suoi soldati semi affamati e semi scalzi additando loro le ricchezze che avrebbero saccheggiato in Italia.
Tra il 5 e il 9 aprile l’esercito francese passò la catena alpina. Aveva di fronte gli eserciti austriaco e piemontese disposti a copertura delle strade per il Piemonte e per Genova. Le prime battaglie si svolsero in Liguria: presso Cairo Montenotte gli Austriaci furono sgominati, e due giorni dopo presso Millesimo lo furono le truppe austriache e piemontesi unite. Bonaparte proseguì l’azione impedendo al nemico di riprendersi e costrinse il Regno di Sardegna a stipulare una pace separata con Vittorio Amedeo III (armistizio di Cherasco, 28 aprile 1796). La Francia otteneva la Savoia e Nizza, nonché il libero transito delle truppe in Piemonte. Con alcune nuove vittorie Napoleone respinse gli Austriaci verso il Po. Strada facendo sottomise Parma e le impose dei tributi malgrado la sua neutralità. Quindi si avvicinò a Lodi e avrebbe voluto attraversare l’Adda, ma un reparto di 10 mila austriaci difendeva questo varco importante. Il 10 maggio si scatenò la famosa battaglia di Lodi. Venti cannoni austriaci spazzavano a mitraglia tutto ciò che era sul ponte, ma i granatieri guidati da Bonaparte respinsero gli Austriaci e se ne impossessarono ugualmente. Bonaparte iniziò subito l’inseguimento e il 15 maggio entrò a Milano. I francesi occuparono anche Bologna, Modena e la Toscana, benché fossero territori neutrali. Bonaparte  entrava nelle città e nei villaggi, si impadroniva di oggetti di valore e opere d’arte e requisiva tutto ciò che era necessario al suo esercito. Subito dopo iniziò l’assedio di Mantova. L'esercito austriaco, ottenuti alcuni rinforzi, uscì dalla città e  respinse vari reparti francesi; Bonaparte allora concentrò tutte le proprie forze e l’urto decisivo avvenne tra il 15 e il 17 novembre presso Arcole. Il ponte d’Arcole fu conquistato per ben tre volte dai Francesi e tre volte perso, ma alla fine Napoleone sconfisse gli Austriaci. Due mesi dopo, nel gennaio 1797, gli austriaci erano pronti alla rivincita, si ebbe così una nuova battaglia presso Rivoli Veronese, dove i francesi sbaragliarono l’intero esercito nemico; due settimane dopo Mantova capitolò. Bonaparte si diresse così a nord, verso Vienna, minacciando direttamente i possedimenti degli Asburgo. L’imperatore d’Austria Francesco II chiese allora di cominciare le trattative di pace.
Prima che Mantova capitolasse Bonaparte aveva organizzato una spedizione contro il Papa Pio VI che continuava ad aiutare gli austriaci. Le truppe papali furono sconfitte, le città si arresero e Napoleone s’impadronì di tutti i valori che vi trovava. Il papa terrorizzato chiese la pace, sottoscritta a Tolentino nelle Marche il 19 febbraio 1797. Egli dovette cedere le legazioni di Bologna, Ferrara e la Romagna, versare un tributo in oro e consegnare quadri e altre opere d’arte.
Nello stesso tempo (1796-97) gli Austriaci avevano battuto sul Reno i migliori generali francesi che continuavano a chiedere denaro mentre Bonaparte, con l’orda di indisciplinati straccioni che aveva trasformato in un temibile e fedele esercito, conquistava l’Italia e inviava opere d’arte e milioni in oro a Parigi (tenendone una parte cospicua per sé). Così si arrivò all’armistizio di Leoben (maggio 1797), perfezionato con la pace di Campoformio il 17 ottobre 1797. La Francia ottenne la Lombardia, alcuni territori veneti e le isole Ionie tolte a Venezia. L’Austria riconobbe il possesso francese del Belgio e della riva sinistra del Reno, ottenendo in cambio Venezia e i suoi territori di Istria e Dalmazia. Nel frattempo Napoleone aveva creato un nuovo stato vassallo, la "Repubblica Cisalpina", nella quale comprese una parte delle terre conquistate (grosso modo la Lombardia e l’Emilia). Nel giugno dello stesso anno dalle ceneri della repubblica di Genova era nata la Repubblica Ligure. Bonaparte organizzò le repubbliche italiane in modo tale che sotto l’apparenza dell’assemblea consultiva, rappresentativa degli strati agiati della popolazione, tutto il potere fosse nelle mani del commissario mandato da Parigi. Ogni traccia di diritti feudali fu distrutta e alle chiese e ai monasteri fu tolto il diritto di prelevare tributi.
Nel gennaio del 1798 le truppe francesi occuparono  Roma e fecero prigioniero Pio VI (1717-1799) che fu condotto prigioniero in Francia, dove sarebbe morto l'anno seguente. Nacque così la Repubblica romana che comprendeva i restanti territori dello Stato pontificio. Nel gennaio del 1799 un esercito francese, guidato dal generale Championnet, conquistò anche Napoli e diede vita alla Repubblica partenopea. Il nuovo stato non durò a lungo. Pochi mesi dopo (giugno 1799), dopo che un esercito austro-russo aveva cacciato i francesi dall'Italia settentrionale, i contadini campani, guidati del cardinale Fabrizio Ruffo, abbatterono il governo repubblicano accusato di ateismo. Il movimento venne definito sanfedismo. I più noti patrioti, tra cui Mario Pagano (1748-1799), Vincenzo Russo (1770-1799) ed Eleonora Fonseca Pimentel (1752-1799), furono condannati a morte.
La rivoluzione napoletana fu raccontata in un importante opera - Saggio storico sulla rivoluzione napoletana del 1799 - pubblicata nel 1801 a Milano dallo scrittore e storico Vincenzo Cuoco. Egli giudicò quella del 1799 una «rivoluzione passiva»: il popolo, scrisse, non l'avrebbe fatta, ma era pronto a riceverla dalle mani dei francesi. Cuoco analizzò il fallimento indicandone le cause nell'astrattezza dei giacobini napoletani, incapaci di capire i bisogni delle classi popolari e la specificità della cultura napoletana.


LA CONQUISTA DELL’EGITTO E LA CAMPAGNA DI SIRIA (1798-1799)
Dopo Campoformio con l’Austria le cose erano sistemate, solo l’Inghilterra continuava ancora a battersi contro la Repubblica francese. Poiché l’invasione dell’Inghilterra sembrava impossibile Napoleone propose di conquistare l’Egitto e di creare in oriente delle basi per minacciare il dominio inglese in India. Già da un pezzo la diplomazia francese mirava a questi ricchi paesi dell’impero turco così debolmente protetti. Bonaparte aveva l’appoggio del ministro degli affari esteri Talleyrand, il quale vedeva i vantaggi economici di questa campagna e voleva ingraziarsi Napoleone nel quale aveva intravisto il futuro padrone del popolo francese. Bonaparte e Talleyrand non dovettero faticare molto a convincere il Direttorio, poiché anch’esso riteneva vantaggiosa questa conquista e vedeva di buon occhio un allontanamento di un personaggio oramai troppo popolare ed ingombrante come Napoleone.
Il 5 marzo 1798 Napoleone cominciò i preparativi. Tutta l’Europa sapeva che si preparava qualche spedizione, ma non dove si sarebbe diretta. Napoleone diffuse la falsa notizia che voleva oltrepassare Gibilterra e sbarcare in Irlanda. Questa voce ingannò Nelson, il grande ammiraglio inglese, che aspettò Bonaparte presso Gibilterra mentre la flotta francese puntava verso Malta, che si arrese e venne dichiarata possedimento francese. Alcuni giorni dopo salpò per l’Egitto e il 30 giugno sbarcò nelle vicinanze di Alessandria. Intanto Nelson, saputo della presa di Malta, si recò a vele spiegate  in Egitto e vi giunse 48 ore prima dei francesi. Non trovandovi Bonaparte credette che si fosse diretto a Costantinopoli e vi si recò. Questa catena di errori di Nelson salvò la spedizione francese. Intanto Bonaparte fece avanzare l’esercito su Alessandria. Anche se l’Egitto era formalmente un possedimento del sultano turco, di fatto vi dominava lo strato dirigente della ben armata cavalleria feudale dei mamelucchi; questa aristocrazia militare-feudale pagava un tributo al sultano di Costantinopoli, ma dipendeva pochissimo da lui. Il resto della popolazione era composto dai commercianti arabi e dai cristiani copti, braccianti in stato di indigenza. Napoleone sosteneva di esser venuto in Egitto per liberare gli arabi dall’oppressione dei mamelucchi ma, presa Alessandria dopo alcune ore di fucileria, cominciò subito a crearvi i presupposti di una durevole dominazione francese e alla popolazione "liberata"  impose la completa sottomissione. Alcuni giorni dopo s’incamminò verso sud inoltrandosi nel deserto. I mamelucchi si ritiravano sfuggendo all’inseguimento. Finalmente il 20 luglio 1798 essi accettarono lo scontro e Bonaparte li sconfisse nella battaglia delle piramidi. Subito dopo questa vittoria Bonaparte entrò al Cairo, dove la popolazione impaurita lo accolse in silenzio.
Insediatosi al Cairo Bonaparte organizzò l’amministrazione. Egli cercò di suscitare il consenso dei musulmani presentandosi come l’autore dell’umiliazione del papa e dei cavalieri di Malta. Ordinò che la religione musulmana fosse integralmente rispettata e dispose l’inviolabilità delle moschee e del clero. Vennero abolite le imposte fondiarie dovute ai mamelucchi sostituendole con delle tasse utili a mantenere l’esercito francese. Bonaparte tendeva così a sopprimere i rapporti feudali appoggiandosi alla borghesia commerciale araba e ai proprietari terrieri.
Il 1° agosto 1798, la flotta francese si trovava all’ancora nella baia di Abukir, a circa 25 chilometri da Alessandria. L’ammiraglio Brueys, che comandava la flotta da guerra francese, era convinto che la rada fosse sicura. Aveva disposto i suoi tredici vascelli in linea con il tribordo, la fiancata destra, verso il largo. I cannoni erano carichi solo su quel lato, perché i francesi avevano escluso un attacco inglese sul lato sinistro, tra la linea delle navi e la costa. Quando Nelson arrivò alla baia di Abukir capì subito la situazione e, nonostante la giornata stesse giungendo al termine, decise di aggirare la lunga fila di navi francesi passando davanti alla prua della prima per attaccarle da entrambi i lati. I francesi cercarono di difendersi con coraggio, ma con le navi inglesi sui due lati l’esito della battaglia era segnato. Il fuoco di cinque navi inglesi si concentrò sull’Orient, la nave più grande fra quelle francesi, dotata di tre ponti e di ben 118 cannoni, sulla quale si trovava l’ammiraglio Brueys, oltre al tesoro trafugato a Malta.
L’ammiraglio fu colpito da una cannonata che gli amputò tutte e due le gambe. Si fece stringere dai chirurghi dei lacci emostatici nei moncherini e continuò a comandare sino alla morte. L’Orient prese fuoco e poco dopo saltò in aria con un violento boato. Gli inglesi subirono solo qualche ammaccatura e riuscirono a distruggere 6 vascelli e a catturarne altri 6, oltre ad alcune navi più piccole.
L’esercito di Napoleone era bloccato in Egitto. Egli dovette per di più affrontare una rivolta degli arabi (250 francesi uccisi) con una spietata rappresaglia che causò 2 mila morti tra gli egiziani, e una paurosa epidemia di peste bubbonica che uccise 3 mila francesi.
Napoleone decise, allora, di iniziare l’invasione della Siria, lasciando in Egitto gli scienziati che aveva condotto dalla Francia. Il 4 marzo 1798 attraversò l’istmo di Suez, si avviò verso Giaffa e l’assediò, quando la città si arrese, contravvenendo ai patti, ordinò di annegare o massacrare con la baionetta i 4500 soldati che si erano arresi, per non doverseli portare dietro. Si avviò quindi verso la fortezza di Acri che era rifornita dal mare dagli inglesi. Napoleone la assediò per due mesi senza successo e così, il 19 maggio, si preparò a tornare in Egitto.  Il 14 giugno 1799 l’esercito francese rientrò al Cairo. Dopo aver sconfitto un esercito turco che era sbarcato vicino ad Abukir, Napoleone venne a sapere che, mentre egli conquistava l’Egitto, Austria, Inghilterra, Russia e Regno di Napoli avevano ricominciato la guerra contro la Francia. Il  generale russo Suvorov era giunto in Italia e, con l’aiuto degli austriaci, aveva sconfitto i francesi, abolito la Repubblica Cisalpina e minacciava di invadere la Francia. Dopo la caduta della Repubblica cisalpina cadde anche quella romana. La Francia era in preda al banditismo e alla disorganizzazione e il Direttorio, odiato dai più, era debole e smarrito. Napoleone trasmise allora il comando supremo dell’esercito al generale Kleber e il 23 agosto 1799 partì per la Francia, lasciando a Kleber un esercito ben provvisto, un apparato amministrativo e fiscale funzionante, che egli stesso aveva creato e una popolazione ridotta alla miseria, muta, timorosa e sottomessa nel vastissimo paese conquistato.
Se da un punto di vista militare la spedizione era stata una sostanziale sconfitta, da un punto di vista culturale diede luogo alla «scoperta dell’Oriente». Furono realizzati degli ampi e dettagliati resoconti ricchi di illustrazioni, come quello di Dominique Vivant Denon, che esplorò il Basso e l'Alto Egitto e disegnò le rovine di Tebe, Luxor e di altre antiche città. La scoperta della stele di Rosetta (Rachid), scritta in tre lingue, avrebbe permesso al giovane studioso Jean-François Champollion di iniziare la decifrazione dell’antico geroglifico nel 1822.


Il 18 brumaio 1799: Napoleone primo console

Tra il 1797 e il 1799 il Direttorio aveva gradualmente perduto ogni appoggio tra le masse. L’inflazione esorbitava e la povertà dilagava e le conquiste borghesi erano minacciate dalla destra monarchica e dalla sinistra giacobina. Non solo la borghesia mercantile, ma anche la piccola e media borghesia e i contadini arricchiti sognavano un dittatore che desse alla Francia la pace esterna e un forte "ordine" interno. Il Direttorio aveva dimostrato di saper difendere la Francia dai Borboni ma era stato incapace di creare un solido ordinamento borghese. Inoltre con la perdita delle repubbliche italiane nel 1799 diventava sempre più difficile lottare contro la potente coalizione anti-francese. L’oro mandato da Napoleone a Parigi dall’Italia era stato speso per la guerra e divorato da governanti e funzionari dello stato.
Il 16 ottobre 1799 Bonaparte arrivò a Parigi. Molti francesi lo immaginavano come un "salvatore", l’esercito lo sosteneva senza riserve, mentre l’ostilità e la sfiducia della borghesia verso il Direttorio erano al culmine. In queste condizioni uno dei membri del Direttorio, lo scaltro Sieyès e il presidente del Consiglio dei cinquecento Luciano Bonaparte (fratello di Napoleone) avevano architettato un colpo di stato. Sieyès era il difensore dell’ordine borghese creato dalla rivoluzione, e credeva di poterlo rafforzare  con una riscrittura della Costituzione e un cambio di potere. Per questo aveva bisogno dell’appoggio dell’esercito; si «cercava una spada», come si diceva allora, e poteva essere quella di Napoleone. Bisognava anzitutto disfarsi della presenza ingombrante di Barras, ormai malvisto dai più. Barras e altri due direttori diedero le dimissioni e si fecero da parte senza protestare. Il piano di Sieyès aveva il favore del  ministro degli esteri Talleyrand e del capo della polizia Fouché.
Il 9 novembre 1799 i consigli legislativi, la camera degli anziani e dei cinquecento, con la scusa di fantomatici complotti anti-rivoluzionari, vennero riunite a Saint Cloud (distante 16 km da Parigi). Dopo aver sciolto il Direttorio Napoleone pretendeva che le assemblee si auto-sciogliessero e gli cedessero il potere. Egli cercò di abbozzare un discorso in cui alternava minacce a vaghe spiegazioni sulla necessità del cambio di potere al fine di salvare la libertà e la rivoluzione. Tra i deputati risuonarono le sinistre grida che avevano posto fine al governo di Robespierre: “tiranno”, “fuorilegge”! Sembra che nella concitazione Bonaparte sia stato anche aggredito fisicamente. Appena si sparse la voce che Napoleone era stato ferito i soldati furono chiamati ad intervenire e i deputati si diedero alla fuga. Più tardi vennero riuniti quelli favorevoli al cambio di potere e le camere votarono senza discutere il decreto che consegnava il potere a tre persone chiamate consoli, che erano Bonaparte, Sieyès e Ducos. Bonaparte non era ancora il padrone incontrastato della Francia ma il suo consolato era già una dittatura e i suoi due colleghi non avrebbero contato nulla.


La dittatura
Dopo il 18 brumaio vi furono 15 anni di monarchia assoluta e il generale Bonaparte divenne l’autocrate del popolo francese, nei primi 5 come console e negli altri 10 come imperatore. In questa dittatura militare le istituzioni statali avevano lo scopo di mettere in atto un’unica volontà suprema e dovevano essere le forme esteriori più appropriate per eseguire più rapidamente possibile gli ordini dell’autocrate. Anche nei paesi subordinati alla Francia, dove spesso Bonaparte metteva al potere i suoi fratelli o i suoi marescialli, gli si doveva obbedire ciecamente.
Tuttavia il consolato è considerato come l’epoca in cui fiorirono il commercio, l’industria, le scienze e le arti. Ciò è dovuto al fatto che proprio in quell’epoca Napoleone diede una solida base alla struttura amministrativa, giuridica e sociale, tanto che le fondamenta di questo apparato amministrativo centralizzato sopravvivono ancora oggi. Bonaparte creò le condizioni che assicurarono il dominio economico della borghesia favorendo il tranquillo guadagno nel commercio e nell’industria.
Nel dicembre 1799 fu varata la nuova costituzione e Napoleone la mise subito in vigore prima del plebiscito che la confermò. A capo della Repubblica c’erano tre consoli, dei quali il primo aveva pieni poteri mentre gli altri due esercitavano solo un voto consultivo. Il potere legislativo era frammentato in vari organismi che servivano a garantire l’apparenza della rappresentanza: il Consiglio di Stato (di nomina governativa) che proponeva le leggi, Il Tribunato discuteva le proposte senza votarle, il Corpo legislativo le votava senza discuterle. Al Primo Console spettava la nomina dei ministri, dei funzionari e anche dei giudici.

La seconda campagna d’Italia e i codici (1800-1803)
 A questo punto Napoleone intendeva riconquistare i territori italiani perduti nel 1799. L’esercito austriaco con a capo il generale Melas aspettava Bonaparte nei pressi di Genova, pensando che l’esercito francese passasse di lì, ma Napoleone arrivò di sorpresa dal passo del Gran San Bernardo alle spalle degli Austriaci e, con un esercito di circa 40 mila soldati, puntò direttamente su Milano e se ne impadronì il 2 giugno del 1800. Subito dopo occupò Pavia, Cremona, Piacenza, Brescia e altre città respingendo gli Austriaci. Melas, dopo aver tolto Genova ai Francesi, andò loro incontro e il 14 giugno 1800 avvenne l’urto delle principali forze dei due avversari presso Marengo. Gli Austriaci erano superiori per numero e per i Francesi la battaglia sembrava ormai persa quando, grazie al sopraggiungere di una nuova divisione guidata dal generale Desaix, che morì nella battaglia, i nemici furono completamente sbaragliati. Dopo la vittoria di Hohenlinden in Baviera (3 dicembre 1800) da parte del generale Moreau sulle truppe austriache, l’Italia del nord era di nuovo nelle mani di Bonaparte.
L’8 febbraio 1801 fu siglata la pace di Luneville, con cui Napoleone ottenne il ripristino del trattato di Campoformio, compresa la riedizione delle repubbliche "Cisalpina" e "Ligure". Il regno d'Etruria sostituì il granducato di Toscana, mentre il Piemonte, occupato dalle truppe francesi, fu successivamente annesso alla Francia. I Savoia fuggirono in Sardegna protetti dall’Inghilterra.
Ora la sola Inghilterra, fra le grandi potenze, rimaneva in stato di guerra con la Francia, Napoleone si propose dunque di fare la pace con gli inglesi al più presto possibile. Dal canto suo anche l’Inghilterra - sostenuta dal ceto mercantile legato al commercio europeo - vedendo che né il finanziamento delle coalizioni europee, né l’aiuto dei controrivoluzionari vandeani erano stati efficaci, era stanca di combattere. La pace fu così sottoscritta ad Amiens il 26 marzo 1802. Il governo inglese accettò di restituire l'isola di Malta ai Cavalieri e l'Egitto alla Turchia, ma mantenne l'ex colonia spagnola di Trinidad e l'isola di Ceylon (attuale
Sri Lanka), precedentemente controllata dall'Olanda,  trasformata dai francesi nel 1796 in uno stato fantoccio chiamato Repubblica Batava; la Francia ottenne il riconoscimento della situazione continentale. In tutti i paesi sotto il potere di Bonaparte (cioè il Belgio, l’Olanda, l’Italia, la riva sinistra del Reno e la Germania occidentale) il commercio dei prodotti britannici era proibito. La lunga guerra con l’Europa era così finita con una vittoria francese abbastanza evidente.

Napoleone riformatore

Dopo la pace di Amiens, in virtù di un plebiscito, Napoleone fu proclamato console a vita. Come si può facilmente constatare le rivoluzioni promettono tantissimo ma quasi sempre finiscono fatalmente per sfociare in dittatura. Anche quella di Napoleone era una dittatura che però anelava ad un consenso generale. La strategia con cui Bonaparte governò la Francia durante il consolato fu chiamata dell’amalgama. Egli fuse pezzi dell’antico regime con la rivoluzione e mise in posti di potere uomini formati ai tempi del re (ex ministri, figli di condannati a morte) affiancati ai figli della rivoluzione. Era un atto di riconciliazione che doveva chiudere le feroci divisioni del periodo rivoluzionario.
Pur in virtù di un potere dittatoriale Napoleone realizzò una serie di riforme che conferivano allo stato francese una maggiore modernità. Amnistiò gli emigrati e nel luglio 1801 si riconciliò ufficialmente con la Chiesa cattolica attraverso un concordato: Napoleone permetteva il libero esercizio del culto all’interno del paese e in cambio il papa si impegnava a non chiedere la restituzione delle terre confiscate durante la rivoluzione. Napoleone nominava vescovi e arcivescovi e le encicliche, le bolle e i decreti papali venivano ammessi in Francia solo dopo il permesso del governo. Il clero sarebbe stato utile per insegnare l’obbedienza.

Attraverso una legge promulgata nel febbraio del 1800 le autonomie locali vennero abolite e sostituite con un rigido centralismo. A ogni dipartimento (partizione del territorio francese istituita nel 1790) fu posto a capo un prefetto, nominato dal ministro dell’interno. I prefetti rappresentavano il potere centrale nelle periferie e avevano il compito di far applicare in modo uniforme le leggi in tutta la Francia. Essi, inoltre, si occupavano del rispetto dell’ordine, di far pagare le tasse e di far rispettare gli obblighi di leva. Controllavano anche i sindaci delle città, anch’essi nominati dal governo.
Per favorire l’iniziativa economica privata in Francia, le imposte indirette (sui consumi) sostituirono  quelle dirette. Inoltre furono subito fissati dazi doganali sui prodotti di importazione per favorire l’industria interna. Nei paesi sottomessi invece, a causa delle esose esigenze belliche, il carico fiscale diretto aumentò nettamente rispetto al periodo precedente, causando un crescente sentimento di ostilità verso i francesi.
Il 12 agosto 1800 Napoleone costituì una commissione per l’elaborazione di un Codice civile. Questo Codice - in seguito chiamato "Codice napoleonico"- era l’espressione della vittoria della borghesia sul regime feudale e rendeva intangibile la proprietà borghese (intesa cioè come un diritto individuale e non come un privilegio di nascita) di fronte a qualsiasi attacco, degli aristocratici o dei proletari. Esso garantiva l’uguaglianza giuridica dei cittadini, la laicità dello stato e la libertà d’impresa. Il Codice disciplinava le forme di acquisizione, di utilizzo e di trasmissione delle proprietà. La famiglia (marito, moglie e figli), considerata la cellula della società, era caratterizzata da una serie di diritti e doveri. In sintonia con i principi rivoluzionari furono introdotti il matrimonio civile e il divorzio. Il marito era considerato il capofamiglia, la moglie e i figli gli dovevano obbedienza per legge. Egli aveva la facoltà di chiedere l’arresto del figlio ribelle (minore di 16 anni) o di mandare in casa di correzione la moglie adultera. Lo sconto di pena sul delitto d’onore valeva solo per il marito. Abolito il diritto di primogenitura, fratelli e sorelle ereditavano in modo uguale e anche ai figli illegittimi riconosciuti era riconosciuto un parziale diritto di eredità.
Il sistema politico creato da Napoleone non sopravvisse al suo creatore, ma la sua civiltà giuridica si sarebbe conservata più a lungo. Il Codice fu infatti adottato, per scelta o per costrizione, da tutti i Paesi che gravitavano attorno al sistema francese, oltre che da alcuni stati americani. É considerato, con l’esclusione delle anacronistiche diseguaglianze che esso affermava, una pietra miliare del sistema giuridico moderno per la notevole chiarezza con cui le norme erano state scritte e perché pose fine alla eterogeneità normativa e alla pluralità degli organismi giudicanti. I vincitori di Napoleone, nel Congresso di Vienna del 1815, decisero infatti che esso sarebbe stato più confacente alla situazione dell’Europa post rivoluzionaria.
Dopo esser stato approvato da Consiglio di stato, Tribunato e Corpo legislativo, nel marzo 1804 il Codice, firmato da Napoleone, divenne legge. In seguito furono comprese in esso anche le leggi con le quali la classe operaia veniva assoggettata ai proprietari. L’opera riformatrice fu poi completata dal Codice di commercio che regolava e garantiva giuridicamente gli affari commerciali e dal Codice penale (1810), che prevedeva, oltre alla pena di morte, anche alcune pene corporali che la rivoluzione aveva abolito. Esso ristabiliva, ad esempio, la gogna per i forzati e addirittura il taglio della mano per i parricidi (immediatamente prima di essere uccisi per decapitazione). Il sistema di polizia fu affidato all’ex prete ed ex giacobino Joseph Fouché, che mise al servizio di Napoleone una fitta rete di agenti dotati di estese libertà e ampi
mezzi al fine di garantire la sicurezza e colpire il dissenso. Gli individui ritenuti socialmente pericolosi potevano essere arrestati per decisione amministrativa (senza processo). Una prima occasione di applicazione di questa pratica avvenne quando Napoleone. la sera del 24 dicembre 1800, scampò per una soffio a un attentato avvenuto in rue Saint Nicaise. Un carretto che sbarrava la strada alla carrozza di Napoleone esplose e uccise 22 persone ferendone un centinaio. Napoleone e il suo seguito non subirono però alcun danno. Subito 133 giacobini, pur estranei ai fatti, furono inviati nelle colonie penali della Guyana o alle isole Seychelles, da cui non avrebbero fatto più ritorno. I veri colpevoli erano dei realisti che vennero comunque giustiziati.
Alcune riforme erano chiaramente un passo indietro rispetto al periodo rivoluzionario. La ribellione di Haiti al sistema francese indusse Napoleone, con una legge del maggio 1802, a reintrodurre la schiavitù nelle colonie, abolita nel 1793. Il principio dell’elettività dei giudici, stabilito dalla rivoluzione francese, fu abolito nel 1800. I giudici venivano nominati dal primo console e le progressioni di carriera erano a discrezione del governo. L’affermazione dell’eguaglianza giuridica andò pari passo con la negazione delle libertà politiche e di opinione. Nel periodo napoleonico c’erano a Parigi solo 4 quotidiani rigidamente sorvegliati (nel 1790 erano 335).
In compenso in Francia fu abolita ogni forma di privilegio, i cittadini si distinguevano essenzialmente per i loro meriti. I funzionari statali erano scelti in base alle capacità, alle competenze e alla fedeltà verso il governo.
Al fine di formare dei funzionari preparati fu avviata una profonda riforma del sistema dell’istruzione che, per la prima volta nella storia, fu finanziato direttamente dallo stato. Fulcro di tale sistema erano i Licei, scuole superiori che prevedevano il pagamento di una retta, caratterizzate dall’obbligo dell’internato (l’alunno doveva risiedere nella scuola) e da una severa disciplina di carattere militare. Le scuole primarie erano invece affidate ai religiosi. La formazione di alto livello era affidata alle università e alle prestigiose «Grands Écoles», come le scuole politecniche che si concentravano soprattutto sull’insegnamento dell’ingegneria.
La rivoluzione francese si era finanziata con l’immissione di un’enorme massa di carta moneta che aveva creato un vero e proprio caos finanziario e un enorme debito pubblico. Per dare forza alle finanze del Paese  fu fondata la Banca di Francia (1800), con capitali provenienti in maggior parte da finanziatori privati. Essa aveva la facoltà esclusiva di emettere banconote convertibili in oro.
Questa grandiosa attività legislativa non era ancora giunta a termine quando, nel marzo 1803, ricominciò la guerra contro l’Inghilterra.


2 - L’impero e il dominio sull'Europa
Il governo inglese di Pitt il giovane fu accusato di aver organizzato  un'attentato alla vita di Napoleone, ma il complotto fu scoperto. L’assenza di una precisa legge di successione stimolava gli attentatori e così Napoleone pensò di trasformare il consolato a vita in una monarchia ereditaria.
Nella notte del 15-16 marzo del 1804, un reparto di dragoni (dei moschettieri a cavallo) uscì dai confini della Francia e penetrò nel territorio del piccolo Baden, uno stato neutrale che apparteneva alla Confederazione germanica. La loro missione era quella di catturare il duca di Enghien, uno dei più importanti personaggi della famiglia dei Borbone. Fouchè e altri collaboratori di Napoleone ritenevano che esistesse un pericolo monarchico, che fossero in corso dei complotti orditi dal duca. Così il giovane aristocratico venne portato in Francia, processato per direttissima e fucilato il 21 marzo del 1804. Un’onda di indignazione attraversò le corti europee e l’immagine di Napoleone subì un grave colpo. Il disprezzo per la vita umana faceva parte del carattere di Napoleone ma le sue crudeltà non erano mai immotivate. L’assassinio legalizzato del duca serviva per infondere paura agli esiliati monarchici e preparava la strada per l’incoronazione imperiale di Napoleone.
Così il 18 aprile 1804 il Senato conferì al primo console il titolo di imperatore ereditario dei francesi. Napoleone desiderava che il papa partecipasse alla sua incoronazione, così il pontefice si recò a Parigi nella cattedrale di Notre-Dame per incoronarlo il 2 dicembre 1804. Quando nel solenne momento Pio VII sollevò la corona per porla sul capo, Napoleone gliela strappò improvvisamente di mano e se la mise da solo sul capo. Il soldato vittorioso sorto dalla rivoluzione francese non intendeva ricevere la corona da altre mani fuorché dalle proprie. Intanto il capo del governo inglese William Pitt, dopo il fallimento dell’attentato, aveva raddoppiato i suoi sforzi per creare una nuova coalizione contro la Francia, la terza.

La guerra contro la terza coalizione (1803-1804)

Il 20 ottobre del 1805, nei pressi di Ulm, lungo l’alta valle del Danubio, Napoleone colse la prima grande vittoria da imperatore. Era riuscito ad espugnare una fortezza e a costringere alla resa 27 mila austriaci
La campagna di Ulm, che precedette la strepitosa vittoria di Austerlitz era iniziata a causa del fallimento della pace di Amiens. In Inghilterra erano sorte numerose obiezioni riguardo alla natura del trattato. Si credeva, infatti, che fosse stato solo il Regno Unito a fare tutte le concessioni. Erano così rimaste aperte molte questioni che andavano dal sistema coloniale francese, divorato dall’Inghilterra, all’occupazione di Malta, che l’Inghilterra non voleva evacuare, alle pretese territoriali francesi sul continente sulle quali c’era disaccordo. Oltre a ciò, Bonaparte aveva sfrontatamente interferito nelle già falsate elezioni nella Repubblica di Batavia, facendosi anche eleggere Presidente della Repubblica Cisalpina.
L’anno successivo alla firma del trattato Napoleone disse che sei navi francesi erano state affondate dagli inglesi, senza peraltro rivelarne il nome. Egli ordinò inoltre l'arresto di tutti i cittadini britannici presenti in Francia. Così la guerra contro l’Inghilterra doveva fatalmente ricominciare.
L’esercito francese si trasferì a Boulogne, in Normandia, dove si concentrò il grosso della flotta francese. Per sbarcare in Inghilterra però i francesi avrebbero avuto bisogno di controllare il canale della Manica per alcuni giorni, necessari a trasportare un grosso esercito sull’isola. La superiorità inglese sul mare rendeva proibitivo il conseguimento di questa condizione.
Per combattere Napoleone, gli inglesi si allearono col giovane zar di Russia Alessandro I,  fieramente determinato a combattere l’«orco» francese. Nella coalizione entrò anche Ferdinando IV di Napoli. Napoleone, saputo che gli eserciti nemici minacciavano la Francia dalla Germania, decise, in gran segreto, di spostare con una rapidissima manovra la “grande armata” da Boulogne addirittura alle spalle degli austriaci. L’esercito russo, comandato da Kutuzov, si era mosso in ritardo, anche a causa delle differenze di calendario. Così i francesi giunsero alle spalle degli austriaci tagliandogli le comunicazioni con Vienna, che venne successivamente occupata.
Il giorno dopo la splendida vittoria di Ulm si preannunciava la più grande battaglia navale dell’era napoleonica. Era circa mezzogiorno del 21 ottobre del 1805, quando si spararono le prime cannonate della battaglia di Trafalgar, nelle vicinanze dello stretto di Gibilterra. La flotta franco-spagnola contava 33 vascelli contro i 27 di quella inglese, comandata da Nelson. Nonostante il vantaggio numerico i franco-spagnoli non possedevano le capacità nautiche degli inglesi e la battaglia si volse rapidamente a loro sfavore. La scarsità di vento favorì la maggiore capacità di manovra degli inglesi, più abili nel tenere ferme le navi per poter indirizzare con precisione i colpi di cannone. Gli inglesi non persero neanche una nave, mentre solo quattro delle navi franco-spagnole riuscirono a rientrare al porto di Cadice. I francesi morti erano circa tremila e trecento e gli spagnoli un migliaio, contro i circa 450 inglesi.
 La vittoria inglese fu però funestata dalla morte dell’ammiraglio Horatio Nelson, il grande nemico di Napoleone. Un cecchino francese aveva individuato la sua vistosa uniforme e aveva centrato la sua spallina sinistra. Dopo aver penetrato la carne la pallottola si era fermata  nella spina dorsale. Nell’arco di due o tre ore sopraggiunse la morte. La sconfitta francese rese del tutto impossibile l’invasione dell’Inghilterra ma non influì sullo sviluppo della guerra terrestre.
Gli austriaci avevano rinunciato alla difesa della città per evitare che fosse danneggiata, ma avevano lasciato un presidio militare a difesa del grande ponte di legno sul Danubio. La conquista del ponte era essenziale perché i francesi  riprendessero l’inseguimento dei russi e delle forze austriache ancora attive. Allora i marescialli Murat e Lannes ebbero a questo proposito un’idea geniale che richiedeva parecchio coraggio. Il 12 novembre indossarono le loro uniformi da cerimonia e, assieme ad alcuni ufficiali che parlavano tedesco, iniziarono a camminare sul ponte urlando: “armistizio!”, “é la pace!”. Dopo aver persuaso il generale austriaco al comando, iniziarono delle finte trattative nel corso delle quali il battaglione francese occupò il ponte e disinnescò gli esplosivi. Anche il grande ponte  sul Danubio era ormai sotto il controllo francese.
L’inseguimento degli austro-russi proseguì per alcune settimane e spinse i francesi lontano dalle loro basi di approvvigionamento, sull’altopiano del Pratzen. Napoleone aveva fatto studiare minuziosamente il terreno ai suoi marescialli. Quindi aveva fermato l’avanzata e finto di voler trattare coi nemici per far credere loro di temere uno scontro.  Questo convinse l’imperatore Alessandro I di avere la possibilità di vincere e riportare l’ordine in Europa.
Così il 2 dicembre 1805 nei pressi del paesino di Austerlitz si ebbe una sanguinosa battaglia, una delle più importanti della storia europea. Napoleone indovinò che i Russi e gli Austriaci avrebbero cercato di tagliargli la strada di Vienna e del Danubio per circondarlo e respingerlo a nord; per questo fece arretrare intenzionalmente il suo fianco destro. Quando i russi avanzarono egli li schiacciò col grosso delle sue forze che occupavano le alture di Pratzen, premendoli al limite degli stagni semi gelati. Interi reggimenti annegarono o furono distrutti dalla mitraglia francese, altri si arresero e i due imperatori fuggirono. Francesco II chiese un colloquio col vincitore e l’incontro avvenne nell’accampamento napoleonico non lontano da Austerlitz. Bonaparte chiese anzitutto che quanto restava dell’esercito russo uscisse dall’Austria e condusse le trattative di pace con la sola Austria. Con la pace di Presburgo l’Austria cedeva Venezia, l’Istria e la Dalmazia al Regno d’Italia, l’ex Repubblica Italiana. Il trattato stabilì anche la fine del Sacro Romano Impero e Francesco II mantenne soltanto il titolo di imperatore d’Austria.  Pochi mesi dopo i francesi regolarono i conti anche col Regno di Napoli, che fu tolto ai Borbone. Il re Ferdinando IV e la moglie Maria Carolina si rifugiarono in Sicilia protetti dagli inglesi. Napoli fu assegnata a Giuseppe, un fratello di Napoleone. Il Regno di Batavia fu trasformato in Regno d’Olanda e il trono fu conferito a Luigi, altro fratello di Bonaparte.

La vittoria contro la quarta coalizione e il dominio sulla Germania (1806-1807)
Nel luglio del 1806 Napoleone aveva creato, unendo 16 stati tedeschi, la Confederazione del Reno, pensata come stato satellite francese. Il Regno di Prussia, che non faceva parte della Confederazione, aveva stretto un accordo con la Francia, mediante cui avrebbe ottenuto lo staterello dell’Hannover. Quando Napoleone, cambiando improvvisamente idea, offrì l’Hannover all’Inghilterra, si accese tra i prussiani un violento fremito di nazionalismo anti-francese. Il re Federico Guglielmo III entrò nella quarta coalizione e, confidando boriosamente nella grande tradizione militare prussiana, mosse guerra senza aspettare l’arrivo dell’esercito russo, con i francesi a 15 giorni di marcia dalla frontiera.
Il 14 ottobre si svolsero due battaglie decisive. Napoleone vinse la battaglia di Jena e il maresciallo Davout aveva intercettato e travolto il grosso dell’armata prussiana ad Auerstadt, a una giornata di marcia da Jena.
L’entrata in guerra dei prussiani contro i francesi fu certamente una decisione sciocca e arrogante che avrebbe potuto avere un senso prima di Austerlitz. La Prussia aveva una grande tradizione militare, ma un esercito lento negli spostamenti e molto vecchio nelle tattiche, nelle tecniche, nelle modalità di addestramento, nel modo di concepire la guerra. Anche i suoi ufficiali comandanti, nel migliore dei casi, avevano superato i 65 anni. Il 27 ottobre Napoleone entrò a Berlino e impose un umiliante armistizio alla Prussia. Il re e la corte fuggirono. L’intera Europa era sconvolta e atterrita, gli stati tedeschi uno dopo l’altro si sottomisero a Napoleone.
L’imperatore decise ora di vibrare il colpo mortale al suo principale nemico, l’Inghilterra, e il 21 novembre 1806 firmò il decreto di Berlino sul blocco continentale, che venne subito spedito in tutti i paesi vassalli e semi vassalli dove fu accolto con tacita e timorosa docilità. Esso avrebbe dovuto portare alla bancarotta, alla fame e alla capitolazione dell’Inghilterra. Napoleone voleva privare gli Inglesi di tutti i mercati sul continente. Il decreto divenne il fulcro dell’intera lotta economica e politica durante l’epopea imperiale. Per mettere in atto il blocco economico tutta l’Europa doveva cadere sotto il controllo di Napoleone. Sarebbe bastato che un solo paese avesse continuato a commerciare con l’Inghilterra per far perdere ogni efficacia al blocco, dato che da questo paese i prodotti inglesi si sarebbero diffusi in tutt’Europa. Per impedire il contrabbando occorreva quindi occupare tutte le coste d’Europa. Napoleone cominciò, dunque, la sistematica occupazione dei porti tedeschi.

Intanto la Gran Bretagna promise nuovamente un aiuto finanziario ad Alessandro I se avesse ripreso la lotta contro Napoleone; lo zar si dichiarò pronto all’intervento. Napoleone grazie alle sue spie ne era informato  e cominciò i preparativi per il prossimo urto con la Russia, e nel contempo stabiliva le misure da prendere per realizzare il blocco. Dopo il decreto sul blocco, Napoleone non sarebbe stato tranquillo finché la Russia non si fosse piegata; ma la rottura dei rapporti commerciali con l’Inghilterra sarebbe stato rovinoso per il mercato russo dei prodotti agricoli, che venivano in gran parte esportati in Inghilterra. Nel novembre i francesi entrarono in Polonia, accolti con grande entusiasmo poiché erano visti come i restauratori dell’indipendenza. Alla fine di novembre i distaccamenti avanzati dell’esercito russo entrarono a Varsavia. L’8 febbraio, in pieno inverno e con un freddo glaciale, si combattè la battaglia di Eylau: dopo lunghi e sanguinosi combattimenti, quando sembrava che i russi stessero per vincere, la cavalleria francese salvò la situazione attaccando il grosso delle forze russe. Bènnigsen, a capo dell’esercito russo, si ritirò, ma Napoleone sapeva di non aver ottenuto un’autentica vittoria e che le perdite erano enormi da ambo le parti. L’esercito francese dovette accamparsi tra la Polonia e la Prussia orientale, l’una e l’altra completamente devastate. L’aria attorno ai campi di battaglia era appestata dalla putrefazione dei cadaveri e le condizioni di vita dell’esercito erano estremamente dure. Il massacro di Eylau aveva reso necessario un periodo di sosta e di riflessione  La guerra riprese alla fine della primavera. A Friedland, il 14 giugno 1807 con un clima molto migliore, Bènningsen prese una decisione scellerata: accettò il combattimento con l’esercito tagliato a metà da un fiume e con un altro fiume dietro le spalle. Lo spostamento delle riserve permise ai francesi di spingere una parte cospicua dei nemici verso un’ampia ansa del fiume che ne impediva la fuga. Così bloccati i soldati russi vennero falcidiati. La Russia non era più in grado di continuare la sua campagna militare.
L’incontro tra Napoleone e Alessandro, il 25 giugno del 1807, su una zattera ormeggiata in mezzo al fiume Niemen, nei dintorni di Tilsit, é un evento indelebile della storia napoleonica. Cominciarono così le trattative per la pace. Alessando fu omaggiato e riverito al contrario del re di Prussia che fu esplicitamente trascurato.L’8 luglio 1807 fu così firmata la pace di Tilsit. Alla Prussia furono lasciati la "vecchia Prussia", la Pomerania, il Brandeburgo e la Slesia, mentre tutti i suoi possedimenti ad ovest dell’Elba entrarono a far parte del nuovo Regno di Vestfalia (che comprendeva anche l’Hannover), affidato ad un altro fratello di Napoleone, Gerolamo. Con gli altri territori tolti alla Prussia fu costituito il Granducato di Varsavia, che Napoleone consegnò al suo nuovo alleato, il re di Sassonia. Russia e Prussia si impegnavano infine ad applicare il decreto di Napoleone sul blocco.

Dominio sul Continente europeo. Da Tilsit a Wagram (1807-1809)
 Gli inglesi avevano risposto al Blocco continentale inasprendo i controlli sui mari. Ogni nave scovata nei pressi dei porti europei che non aveva pagato una dogana inglese veniva considerata nemica e catturata.
Il blocco continentale era troppo carente per indurre l’Inghilterra a chiedere la pace. Mantenere il blocco era molto difficile, perché le ragioni del commercio sono più forti di quelle della divisione. C’erano molti beni che l’Europa non era in grado di produrre e che era abituata ad importare. Alcune regioni, invece, vivevano di esportazione, e il blocco le stava strangolando. Gli stati europei erano abituati a importare molti beni che non sapevano o non potevano produrre. Essi ritenevano il blocco un sistema per aumentare le esportazioni dalla Francia a danno dei loro interessi nazionali. Uno degli alleati storici dell’Inghilterra, il Portogallo, si rifiutava di applicarlo. Così, il 30 novembre 1807 il maresciallo Junot con le sue truppe, dopo aver attraversato la Spagna e le montagne di confine, entrò a Lisbona. I Braganza erano appena fuggiti su navi inglesi in Brasile. L’occupazione del Portogallo però non sarebbe durata a lungo.
La Spagna era un ambiguo alleato dei francesi e la sua situazione interna era tutt’altro che tranquilla. I partigiani di Ferdinando, il figlio del re Carlo IV, erano insorti e avevano costretto il re ad abdicare e il suo potente ministro Manuel Godoy alle dimissioni. Allora Napoleone convocò i reali di Spagna a Bayonne nell’aprile 1808 e chiese a entrambi l’abdicazione per farsi consegnare l’autorità di “custode della corona”. Il 6 maggio 1808 Napoleone, con questa autorità ottenuta con la forza, decise di nominare re di Spagna il proprio fratello Giuseppe, in precedenza re di Napoli. Il Regno di Napoli andò a Gioacchino Murat che, avendo sposato una delle sorelle di Napoleone, si trovava in una condizione di vantaggio rispetto agli altri marescialli.
Il re, la regina e i principi spagnoli furono mandati in esilio. Tutto ciò fece divampare una sanguinosissima guerra di bande contadine contro i conquistatori. Il nuovo re, applicando il blocco, avrebbe dovuto sfruttare l’economia spagnola a esclusivo vantaggio della borghesia francese. Secondo Napoleone la Spagna doveva fornire alle manifatture francesi il cotone e la preziosa lana merinos e diventare un mercato monopolizzato per lo smercio dei prodotti finiti francesi. Ciò avrebbe significato la quasi completa rovina di tutti gli artigiani spagnoli, nonché dell’intera classe contadina legata alla produzione dei pannilana. Anche l’intera nobiltà terriera spagnola stava cadendo in rovina, poiché l’Inghilterra aveva tolto alla Spagna le colonie d’oltremare. Queste furono le principali cause economiche che determinarono il sorgere di un movimento di liberazione nazionale che dichiarò guerra ai francesi.
La guerra spagnola era diversa dalle altre guerre. Gli eserciti inviati in Spagna, pur avendo sconfitto più volte l’esercito regolare spagnolo, non erano in grado di affrontare una guerriglia fatta di imboscate e azioni improvvise che li stava decimando. Il 21 luglio 1808 il generale Dupont, uno degli eroi di Austerlitz, si arrese agli spagnoli con 18 mila uomini. Una piccola armata inglese comandata da Wellington, un brillante generale che si era formato nelle colonie, era sbarcata in Portogallo. Il 22 agosto, col patto di Sintra, il generale Junot dovette cedere definitivamente Lisbona agli inglesi. Fu uno scacco gravissimo. Nell’autunno del 1808 Napoleone si convinse che in Spagna le operazioni militari dovevano essere condotte dal meglio dell’esercito francese, e le doveva comandare lui in persona. Il 3 novembre del 1808, alla testa della grande armata, entrò in Spagna, senza peraltro pacificare il paese.

La quinta coalizione e la campagna di Wagram
La crisi spagnola si rivelò presto gravissima e spinse gli austriaci a riprendere la guerra. L’arciduca Carlo, comandante dell’esercito austriaco, aveva riorganizzato l’esercito e, anche grazie al denaro inglese, si preparava ad una nuova guerra.
I primi scontri dimostrarono che l’organizzazione degli austriaci era migliorata rispetto al periodo di Austerlitz, ma non era ancora sufficiente per sconfiggere i francesi. Nella battaglia di Wagram, nel luglio 1809 Napoleone colse la vittoria decisiva. Non era stata un trionfo schiacciante come in passato, ma era bastata per indurre l’imperatore a chiedere la pace. Venne così firmato il trattato di Schönbrunn, col quale l’Austria cedette Trieste al Regno d’Italia.
Per esser sicuro della continuità del suo impero occorreva ora a Napoleone un erede, che Giuseppina però non gli aveva dato. Si imponeva di conseguenza un nuovo matrimonio. Poiché si auspicava un riavvicinamento a una delle due grandi potenze - Russia o Austria - fu richiesta allo zar la granduchessa Anna (sorella di Alessandro), ma nella corte russa l’odio della nobiltà verso Napoleone cresceva con l’inasprirsi del blocco continentale. Lo zar rispose che l’imperatrice madre riteneva la sedicenne Anna ancora troppo giovane per sposarsi. Fu allora chiesto all’imperatore d’Austria Francesco II se era disposto a far sposare sua figlia Maria Luisa con Napoleone, ed egli acconsentì. Nel 1811 Maria Luisa diede alla luce un figlio, Napoleone II, l’erede tanto desiderato.  

 




3 - La crisi del sistema napoleonico e la sua fine
La campagna di Russia (1812)
I quasi tre anni che vanno dalla battaglia di Wagram all’inizio dell’invasione della Russia, fra l’estate del 1809 e quella del 1812, erano stati anni abbastanza pacifici per l’Europa, anche se la Francia doveva fronteggiare
la guerra d'indipendenza degli spagnoli e i loro alleati inglesi. Si combatteva per mare e per terra in Spagna e in Portogallo, dove Wellington stava battendo, uno dopo l’altro, i marescialli che Napoleone gli aveva mandato contro.
Intanto la situazione europea si stava degradando a danno di Napoleone; entrò in crisi l’accordo fra Napoleone e lo zar Alessandro I. Il patto di Tilsit che aveva spartito l’Europa in due zone di influenza, la parte occidentale alla Francia e quella orientale alla Russia, non funzionò a lungo.
L’idea di fondo era sconfiggere l’Inghilterra che invece non solo non era stata sconfitta, ma alzava sempre di più la testa, forte anche delle vittorie di Wellington in Spagna e in Portogallo. In più la situazione economica, soprattutto negli anni fra il 1810 e il 1811,  era molto pesante a causa dei cattivi raccolti e del peso del blocco continentale.
«Nel settecento, soprattutto verso la fine del XVIII secolo, l’Europa si era abituata a un commercio sostanzialmente di rapina con il resto del mondo. Adesso tutto ciò era impossibile e questo pesava sul sistema economico continentale. La deriva della Russia si fece sempre più marcata, fin quando Napoleone decise che era il momento di rimettere le cose a posto (Valzania, S., p. 140). 

Napoleone decise di armare di un esercito imponente, attingendo a tutti i paesi sotto il dominio francese, e di invadere la Russia. «Il 22 giugno 1812, passò il Niemen con il suo esercito  che aveva tra i cinque e i seicentomila uomini, un’armata di una dimensione che non si era mai vista, un numero di cannoni e di cavalli impressionante, un’organizzazione logistica assolutamente straordinaria. Napoleone sapeva che in Russia non si trovava da mangiare. Sapeva che il suo esercito non avrebbe incontrato la fertile valle del Danubio, né quella del Reno, che i suoi uomini non avrebbero potuto vivere scavando le patate nei campi con le baionette e rubando ai contadini quel poco che avevano messo da parte per l’inverno, perciò predispose lunghissimi convogli di carri destinati al trasporto di munizioni, cibo, farina, gallette, viveri. Il piano di Napoleone era di affrontare il più rapidamente possibile l’esercito russo e di sconfiggerlo» (Valzania, S., p. 141).
La Russia possedeva una forza di almeno 300 mila uomini, comandati dal mercenario lituano Barclay de Tolly. I russi non accettarono lo scontro in campo aperto e si erano ritirati per centinaia di chilometri. Intanto i francesi avevano perso circa 100 mila uomini a causa del tifo, della difterite, della dissenteria e delle diserzioni.
Intanto i russi avevano provveduto a cambiare il comando. Era tornato alla testa della loro armata il vecchio Kutuzov, con il quale Napoleone si era già incontrato sette anni prima ad Austerlitz nel 1805. Era segno che i russi si preparavano a difendere Mosca.
Il 7 settembre, nei pressi di Borodino, a circa 125 chilometri da Mosca, i francesi attaccarono l’esercito russo per tutta la giornata, sino al tramonto. I russi non si arrendevano come gli austriaci o i prussiani, combattevano fino all’ultimo uomo. Le perdite per entrambi gli eserciti furono spaventose. Durante la notte Kutuzov, malgrado il parere contrario di alcuni generali più giovani, decise di ritirarsi. La strada per Mosca era lasciata aperta.
Il 14 settembre Napoleone era al Cremlino. Aveva conquistato una città simbolo ma non aveva vinto la guerra. La città era semi deserta e i pochi abitanti rimasti ebbero la soddisfazione di contemplare un esercito in pessime condizioni, con un ferito ogni tre soldati e tantissimi malati. Nella notte successiva al suo arrivo una parte della città era stata data alle fiamme, probabilmente dagli stessi russi. I francesi restarono in città per più di un mese, fino al 18 ottobre, poiché Napoleone sperava nell’arrivo degli emissari dello zar per una trattativa di pace. Prolungare la campagna sino a San Pietroburgo era troppo rischioso a causa dell’inevitabile peggioramento delle condizioni climatiche. Svernare a Mosca era impossibile per la totale mancanza di approvvigionamenti. Sordo ai consigli di molti dei suoi collaboratori, che presagivano le gravi conseguenze dovute all’improvviso arrivo dell’inverno russo, Napoleone ordinò di abbandonare Mosca il 20 ottobre, troppo tardi. Così iniziò la rovinosa e fatale odissea del suo esercito.
Prima di lasciare la città i francesi, come una gigantesca banda di ladroni, avevano depredato tutto quello che c’era da portar via. La strada, calda e siccitosa all’andata, era rapidamente diventata gelida. Per la maggior parte i cavalli erano privi dei ferri chiodati adatti a camminare sulla strada ghiacciata e scivolavano spezzandosi le gambe. La temperatura iniziò a crollare a partire dal 5 novembre e nei giorni successivi scese sino a 26 gradi sotto zero. Migliaia di cavalli morirono improvvisamente di freddo. Bisognava camminare con le proprie gambe in condizioni del tutto insostenibili, senza alimenti, senza un equipaggiamento adeguato e coi russi alle calcagna che colpivano tutti quelli che restavano indietro. I feriti e i malati venivano abbandonati.
Il 21 di novembre l’esercito napoleonico era formato da una testa ancora organizzata, di 50-60 mila uomini, che precedeva un ammasso di sbandati, di persone disarmate che non avevano un reparto, che non avevano l’uniforme, che seguivano l’esercito nella speranza di tornare a casa. In questo giorno ancora d’autunno lo strano coacervo di soldati e sbandati si trovò di fronte un
largo fiume: la Beresina.
Il momento culminante di questa marcia crudele accadde il 29 novembre quando ciò che restava dell’esercito francese cercò di passare il fiume. I francesi erano riusciti, con orribili sacrifici, a costruire due ponti di fortuna sui quali, nonostante gli attacchi di disturbo dei russi, i soldati riuscirono a passare, mentre migliaia di sbandati furono lasciati alla mercé dei nemici. La campagna di Russia era fallita. Adesso bisognava difendere i domini francesi.

La campagna di Francia e la prima abdicazione

Giunto a Parigi il 18 dicembre Napoleone e si mise immediatamente al lavoro e riuscì a ricostruire un esercito di 300 mila uomini, perlopiù di giovani inesperti e pensionati. Scarseggiavano anche gli ufficiali che erano quasi tutti morti in Russia. In più i francesi avevano perso 200 mila cavalli che non potevano essere rimpiazzati. Senza i cavalli non si possono trasportare i cannoni, ci sono gravi problemi di ricognizione e di inseguimento. Con queste limitazioni iniziò la campagna del 1813, che sarebbe finita con la sconfitta di Lipsia.
Nella campagna militare che si scatenò nell’inverno del 1813, in qualche occasione Napoleone affrontò l’esercito dei russi e dei prussiani e li sconfisse, senza però poter procedere all’inseguimento necessario a completare l’annientamento del nemico.
E così il primo di giugno del 1813 Napoleone trattò un armistizio, confidando nella mediazione austriaca. Metternich, il ministro degli esteri austriaco in un colloquio che si tenne a Dresda e che durò ben 9 ore chiese a Napoleone di abbandonare le sue conquiste in Europa, comprese quelle italiane. Napoleone rifiutò violentemente queste richieste, che avrebbero significato una vittoria economica e politica della Gran Bretagna. L’Austria aderì alla coalizione (sesta) e dichiarò guerra alla Francia. Ora le forze della coalizione, che ammontavano complessivamente a circa 850 mila uomini, superavano nettamente quelle di Napoleone.
La resa dei conti avvenne tra il 16 e il 19 ottobre quando, vicino a Lipsia, si ebbe la cosiddetta battaglia delle nazioni.  Napoleone si dovette arrendere alla soverchiante superiorità dei suoi nemici. Nello stesso periodo i francesi avevano perso la Spagna, cedendo alle forze inglesi di Wellington. Murat, il re di Napoli era passato segretamente alla coalizione sperando di conservare il trono. Napoleone sentì per la prima volta che il grande impero si stava sfasciando. Ora si trattava di difendere la Francia.
I commercianti, i finanzieri e la borsa si lamentavano delle continue guerre e abbandonarono l'imperatore. Nei ceti intellettuali borghesi crebbe l’odio verso il dispotico governo imperiale che aveva soppresso la stampa, distrutto l'eredità dei lumi ed eliminato gli ordinamenti costituzionali.
Gli inglesi, lo zar e il re di Prussia ora volevano andare fino in fondo e togliere il trono a Napoleone. I francesi erano stanchi della guerra, perciò Napoleone per un po’ finse di volere la pace. Ma egli sapeva che, eccetto l’Austria, nessuno desiderava che egli continuasse a regnare, infatti, in gennaio giunse la notizia che i nemici avevano varcato il Reno e invadevano la Francia attraverso l’Alsazia e la Franca Contea e che Wellington dal sud della Spagna aveva fatto irruzione nella Francia meridionale.
La campagna di Francia del 1814, secondo molti, fu un autentico capolavoro di Napoleone. Anche con una netta inferiorità di forze riuscì in più occasioni a sbarrare la strada agli eserciti nemici. Tuttavia il 30 marzo 1814 i russi, i prussiani e gli austriaci entrarono insieme nella capitale francese. Napoleone a Fontainbleau incontrò i suoi marescialli che gli dissero che non avrebbero più combattuto, che era inutile continuare a combattere, che non c’erano più speranze. Così Napoleone accettò a malincuore di arrendersi e gli fu assegnata la sovranità della piccola isola d’Elba. Egli aveva abdicato a favore del giovanissimo figlio, ma i suoi vincitori non presero nemmeno in considerazione questa eventualità e sul trono francese fu insediato Luigi XVIII, il fratello di Luigi XVI, il re decapitato nel 1793.

I cento giorni

Nei primi giorni della sua permanenza all’isola d’Elba Napoleone considerava finita la sua vita politica e si proponeva di scrivere la storia del suo regno, ma già nell’autunno 1814 cominciò a seguire attentamente ciò che gli veniva riferito sulla Francia e sul congresso di Vienna. Luigi XVIII era prudente, ma suo fratello Carlo e tutti i nobili emigrati si comportavano come se nessuna rivoluzione e nessun Napoleone fossero mai esistiti. Però essi dovettero presto convincersi che era impossibile distruggere le istituzioni fondate da Napoleone. Il re fu costretto a concedere una costituzione, convinto che senza di essa i Borboni non avrebbero potuto reggersi. La costituzione concedeva il diritto di voto a un ristrettissimo gruppo di persone molto ricche e permetteva una limitatissima libertà di stampa.
Gli ultrarealisti volevano indietro le terre confiscate durante la rivoluzione, provocando così agitazioni nelle campagne. Appena caduto l’impero la borghesia aveva provato un certo senso di sollievo, sorgeva la speranza che le guerre finissero, i commerci si rianimassero, i reclutamenti avessero fine. Ma alcuni mesi dopo la caduta dell’impero e l’abolizione del blocco, i manifatturieri cominciarono a lamentarsi. Le merci inglesi che invadevano l’Europa stavano spazzando via la produzione francese.
Incapaci di restaurare l’antico regime e di intaccare la struttura eretta da Napoleone i Borboni pativano una situazione politica molto instabile, specialmente le campagne erano molto irrequiete. Napoleone non aveva ricevuto i soldi promessi da Luigi XVIII e non voleva vivere in ristrettezze.  Egli ben conosceva lo stato d’animo dei contadini e quando seppe del crescente malcontento che serpeggiava tra gli ufficiali che il re aveva messo a mezza paga e che una parte considerevole dell’esercito lo considerava il solo legittimo sovrano, si decise e il 26 febbraio s’imbarcò per raggiungere la costa francese vicino a Cannes il primo marzo 1815. Aveva con sé un migliaio di uomini, qualche cannone e alcuni generali. Prese la strada per Grenoble passando per le alpi, in modo da evitare i blocchi predisposti nelle arterie principali. Le truppe passavano all’imperatore senza combattere: provincia su provincia, città su città cadevano in suo potere senza ombra di resistenza. Il 10 marzo Napoleone entrò a Lione, dove riconfermò che avrebbe dato alla Francia la libertà interna e la pace. A Lione firmò l’atto che dichiarava abolite le due camere create da Luigi XVIII e revocò i giudici nominati dallo  stesso re, scelse magistrati nuovi e ricostituì formalmente l’impero deponendo i Borboni e annullando la loro costituzione, quindi mosse su Parigi con 15 mila uomini. Il maresciallo Ney era stato incaricato dal re di fermarlo, ma quando lo incontrò, il 14 marzo ad Auxerre, commise un errore: si lasciò vedere da Napoleone che lo riconobbe e lo chiamò con tutti i titoli che gli aveva conferito in battaglia. Ney, anziché riportarlo in una «gabbia di ferro», come aveva promesso, scoppiò in lacrime e si gettò ai suoi piedi. Il giorno dopo Bonaparte entrò a Parigi.
Napoleone desiderava la pace che gli avrebbe permesso di regnare in un sistema costituzionale e trasmettere il trono a suo figlio, ma sapeva che l’Europa avrebbe fatto di tutto per impedirglielo. Il suo successo era in parte dovuto alla promessa fatta ai contadini, facile da mantenere, di non restaurare il feudalesimo. Dopo 11 mesi di monarchia costituzionale e di una certa libertà di stampa, la borghesia si aspettava quel minimo di libertà che i Borboni le avevano concesso. Napoleone decise quindi di realizzare una riforma liberale dello Stato che soddisfacesse la borghesia e pacificasse i giacobini. Propose così al teorico liberale Constant di preparare una costituzione; Constant non fece altro che riconfermare, con poche varianti, la carta concessa da Luigi XVIII. Oltre alla camera elettiva dei deputati venne istituita una "camera alta" i cui componenti erano nominati da Napoleone. Così la costituzione, sottoposta a plebiscito, fu ratificata e il primo giugno avvenne l’apertura delle camere.
Il 12 giugno Napoleone raggiunse l’esercito per l’ultima gigantesca battaglia della sua vita contro l’Europa. Si era formata una nuova coalizione antifrancese (la settima) decisa a farla finita con Napoleone, dichiarato fuorilegge quale "nemico dell’umanità". Gli Austriaci erano ancora lontani, quindi la prima cosa da farsi era respingere gli inglesi e i prussiani; Wellington si trovava con l’esercito inglese a Bruxelles, Blücher coi suoi prussiani tra Charleroi e Liegi. Il 14 giugno Napoleone iniziò la campagna invadendo il Belgio; il 16 ci fu una grande battaglia tra Bonaparte e Blücher presso Ligny in cui Blücher fu sconfitto e respinto. Il giorno seguente Napoleone consegnò 36 mila uomini del suo esercito al maresciallo Grouchy, ordinandogli di continuare l’inseguimento dei prussiani, mentre lui col grosso delle forze puntò direttamente su Bruxelles.
L’esercito di Wellington si trovava sull’altopiano di Mont St. Jean a sud di Waterloo e attendeva i francesi in questa posizione fortissima deciso a mantenerla a qualunque costo. Il 18 giugno Napoleone e Wellington si trovavano uno di fronte all’altro, Napoleone aveva 72 mila uomini e attendeva i 36 mila di Grouchy, Wellington ne aveva 70 mila e attendeva Blücher con 50 mila. I francesi attaccarono intorno alle 12,00, poiché la terra fangosa dopo una notte di pioggia rendeva difficile posizionare i cannoni. Dopo alcune ore di battaglia Blücher, che con un inganno era riuscito a sfuggire all'inseguimento del maresciallo francese, accorse in aiuto degli Inglesi. Napoleone continuò l’attacco ma gli Inglesi tenevano duro e anche se cadevano a centinaia non arretravano dalle loro posizioni principali. Napoleone lanciò infine contro il nemico la vecchia guardia, senza sortire alcun risultato. L’arretramento della guardia scatenò il panico tra i francesi. La gran parte dell’esercito francese si disgregò, alcuni reparti si ritirarono lentamente continuando a combattere. Quando giunse la notte la sconfitta francese apparve in tutta la sua gravità.
Il 28 giugno Napoleone, dopo aver progettato per alcuni giorni di fuggire  in America, accettò di trattare con gli inglesi. Egli decise di affidare la sua sorte all’Inghilterra e il 15 luglio s’imbarcò sulla nave inglese Bellerofonte per l’Inghilterra, da cui sarebbe partito per raggiungere la sede del suo esilio, l’isola di Sant’Elena nell’Oceano Atlantico. 


Napoleone a Sant'Elena 1815-1821
Il governo inglese decise di mandare Napoleone a Sant'Elena, una piccola isola vulcanica collocata tra l’Africa australe e il Brasile, poiché la sua distanza dalla terraferma avrebbe reso impossibile qualsiasi fuga. Dopo due mesi e mezzo di navigazione, il 15 ottobre 1815 l’imperatore prigioniero sbarcò dove avrebbe finito i suoi giorni. Napoleone era cupo e malinconico, leggeva molto, faceva passeggiate a cavallo, camminava e dettava le sue memorie al conte Emmanuel Las Cases. Già nel 1819 le sue condizioni di salute andarono peggiorando e nel marzo 1821 i terribili dolori al ventre divennero più frequenti: si trattava del cancro, malattia ereditaria nella sua famiglia. I dolori divennero sempre più atroci e alle 6 di sera del 5 maggio 1821 Bonaparte spirò. Il suo servo Marchand coprì il cadavere col vecchio mantello che Napoleone aveva indossato durante la battaglia di Marengo.

Considerazioni finali
La storiografia borghese definisce Napoleone il "compitore" della rivoluzione. La questione è però controversa. Napoleone trasse dalla rivoluzione tutto quanto essa aveva fatto per il "libero" sviluppo dell’attività economica della borghesia francese, ma domò la tempesta rivoluzionaria. Napoleone stesso, nel Memoriale di Sant'Elena, aveva affermato di aver scelto ciò che meritava di essere conservato della Rivoluzione, cioè i principi di libertà e di uguaglianza, l'abolizione dei privilegi nobiliari e la possibilità per ciascuno di scegliere un proprio disegno di vita, cancellando nel contempo la violenza interna, l'invidia sociale, l'eccitazione delle masse. (Luigi Mascilli Migliorini, L'Età di Napoleone, RCS, 2015). Il fatto che la rivoluzione si fosse conclusa con la vittoria di Napoleone significava quindi che la grande borghesia aveva sconfitto il proletariato, i sanculotti, che tra il 1789 e il 1794 avevano avuto una funzione rivoluzionaria molto importante. Secondo l'interpretazione marxista (A. Mathiez, G. Lefebvre) Napoleone, con il suo dispotismo, avrebbe soffocato le speranze del popolo. La distribuzione di regni ai suoi fratelli, cognati e marescialli, non si concilia con l’essere il "compitore" della rivoluzione.
Secondo lo scrittore tedesco Emil Ludwig, invece, Napoleone sarebbe il simbolo dell'individuo moderno, segnato da una implacabile tendenza al sogno e all'ambizione più utopica.  

Ciò che si può dire di certo è che coi materiali raccolti dalla rivoluzione Napoleone realizzò una struttura salda per il dominio della borghesia francese. Creò la macchina statale e le leggi civili, penali e commerciali, nonché le istituzioni scolastiche e gli apparati amministrativi che caratterizzano l'attuale Francia. Più che le vittorie militari, l'eredità più importante di Napoleone è dunque l'opera di costruzione istituzionale del periodo del consolato. Un altro importante lascito napoleonico fu la riforma del sistema di pesi e misure. Fu lui a introdurre il sistema metrico decimale, il litro e il chilogrammo. Queste misure standard vennero estese a tutta l’Europa controllata dai francesi, e non furono abbandonate con la restaurazione. Solo la Gran Bretagna rifiutò queste novità.
La creazione di “repubbliche sorelle” e di altri stati incoraggiò una nuova idea di nazione, conferì ad essa una valenza politica totalmente nuova. In tal modo Napoleone incoraggiò, seppur in modo involontario, lo studio della storia, delle tradizioni e delle glorie passate (vere o presunte) nei vari stati che egli aveva liberato dall’Ancien Régime, facendo balenare la possibilità di una dignità e di un potere mai posseduti.
Si può dire che nell’esperienza dell’esercito sopranazionale c’è per la prima volta un embrione di idea moderna di Europa, di unità degli stati dell’Europa peninsulare, se la vogliamo chiamare così.
Per concludere occorre ricordare che Napoleone è stato partecipe e autore di una serie ininterrotta di guerre con centinaia di migliaia di morti. Però per almeno due generazioni di francesi, e non solo di francesi, aver combattuto sotto le sue bandiere, l’aver marciato per tutta l’Europa ai suoi ordini, è stata probabilmente l’esperienza qualificante di una vita. La monarchia restaurata ha cercato di offuscare la memoria del periodo napoleonico ma, dopo la sua caduta, questa memoria è rinata e si è sviluppata, diventando una vera e propria mitizzazione, la tipica illusione delle masse. Fu la prima di una serie non breve di casi (Mussolini, Hitler, Stalin) in cui le masse credettero che un uomo potesse, grazie alle sue supposte superiori capacità risolvere tutti i problemi. Verso la metà del XIX secolo un nipote di Napoleone, Napoleone III, sfruttò la fama di cui lo zio godeva soprattutto tra i contadini per impadronirsi del potere in Francia.




Napoleone a Sant’Elena, ritratto di Francois-Joseph Sandmann
Luigi Mascilli Migliorini, L’Età di Napoleone, RCS, 2015
Paul Johnson, Napoleone, Fazi, 2004
Andrea Frediani, Le grandi battaglie di Napoleone, Newton-Compton, 2002
Serge Cosseron, Napoleone il grande bugiardo, Piemme, 2005
Adam Zamoyski, Marcia fatale: 1812 Napoleone in Russia, De Agostini, 2013
Sergio Valzania, Napoleone, Sellerio Editore Palermo, collana: Alle 8 della sera, 2011

Commenti