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venerdì 3 marzo 2023

Jean Dumont, I falsi miti della Rivoluzione francese

 1. PERCHÉ RIFIUTIAMO DI CELEBRARE LE MENZOGNE RIVOLUZIONARIE

 

Presa della Bastiglia da parte del popolo

Si è trattato in realtà di sparuti gruppi di vagabondi e di disertori, che cercavano munizioni (armi), il popolo francese si è tenuto alla larga.

I capi rivoluzionari fanno solo dopo la loro comparsa, quando comincia lo sfruttamento politico. Non si è trattato di nessuna presa, ma di un ingresso dalla porta ordinato dal governatore. Infine, questo ingresso non ha avuto alcun significato nella storia della libertà, in quanto nella Bastiglia non veniva custodito nessun prigioniero politico e quindi la sua “presa” non ha liberato nessuno.

 

Epopea dei volontari dell'Anno II

Di questa “epopea” non smettono di riempirsi la bocca gli oratori politici, anche quelli che parlano per la destra, come Andrè Malraux quando ha celebrato la nascita della Quinta Repubblica nel 1958, a Place de la République a Parigi. (….)

I volontari furono «volontari obbligati» che scelsero in maggioranza sia la ribellione che la diserzione: vi sono stati 800.000 disertori su 1.200.000 chiamati alle armi nel 1794[1]. Inoltre questi pretesi volontari furono anche volontari comprati dall'autorità a prezzo molto elevato, scelti fra i vagabondi, da cui il soprannome di «eroi da 500 lire» (…) che venne dato loro dai vandeani, anch’essi «volontari obbligati» ribelli.

La pessima qualità di queste truppe ha prodotto una delle più spaventose carneficine della storia militare francese: nei primi mesi «200.000 vite umane sprecate», nota Pierre Chaunu[2].

 

Pretesa di «modernizzazione decisiva» portata dalla Rivoluzione

«Infatti (…) il decennio 1789-1799 rappresenta una catastrofe nazionale per la nostra economia d’avanguardia»[3].

Quest’ultima – favorita nel 1786 dal progetto del Mercato Comune iniziato sotto la monarchia con il trattato di libero scambio con l’Inghilterra – frana sotto la Rivoluzione. Bisognerà attendere i tempi “riparatori” della monarchia restaurataperchè i nostri scambi con l’estero, in un secolo XIX ampiamente cominciato, ritornino all’alto livello prerivoluzionario del 1788»[4]. Per l’esattezza bisognerà attendere l’anno 1825, durante il regno di Carlo X. La Francia avrà così accumulato più di un terzo di secolo di ritardo nello sviluppo economico e nel commercio internazionale, un ritardo che non ha mai più recuperato.

Lo storico di Cambridge D. W. Brogan ha scritto che, molto probabilmente, se non vi fosse stata la rivoluzione la Francia sarebbe stata alla testa dell'espansione economica dalla fine del secolo XVIII, ruolo che ha lasciato all'Inghilterra. È quanto constata all’epoca proprio un testimone inglese, il deputato Edmund Burke, osservatore delle vicende economiche e politiche, che scrive: "I francesi si sono dimostrati i più abili artefici della rovina che mai siano esistiti al mondo.  Hanno interamente distrutto il loro commercio e le loro fabbriche. Hanno fatto i nosti interessi, a noi che siamo i loro rivali, meglio di quanto venti battaglie (…) non avrebbero mai potuto fare".


 

La menzogna di un popolo al potere

La Comune del 10 agosto 1792 è costituita da un’esigua minoranza di attivisti che distrugge la monarchia, instaura la Repubblica ed esercita la dittatura dell’Anno I. Ora (…) Braesch ha mostrato che, dei suoi 176 membri iniziali, soltanto  soltanto due sono operai. Tutti gli altri soo borghesi, artigiani e intellettuali, oltre a tre militari.

Fra i loro capi, nota Pierre Gaxotte, «il presidente Hueguenin è un concussionario, Rossignol un assassino, Manuel ha rubato, falsificato e venduto la corrispondenza di Mirabeau: Hebert, controllore a teatro, è stato licenziato dai variétés per borseggio, Panis è stato cacciato dal Tesoro reale per appropriazione indebita».

A quel tempo esistevano i campagnonnages, organismi che raggruppavano l'élite operaia. Dopo che la rivoluzione sopprime tutte le associazioni operaie con la legge Le Chapelier, i Pierre Compagnonnages, «caduti in sospetto, (…) si rifugiavano una volta di più nella clandestinità» (…). Essi potranno rifiorire, come del resto l’economia, con il ritorno della monarchia nel 1815.


 

La menzogna della pretesa «felicità del popolo» sotto la Rivoluzione

Di fatto, la Rivoluzione è un martirologio operaio, come hanno abbondantemente mostrato gli storici di estrema sinistra. «Dal punto di vista sociale, le conseguenze dell’assegnato furono molteplici — scrive lo storico comunista Albert Soboul, professore alla Sorbona —. Le classi popolari, vittime abituali dell’inflazione, subirono un aggravamento della loro condizioni di vita; compagnons e operai pagati in cartamoneta, videro abbassato il loro potere d’acquisto. La vita rincarava, l’aumento dei prezzi dei viveri produsse le stesse conseguenze della carestia»[5].

Del resto, il potere rivoluzionario — un potere borghese, come si è visto — conduce una politica sistematicamente antipopolare. Durante il famoso Anno II, «Saint-Just fa arrestare come sospetti alcuni operai in sciopero»[6] e la Comune di Parigi impone un tetto massimo salariale[7], che si traduce in una riduzione dei salari di circa un terzo. In questa situazione «le classi popolari sprofondano nella disperazione»[8]. «Uomini e donne cadono nelle strade per inedia, la mortalità aumenta, i suicidi si moltiplicano»[9]. Lo storico inglese Richard Cobb ha constatato che a Rouen, nei quartieri popolari, all’inizio dell’Anno IV, la mortalità raggiunse punte quattro volte superiori a quella normale: in questa città francese vi sono settecento morti in più al mese. Operai e operaie con i loro bambini vengono uccisi dalla fame e dal freddo[10]; a Parigi e nei dintorni, l’Anno IV si chiude con un’eccedenza di diecimila morti sulle nascite.

Il portavoce delle petizioni popolari, Jacques Roux, ha il coraggio di affermare che una simile situazione non sarebbe stata possibile sotto l’Ancien Régime (…).

Identica è la situazione per i contadini piccoli proprietari e per i braccianti. Come ha notato un altro storico comunista, Georges Lefebvre, predecessore di Albert Soboul alla Sorbona, la Rivoluzione «è costata molto cara»[11] ai contadini poveri. La soppressione dell’imposta ecclesiastica, della decima — fino ad allora a carico dei proprietari e l’espropriazione dei beni della Chiesa vanificano i considerevoli aiuti sociali che queste tasse e questi beni garantivano ai poveri in caso di maltempo, di carestia oppure per l’acquisto di sementi, e così via. La soppressione del regime signorile e della comunità rurale, la nascita della libertà di coltura e del diritto di recintare le terre, sopprimono di fatto la «comproprietà» — secondo la formula utilizzata da Albert Soboul — delle terre dei signori e dei contadini ricchi, che garantiva ai poveri i vecchi diritti comunitari, diritti di pascolo, di passaggio, di spigolatura, di raccolta delle ghiande e della legna, e così via, che permettevano ai poveri di sfruttare in seconda battuta i terreni, i prati e i boschi dei signori e dei ricchi, e così di nutrirsi, di avere un po’ di bestiame, di scaldarsi, di costruire.

 

La menzogna della pretesa di antiaristocratismo

Nel gergo rivoluzionario il termine "aristocratico" non designa un membro della nobiltà, ma un nemico della Rivoluzione. Così si considera aristocratico un operaio cattolico dell’Anjou o un contadino ribelle del Lozere.

Lo storico americano Donald Greer ha mostrato che, tra le vittime assassinate sotto il Terrore, soltanto l'8,5% appartiene alla nobiltà e dunque, il 91,5% di «aristocratici» appartiene al popolo[12].

 

La menzogna – o i limiti – del preteso «antimonarchismo» rivoluzionario

È certamente evidente che la rivoluzione ha distrutto la monarchia e ghigliottinato Luigi XVI. Ma è sicuramente falso che questo «antimonarchismo» sia stato più di un atteggiamento di circostanza della Rivoluzione, sia stato il suo vero progetto. Anzitutto nel 1789 non vi sono in Francia antimonarchici. «Nessuno, anche senza confessarlo, è repubblicano, constata Daniel Momet[13]. Non ve ne sono stati e non se ne trovano anche fra tutti i capofila degli intellettuali di allora, da François-Marie Arouet, detto Voltaire, a Guillaume-Thomas Raynal, da Denis Diderot a Jean-Frangois Marmontel, da Jean-Baptiste Le Rond d’Alembert a Jean-Jacques Rousseau. Quest’ultimo parla anche dell’«insopportabile e odioso giogo degli uguali», unendosi a Voltaire che amava affermare: «Val meglio servire sotto un leone di buona razza che sotto duecento topi della mia specie».

 

La menzogna maggiore: la dissimulazione del vero progetto, cioè l’anticristianesimo

Ma, si dirà, se la Rivoluzione non è antiaristocratica nè antimonarchica, che cos’è? Essa è ciò che i suoi amici democratico-cristiani d’assalto si sono ingegnati a dissimulare fino ad oggi. Essa si spiega attraverso un mese chiave (…). Questo mese, che che va dal 7 luglio 1792 (monarchico) al 10 agosto successivo (quando viene distrutta la monarchia) rivela una specificità della rivoluzione più significativa di ogni altra, perché ribalta tutto.

 Questa specificità è l’anticristianesimo totalitario, la sola vera essenza della Rivoluzione francese e il suo unico vero progetto, iniziale e finale.

Il 14 luglio 1792 e nei giorni successivi, questo anticristianesimo totalitario, questa fede nei prodigi del sacrilegio fanno osare i gesti sistematici che abbiamo lasciato intravedere: massacri di sacerdoti che avvengono un po' dappertutto in Francia e per la prima volta nella storia della Rivoluzione. La distruzione della monarchia sarà il mezzo per garantire la generalizzazione di questi massacri di sacerdoti e l'annientamento della religione.

 

 3. PERCHÉ RIFIUTIAMO DI CELEBRARE LE IGNOMINIE RIVOLUZIONARIE

Queste ignominie rivoluzionarie, numerose e multiformi, sono l’origine specifica dei crimini totalitari moderni, il modello ben attrezzato e adattabile a cui seguiranno il Gulag sovietico e i Lager nazionalsocialisti.

• L’ignominia del Terrore poliziesco, modello della Gestapo e del KGB, e anche dei terrori folli e maniacali tipo Khmer rossi di Pol Pot. Infatti, il controllo poliziesco e la repressione sono dappertutto e in ogni istante nella vita rivoluzionaria. Il terrore poliziesco è tanto meticoloso quanto universale: «Da quando siamo liberi non possiamo più uscire dalla città senza un passaporto», viene gridato in una commedia teatrale durante la breve tregua termidoriana. Un passaporto interno? Sì, proprio come nell’Unione Sovietica staliniana. Ma questo passaporto interno evidentemente non è sufficiente. Nel comune di residenza bisogna anche poter esibire il certificato di civismo, rilasciato dal comitato rivoluzionario di quartiere, in cui risiede la feccia della società, come si è potuto osservare. Senza certificato di civismo non vi è possibilità di nutrirsi: viene richiesto dai panettieri per comprare il pane e dagli altri commercianti per acquistare gli altri alimenti. Inoltre, lungo la strada viene richiesto un passaporto sull’abbigliamento, dapprima solo per gli uomini, poi anche per le donne. Questo passaporto sull’abbigliamento deve manifestare l’entusiasmo, un entusiasmo obbligatorio perché, sotto la Rivoluzione, si è sempre «volontari obbligati». Si tratta della coccarda tricolore, resa obbligatoria per tutti i francesi e le francesi con un decreto della Convenzione del 3 aprile 1793, e con nessuna possibilità di rifiutare il simbolo, o di trovarlo poco adatto, o di desiderare ornamenti più personali. Per questa ragione molte donne la rifiutano e la Convenzione interviene di nuovo il 21 settembre 1793.

 

Passi tratti da: Jean Dumont, I falsi miti della Rivoluzione francese, Effedieffe, 1990.

 



[1] Pierre Gaxotte, La Rivoluzione francese, Mondadori, p. 418.

[2] Pierre Chaunu, La France, Parigi, 1982, p. 365.

[3] E. La Roy Ladurie, Prèface a Alfred Coban, Le sens de la Rèvolution Francès, Parigi, 1984, p. 12.

[4] D. W. Brogan, Le prix de la Rèvolution, Parigi 1953, p. 32 e pp. 38-39.

[5] Albert Soboul, Storia della Rivoluzione francese, Rizzoli, Milano, 1988, t. II p. 156.

[6] François Furet - Denis Richet, La Rivoluzione francese, Laterza, 1980, vol I, p. 302.

[7] Ibidem.

[8] Albert Soboul, Histoire de la Révolution française, Parigi, 1979, p. 156.

[9] Ibidem.

[10] Cfr. François Furet - Denis Richet, op. cit., vol. I, p. 423.

[11] Georges Lefebvre, Etudes sur la révolution française, 1963, pp. 246-268.

[12] Donald Greer, Incidence of the Terror during the French Revolution, Cambridge, 1951.

[13] Daniel Momet, Dictionnaire des lettres françaises, XVIIIe siècle, Parigi 1960.

 

martedì 23 aprile 2019

La Seconda guerra mondiale

 
Nella Seconda guerra mondiale (1939-45) furono coinvolti, almeno nella sua fase finale, la maggior parte degli stati del mondo. I principali contendenti furono Gran Bretagna, Francia, Stati Uniti d’America e Urss da una parte e Germania, Italia e Giappone dall’altra.

La guerra coinvolse tutti i continenti e costrinse i belligeranti a uno smisurato sforzo produttivo. Oltre all’elemento economico quello ideologico ebbe un’importanza cruciale, dato che gli ideali politici radicalmente contrapposti costituirono certamente motivi determinanti del conflitto. 

 


 

 

Le premesse

 Il fallimento della Società delle Nazioni

I presupposti del trattato di Versailles, che addossavano alla Germania e all’Austria la responsabilità della Prima guerra mondiale, non potevano alla lunga essere accettati dai Tedeschi; d’altra parte, le condizioni finanziarie e territoriali imposte alla Germania, se da un lato erano troppo dure, dall’altro non erano sufficienti a impedirne la risurrezione militare e industriale. Di fatto, le clausole del trattato costituirono il terreno di coltura per una rinascita del militarismo e del nazionalismo tedesco.

Altre minacce alla pace si andarono addensando nel corso degli anni 1930, mostrando la debolezza della Società delle Nazioni. Alcuni anni prima dello scoppio della guerra il Giappone aveva occupato la regione cinese della Manciuria (1931-32), in cui aveva costituito lo Stato vassallo del Manchoukuo, e fu pertanto costretta ad uscire dalla Società delle Nazioni, abbandonata nel 1933 anche dalla Germania. Il governo nazista diede libera attuazione a un massiccio incremento delle forze militari, in violazione delle limitazioni imposte dal trattato di pace. Quando la Germania rioccupò militarmente la Renania (7 marzo 1936), fu la Gran Bretagna, nello spirito proprio della diplomazia tradizionale volta a un equilibrio delle forze a negare il suo consenso a un intervento attivo della Società delle Nazioni, con lo scopo di contrastare in Europa l’influenza di URSS, Francia e Italia. L’uscita formale dell’Italia fascista dalla Società delle Nazioni nel dicembre 1937 ne sanzionò definitivamente la crisi.

 

Le relazioni internazionali

La conquista dell’Etiopia aveva visto la Germania nazista sostenere l'Italia fascista. Questo legame si rafforzò con la nascita dell’Asse Roma-Berlino (incontro Hitler-Ciano, 20-24 ottobre 1936), un patto d'amicizia formale e vago, ma di grande valore politico. Il patto permise una comune politica riguardo la guerra civile in Spagna (1936-39), dove si misurarono per la prima volta direttamente le forze del fascismo e dell’antifascismo europeo. Da allora la scena politica internazionale fu dominata dalle manifestazioni violente della volontà di potenza germanica. Nel marzo 1938 si ebbe l’annessione tedesca dell’Austria. La Gran Bretagna impedì che si reagisse con le armi alla politica espansionistica tedesca sperando che le mire espansionistiche di Hitler si placassero. Tale scelta è ricordata come politica dell'appeasement, della riappacificazione.

Qualche mese dopo Hitler, non pago dei territori occupati, minacciò di muovere guerra alla Cecoslovacchia col pretesto di proteggere la maggioranza tedesca che abitava la regione dei Sudeti. Per evitare il conflitto Mussolini favorì l'accordo di Monaco del settembre 1938, che autorizzò la Germania a occupare la regione. Tuttavia alcuni mesi più tardi la Germania occupò anche la Boemia e la Moravia, con la conseguente dissoluzione della Cecoslovacchia (15 marzo 1939). A quel punto fu chiaro alla classe dirigente britannica l’impossibilità della politica di appeasement fino allora perseguita. Il governo di Londra approvò ingenti stanziamenti per le forze armate e la coscrizione obbligatoria. Il 22 maggio 1939 fu conclusa a Berlino l’alleanza italo-tedesca (nota anche come patto d’acciaio). Il Patto impegnava le due potenze dell’Asse a darsi reciproco aiuto, politico, diplomatico e anche militare - in caso di conflitto- nella difesa dei rispettivi “interessi vitali”.

 

Le caratteristiche della guerra

Gli elementi essenziali che contraddistinguono la Seconda guerra mondiale sono connessi innanzitutto al carattere ideologico e totale del conflitto. Nel conflitto le alleanze acquistarono un carattere di scelta politica, civile, etica; inoltre, non solo si estese ai 5 continenti ma penetrò profondamente nella popolazione civile, coinvolgendola sia attraverso le deportazioni, i bombardamenti delle città, gli stermini, sia attraverso le formazioni combattenti volontarie civili.

Sul terreno strettamente militare, i protagonisti furono il carro armato, che liquidò la guerra di trincea e restituì il primato all’attacco, e l’aereo da bombardamento, il cui uso estensivo fu funzionale tanto alla distruzione di obiettivi militari quanto alla demoralizzazione delle popolazioni e allo scompaginamento della vita civile; suo estremo sviluppo si ebbe con l’impiego dei missili (V1 e V2 tedesche nella battaglia d’Inghilterra) e, tanto più, con l’uso dell’arma nucleare (conseguita attraverso un’affannosa competizione scientifica tra Statunitensi e Tedeschi) che pose fine al conflitto aprendo l’era atomica. Innumerevoli furono gli sviluppi dell’industria bellica e applicata; in tutti i paesi belligeranti lo sforzo produttivo fu strenuo e risultò vincitrice la coalizione più forte sul piano economico.

 

La guerra lampo nazista e gli insuccessi italiani (1939-1941)

Il patto di non aggressione tedesco-sovietico (patto Ribbentropp-Molotov), siglato il 23-24 agosto 1939, in vista dell’attacco alla Polonia, costituì l’antecedente immediato dell’attacco tedesco alla Polonia e quindi della nuova guerra mondiale. Il 1° settembre 1939 la Polonia fu invasa; il 3 Francia e Gran Bretagna dichiararono guerra al Reich senza però assumere alcuna iniziativa militare. L’Italia fin dal 1° settembre aveva invece dichiarato la ‘non belligeranza’, l’astensione dal conflitto era imposta tanto dall’impreparazione militare e morale del paese, quanto dall’ostilità della corona e di gran parte delle stesse sfere dirigenti fasciste.

Grazie alla strategia della “guerra lampo”, la Polonia fu rapidamente sconfìtta e occupata. Tra aprile e giugno del 1940 la Germania invase poi la Danimarca, la Norvegia e la Francia che, arresasi con l’armistizio di Compiègne (22 giugno 1940), fu divisa tra una zona di occupazione al Nord e il regime collaborazionista di Vichy al Sud. Nell’estate Hitler tentò l’invasione della Gran Bretagna, ma qui l’offensiva aerea tedesca fu efficacemente contrastata.

Dopo l’iniziale posizione di non belligeranza, i rapidi successi nazisti indussero Mussolini ad annunciare l’entrata in guerra dell’Italia a fianco della Germania, il 10 giugno 1940. Nei mesi successivi il regime fascista condusse quella che doveva essere la sua “guerra parallela” contro i britannici in Africa e in Grecia, andando incontro tuttavia a una serie di insuccessi che richiesero l’intervento delle truppe tedesche.

 

L’operazione Barbarossa

Nei piani nazisti, la guerra avrebbe dovuto consentire l’instaurazione di un “nuovo ordine europeo”, incentrato sul dominio del Terzo Reich e su una gerarchia razziale tra i popoli. Per porre in atto tale progetto, nel giugno 1941 Hitler attaccò l’Unione Sovietica (operazione Barbarossa). Nei primi mesi di guerra l’avanzata tedesca sembrava irresistibile, ma alla fine dell’autunno fu arrestata dalla tenace resistenza dei sovietici nella battaglia di Mosca. Tra novembre e dicembre, in mezzo alle intemperie invernali i russi respinsero i tedeschi a oltre 100 km dalla capitale e liberarono molte importanti città attorno a Mosca.

 

La Shoah

Intanto la politica antisemita nazista si stava avviando verso la “soluzione finale”. Nei territori occupati dai tedeschi gli ebrei furono prima rinchiusi nei ghetti, poi sottoposti a fucilazioni di massa nel corso dell’avanzata verso est e infine eliminati attraverso i campi di sterminio.

Il 20 gennaio 1942 avvenne la conferenza di Wannsee, una riunione in cui alti ufficiali e burocrati nazionalsocialisti, in cui si stabilì l'attuazione della cosiddetta “soluzione finale della questione ebraica”, vale a dire un vero e proprio genocidio degli ebrei europei. Nella Polonia occupata furono allestiti dei campi di sterminio. I prigionieri venivano uccisi sia attraverso spaventosi lavori forzati, sia attraverso le camere a gas. Secondo la maggior parte degli storici, gli ebrei massacrati furono tra i 5 e i 6 milioni.

 

L’attacco giapponese a Pearl Harbor

Nel dicembre del 1941 il conflitto assunse una dimensione globale con l’intervento in guerra degli

Stati Uniti provocato dall’aggressiva politica del Giappone che, nell’ambito di un piano espansionistico in Asia orientale, attaccò la flotta statunitense di stanza a Pearl Harbor, nelle isole Hawaii.

 

La svolta nel conflitto (1942-1943)

Tra il 1942 e il 1943 l’andamento della guerra subì una svolta, con le prime sconfitte delle forze dell’Asse. Nella quarta e ultima offensiva dell’Asse (27 maggio-30 giugno 1942), occupata Tobruk  in Libia (21 giugno), gli Inglesi furono inseguiti fino all’istmo di el Alamèin, dove il 30 le forze italo-tedesche si fermarono. Il nuovo comandante inglese, B. L. Montgomery, sferrò la terza offensiva britannica, travolgendo il 3 novembre 1942 le armate italo-tedesche. L’Asse perdette l’iniziativa delle operazioni; gli Alleati l’8 novembre sbarcarono in Algeria e in Marocco, portandosi nel febbraio 1943 ai margini della Tunisia. Tra il 17 aprile e il 13 maggio gli Angloamericani sferrarono l’offensiva finale, che eliminò le forze dell’Asse in Africa.

 

Intanto in Russia l’alto comando tedesco prese la decisione di sottrarre all’armata corazzata diretta verso Stalingrado un buon terzo degli effettivi per lanciarlo alla conquista del petrolio del Caucaso. Così l'esercito tedesco (Wehrmacht) si trovò a perseguire simultaneamente due obiettivi separati l’uno dall’altro da distanze enormi in cui la mancanza di vie di comunicazione rendeva impossibili gli scambi degli uomini e dei mezzi. L’attacco sovietico lanciato il 19 novembre, aveva imprigionato la VI armata tedesca nel settore di Stalingrado, tra il Don e il Volga. Questa lunga e gigantesca battaglia, definita da alcuni storici come "la più importante di tutta la Seconda guerra mondiale", segnò l'inizio della sconfitta politico-militare della Germania e dei suoi alleati e satelliti, nonché l'inizio dell'avanzata sovietica verso ovest che sarebbe terminata due anni dopo con la conquista della città di Berlino e il suicidio di Hitler. L’esito della battaglia di Stalingrado segnò la fine dell’impulso offensivo tedesco e diede inizio alla guerra di esaurimento, a tutto vantaggio della coalizione anglo-russo-statunitense.

Nel Pacifico, intanto, gli Stati Uniti riuscivano a contenere l’aggressività nipponica, a partire dai successi nelle battaglie delle isole Midway (giugno 1942) e di Guadalcanal (agosto 1942), in seguito alle quali i giapponesi dovettero abbandonare i loro progetti di invasione dell’Australia.

 

Le resistenze nell’Europa occupata

Nei paesi occupati dai nazifascisti sorsero movimenti popolari di Resistenza, che contribuirono alla lotta di liberazione con attività di spionaggio, sabotaggio o vera e propria guerriglia. Particolarmente efficaci dal punto di vista militare furono le azioni dei partigiani sovietici e iugoslavi; questi ultimi, che sotto la guida di Tito giunsero a liberare autonomamente il paese dai tedeschi, si macchiarono però anche di atti criminali nei confronti della popolazione italiana dell’Istria e della Venezia Giulia.

 

L’Italia dalla caduta del fascismo alla “guerra civile” (1943-1944)

Alla conferenza alleata di Casablanca (14-24 gennaio 1943) fu decisa l’apertura del secondo fronte e vi prevalse la tesi dello sbarco in Sicilia e dell’invasione dell’Italia. Lo sbarco degli anglo-americani in Sicilia (10 luglio 1943) segnò il crollo del regime fascista. Il 25 luglio Mussolini fu messo in minoranza dal Gran consiglio del fascismo, arrestato e sostituito dal generale Badoglio, che l’8 settembre annunciò l’armistizio con gli Alleati (firmato il 3 settembre a Cassibile in Sicilia). Il re e il governo si trasferirono nel Sud del paese, mentre i tedeschi occupavano le regioni settentrionali e centrali. Liberato dai nazisti, Mussolini fu posto a capo di un nuovo governo fascista repubblicano, la Repubblica sociale italiana (RSI). Nell’Italia occupata ebbe inizio la Resistenza, condotta da un movimento partigiano connotato da diversi orientamenti politici e guidata da un Comitato di liberazione nazionale (CLN) composto da rappresentanti dei ricostituiti partiti antifascisti. Ritiratisi a nord di Napoli, insorta il 27 settembre, mentre forze statunitensi sbarcavano ad Anzio (22 gennaio 1944), i Tedeschi opposero una tenace resistenza sulla linea Gustav, che venne infine spezzata con un attacco a Cassino (11-19 maggio 1944); seguì l’avanzata alleata verso Roma, liberata il 4 giugno.

 

La vittoria alleata (1944-1945)

Nel novembre 1943, nella conferenza di Teheran, Roosevelt, Churchill e Stalin decisero di aprire un nuovo fronte in Francia; il 6 giugno 1944 avvenne dunque lo sbarco degli Alleati in Normandia, nel nord della Francia, da cui prese le mosse l’attacco alla Germania, che tra la fine del 1944 e l’aprile del 1945 venne invasa da ovest dagli anglo-americani e da est dai sovietici.

In Italia le forze tedesche, abbandonata l’Italia centrale, si attestarono sulla linea Gotica lungo l’Appennino tosco-emiliano che crollò dopo una nuova offensiva alleata tra il 9 e il 24 aprile. Il 25 aprile 1945, in Italia il CLN lanciò l’ordine dell’insurrezione generale: era la Liberazione. Tre giorni dopo Mussolini fu giustiziato dai partigiani, mentre il 30 aprile Hitler si suicidò a Berlino. Con la resa incondizionata della Germania, il 7 maggio 1945, aveva termine la guerra in Europa. Sul fronte del Pacifico, dove i giapponesi resistevano strenuamente, il governo statunitense prese la decisione di lanciare due bombe atomiche sulle città di Hiroshima e Nagasaki (6-9 agosto 1945). Ne seguì la capitolazione del Giappone, e con essa la fine della Seconda guerra mondiale

 

I trattati di pace

I problemi della pace erano stati affrontati da USA, URSS e Gran Bretagna già nel corso del conflitto nelle conferenze di Teheran (28 novembre-1° dicembre 1943) e Jalta (4-12 febbraio 1945) con la comune enunciazione di principi ideali e politici e per la definizione, precisata a Jalta, delle rispettive sfere d’influenza nel mondo. Nella conferenza di San Francisco (25 aprile-15 giugno 1945) furono stabiliti gli statuti della futura organizzazione societaria internazionale, le Nazioni Unite. I ministri degli esteri di URSS, USA, Gran Bretagna e Francia elaborarono i trattati di pace nell’aprile-luglio 1946.

A Parigi furono sottoscritti (10 febbraio 1947) quelli riguardanti la Finlandia, la Romania, la Bulgaria, l’Italia e l’Ungheria. I trattati imponevano sanzioni economiche (riparazioni) e giuridiche (punizioni dei criminali di guerra; impegno di istituire le libertà democratiche), misure di disarmo, e vaste diminuzioni di territorio metropolitano e coloniale. I contrasti politici delineatisi nel dopoguerra fra gli Alleati impedirono la definizione del trattato di pace con la Germania. La Germania non fu considerata un soggetto di diritto internazionale e il suo destino sarebbe stato deciso unilateralmente dalle quattro potenze occupanti.

A quello col Giappone, sottoscritto il 7 settembre 1951 a San Francisco da 48 Stati membri delle Nazioni Unite, non aderì l’URSS, che nel 1956 concluse col Giappone un trattato bilaterale.

Il trattato di pace con l’Austria fu concluso a Vienna il 15 maggio 1955.

 

Conseguenze della guerra

La pratica dell’annientamento del nemico appare centrale nel complesso del conflitto. Il regime nazionalsocialista tedesco l’applicò innanzitutto all’interno ancora in periodo di pace, avviando il pianificato sterminio delle minoranze razziali e politiche. Non meno cruenta fu la risposta alleata (per es., con il bombardamento di Dresda e quelli di Hiroshima e Nagasaki), anche se priva delle motivazioni ideologiche che caratterizzavano l’aggressività dei primi. Alla fine del conflitto furono calcolati oltre 50 milioni di morti (30 nella sola Europa), oltre 2/3 dei quali civili.

Le conseguenze politiche della Seconda guerra mondiale si inseriscono in questo quadro. Gli Stati Uniti d’America erano usciti definitivamente dal tradizionale isolazionismo, sopportando una parte sostanziosa dello sforzo bellico, e avevano contribuito in modo decisivo alla vittoria alleata, assicurandosi per l’avvenire un ruolo preminente nella politica mondiale. Per altri versi, l’URSS emerse dal conflitto stremata ma con enorme prestigio per aver bloccato in direzione orientale l’espansione tedesca. In una situazione in cui anche le altre potenze vincitrici erano afflitte da giganteschi problemi di ricostruzione, fu attorno ai due grandi Stati che si riorganizzò la vita politica mondiale (sul terreno internazionale, nel 1945 nasceva l’Organizzazione delle Nazioni Unite, che assegnava un ruolo preponderante a 5 potenze vincitrici: USA, URSS, Cina, Gran Bretagna, Francia). Nel contempo, l’alleanza del periodo bellico si trasformò rapidamente in rivalità portando a una divisione dell’Europa e del mondo in sfere d’influenza; questo nuovo equilibrio bipolare (costituitosi negli anni 1945-49) avrebbe contraddistinto la politica mondiale fino alla disgregazione del blocco sovietico (1989). In questo senso, la riunificazione tedesca (1990) ha costituito di fatto la soluzione della principale delle pendenze politico-territoriali rimaste aperte dopo il conflitto.

 

Hitler e il Nazismo


«Subito dopo la sconfitta nella Prima guerra mondiale, la Germania attraversò un periodo di profonda crisi economica, sociale e politica, a cui i deboli governi di coalizione della Repubblica di Weimar, proclamata ufficialmente nell’agosto del 1919, tentarono faticosamente di porre rimedio».

sabato 28 aprile 2018

La guerra civile spagnola


Da un certo punto di vista si può dire che il secondo conflitto mondiale ha avuto un prologo nella guerra civile scoppiata in Spagna nel 1936. 

domenica 11 marzo 2018

L'Età napoleonica

LA GIOVENTÙ DI NAPOLEONE
Napoleone Bonaparte (in origine il cognome era "Buonaparte", ma fu cambiato per renderlo più simile alla lingua francese) nacque il 15 agosto del 1769, ad Ajaccio in Corsica. Tra i suoi avi, di origine toscana, c’erano tracce di nobiltà che gli permisero dei vantaggi nel campo dell’istruzione. Dall’età di 10 anni frequentò una scuola militare francese (prima ad Autun poi a Brienne e infine a Parigi) finanziata dalle casse reali.

lunedì 10 aprile 2017

GLI STATI UNITI E LA GRANDE CRISI DEL ‘29

  Il boom degli anni'20

Proprio al termine della Prima guerra mondiale, mentre l'Europa viveva anni di gravi incertezze politiche, gli Stati Uniti, favoriti dall'egemonia esercitata sull'America centrale e meridionale, si affermarono come la maggiore potenza economica del mondo disponendo di grandi risorse minerarie ed energetiche, di un'altissima produzione industriale, di una piena autonomia alimentare.