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venerdì 3 marzo 2023

Jean Dumont, I falsi miti della Rivoluzione francese

 1. PERCHÉ RIFIUTIAMO DI CELEBRARE LE MENZOGNE RIVOLUZIONARIE

 

Presa della Bastiglia da parte del popolo

Si è trattato in realtà di sparuti gruppi di vagabondi e di disertori, che cercavano munizioni (armi), il popolo francese si è tenuto alla larga.

I capi rivoluzionari fanno solo dopo la loro comparsa, quando comincia lo sfruttamento politico. Non si è trattato di nessuna presa, ma di un ingresso dalla porta ordinato dal governatore. Infine, questo ingresso non ha avuto alcun significato nella storia della libertà, in quanto nella Bastiglia non veniva custodito nessun prigioniero politico e quindi la sua “presa” non ha liberato nessuno.

 

Epopea dei volontari dell'Anno II

Di questa “epopea” non smettono di riempirsi la bocca gli oratori politici, anche quelli che parlano per la destra, come Andrè Malraux quando ha celebrato la nascita della Quinta Repubblica nel 1958, a Place de la République a Parigi. (….)

I volontari furono «volontari obbligati» che scelsero in maggioranza sia la ribellione che la diserzione: vi sono stati 800.000 disertori su 1.200.000 chiamati alle armi nel 1794[1]. Inoltre questi pretesi volontari furono anche volontari comprati dall'autorità a prezzo molto elevato, scelti fra i vagabondi, da cui il soprannome di «eroi da 500 lire» (…) che venne dato loro dai vandeani, anch’essi «volontari obbligati» ribelli.

La pessima qualità di queste truppe ha prodotto una delle più spaventose carneficine della storia militare francese: nei primi mesi «200.000 vite umane sprecate», nota Pierre Chaunu[2].

 

Pretesa di «modernizzazione decisiva» portata dalla Rivoluzione

«Infatti (…) il decennio 1789-1799 rappresenta una catastrofe nazionale per la nostra economia d’avanguardia»[3].

Quest’ultima – favorita nel 1786 dal progetto del Mercato Comune iniziato sotto la monarchia con il trattato di libero scambio con l’Inghilterra – frana sotto la Rivoluzione. Bisognerà attendere i tempi “riparatori” della monarchia restaurataperchè i nostri scambi con l’estero, in un secolo XIX ampiamente cominciato, ritornino all’alto livello prerivoluzionario del 1788»[4]. Per l’esattezza bisognerà attendere l’anno 1825, durante il regno di Carlo X. La Francia avrà così accumulato più di un terzo di secolo di ritardo nello sviluppo economico e nel commercio internazionale, un ritardo che non ha mai più recuperato.

Lo storico di Cambridge D. W. Brogan ha scritto che, molto probabilmente, se non vi fosse stata la rivoluzione la Francia sarebbe stata alla testa dell'espansione economica dalla fine del secolo XVIII, ruolo che ha lasciato all'Inghilterra. È quanto constata all’epoca proprio un testimone inglese, il deputato Edmund Burke, osservatore delle vicende economiche e politiche, che scrive: "I francesi si sono dimostrati i più abili artefici della rovina che mai siano esistiti al mondo.  Hanno interamente distrutto il loro commercio e le loro fabbriche. Hanno fatto i nosti interessi, a noi che siamo i loro rivali, meglio di quanto venti battaglie (…) non avrebbero mai potuto fare".


 

La menzogna di un popolo al potere

La Comune del 10 agosto 1792 è costituita da un’esigua minoranza di attivisti che distrugge la monarchia, instaura la Repubblica ed esercita la dittatura dell’Anno I. Ora (…) Braesch ha mostrato che, dei suoi 176 membri iniziali, soltanto  soltanto due sono operai. Tutti gli altri soo borghesi, artigiani e intellettuali, oltre a tre militari.

Fra i loro capi, nota Pierre Gaxotte, «il presidente Hueguenin è un concussionario, Rossignol un assassino, Manuel ha rubato, falsificato e venduto la corrispondenza di Mirabeau: Hebert, controllore a teatro, è stato licenziato dai variétés per borseggio, Panis è stato cacciato dal Tesoro reale per appropriazione indebita».

A quel tempo esistevano i campagnonnages, organismi che raggruppavano l'élite operaia. Dopo che la rivoluzione sopprime tutte le associazioni operaie con la legge Le Chapelier, i Pierre Compagnonnages, «caduti in sospetto, (…) si rifugiavano una volta di più nella clandestinità» (…). Essi potranno rifiorire, come del resto l’economia, con il ritorno della monarchia nel 1815.


 

La menzogna della pretesa «felicità del popolo» sotto la Rivoluzione

Di fatto, la Rivoluzione è un martirologio operaio, come hanno abbondantemente mostrato gli storici di estrema sinistra. «Dal punto di vista sociale, le conseguenze dell’assegnato furono molteplici — scrive lo storico comunista Albert Soboul, professore alla Sorbona —. Le classi popolari, vittime abituali dell’inflazione, subirono un aggravamento della loro condizioni di vita; compagnons e operai pagati in cartamoneta, videro abbassato il loro potere d’acquisto. La vita rincarava, l’aumento dei prezzi dei viveri produsse le stesse conseguenze della carestia»[5].

Del resto, il potere rivoluzionario — un potere borghese, come si è visto — conduce una politica sistematicamente antipopolare. Durante il famoso Anno II, «Saint-Just fa arrestare come sospetti alcuni operai in sciopero»[6] e la Comune di Parigi impone un tetto massimo salariale[7], che si traduce in una riduzione dei salari di circa un terzo. In questa situazione «le classi popolari sprofondano nella disperazione»[8]. «Uomini e donne cadono nelle strade per inedia, la mortalità aumenta, i suicidi si moltiplicano»[9]. Lo storico inglese Richard Cobb ha constatato che a Rouen, nei quartieri popolari, all’inizio dell’Anno IV, la mortalità raggiunse punte quattro volte superiori a quella normale: in questa città francese vi sono settecento morti in più al mese. Operai e operaie con i loro bambini vengono uccisi dalla fame e dal freddo[10]; a Parigi e nei dintorni, l’Anno IV si chiude con un’eccedenza di diecimila morti sulle nascite.

Il portavoce delle petizioni popolari, Jacques Roux, ha il coraggio di affermare che una simile situazione non sarebbe stata possibile sotto l’Ancien Régime (…).

Identica è la situazione per i contadini piccoli proprietari e per i braccianti. Come ha notato un altro storico comunista, Georges Lefebvre, predecessore di Albert Soboul alla Sorbona, la Rivoluzione «è costata molto cara»[11] ai contadini poveri. La soppressione dell’imposta ecclesiastica, della decima — fino ad allora a carico dei proprietari e l’espropriazione dei beni della Chiesa vanificano i considerevoli aiuti sociali che queste tasse e questi beni garantivano ai poveri in caso di maltempo, di carestia oppure per l’acquisto di sementi, e così via. La soppressione del regime signorile e della comunità rurale, la nascita della libertà di coltura e del diritto di recintare le terre, sopprimono di fatto la «comproprietà» — secondo la formula utilizzata da Albert Soboul — delle terre dei signori e dei contadini ricchi, che garantiva ai poveri i vecchi diritti comunitari, diritti di pascolo, di passaggio, di spigolatura, di raccolta delle ghiande e della legna, e così via, che permettevano ai poveri di sfruttare in seconda battuta i terreni, i prati e i boschi dei signori e dei ricchi, e così di nutrirsi, di avere un po’ di bestiame, di scaldarsi, di costruire.

 

La menzogna della pretesa di antiaristocratismo

Nel gergo rivoluzionario il termine "aristocratico" non designa un membro della nobiltà, ma un nemico della Rivoluzione. Così si considera aristocratico un operaio cattolico dell’Anjou o un contadino ribelle del Lozere.

Lo storico americano Donald Greer ha mostrato che, tra le vittime assassinate sotto il Terrore, soltanto l'8,5% appartiene alla nobiltà e dunque, il 91,5% di «aristocratici» appartiene al popolo[12].

 

La menzogna – o i limiti – del preteso «antimonarchismo» rivoluzionario

È certamente evidente che la rivoluzione ha distrutto la monarchia e ghigliottinato Luigi XVI. Ma è sicuramente falso che questo «antimonarchismo» sia stato più di un atteggiamento di circostanza della Rivoluzione, sia stato il suo vero progetto. Anzitutto nel 1789 non vi sono in Francia antimonarchici. «Nessuno, anche senza confessarlo, è repubblicano, constata Daniel Momet[13]. Non ve ne sono stati e non se ne trovano anche fra tutti i capofila degli intellettuali di allora, da François-Marie Arouet, detto Voltaire, a Guillaume-Thomas Raynal, da Denis Diderot a Jean-Frangois Marmontel, da Jean-Baptiste Le Rond d’Alembert a Jean-Jacques Rousseau. Quest’ultimo parla anche dell’«insopportabile e odioso giogo degli uguali», unendosi a Voltaire che amava affermare: «Val meglio servire sotto un leone di buona razza che sotto duecento topi della mia specie».

 

La menzogna maggiore: la dissimulazione del vero progetto, cioè l’anticristianesimo

Ma, si dirà, se la Rivoluzione non è antiaristocratica nè antimonarchica, che cos’è? Essa è ciò che i suoi amici democratico-cristiani d’assalto si sono ingegnati a dissimulare fino ad oggi. Essa si spiega attraverso un mese chiave (…). Questo mese, che che va dal 7 luglio 1792 (monarchico) al 10 agosto successivo (quando viene distrutta la monarchia) rivela una specificità della rivoluzione più significativa di ogni altra, perché ribalta tutto.

 Questa specificità è l’anticristianesimo totalitario, la sola vera essenza della Rivoluzione francese e il suo unico vero progetto, iniziale e finale.

Il 14 luglio 1792 e nei giorni successivi, questo anticristianesimo totalitario, questa fede nei prodigi del sacrilegio fanno osare i gesti sistematici che abbiamo lasciato intravedere: massacri di sacerdoti che avvengono un po' dappertutto in Francia e per la prima volta nella storia della Rivoluzione. La distruzione della monarchia sarà il mezzo per garantire la generalizzazione di questi massacri di sacerdoti e l'annientamento della religione.

 

 3. PERCHÉ RIFIUTIAMO DI CELEBRARE LE IGNOMINIE RIVOLUZIONARIE

Queste ignominie rivoluzionarie, numerose e multiformi, sono l’origine specifica dei crimini totalitari moderni, il modello ben attrezzato e adattabile a cui seguiranno il Gulag sovietico e i Lager nazionalsocialisti.

• L’ignominia del Terrore poliziesco, modello della Gestapo e del KGB, e anche dei terrori folli e maniacali tipo Khmer rossi di Pol Pot. Infatti, il controllo poliziesco e la repressione sono dappertutto e in ogni istante nella vita rivoluzionaria. Il terrore poliziesco è tanto meticoloso quanto universale: «Da quando siamo liberi non possiamo più uscire dalla città senza un passaporto», viene gridato in una commedia teatrale durante la breve tregua termidoriana. Un passaporto interno? Sì, proprio come nell’Unione Sovietica staliniana. Ma questo passaporto interno evidentemente non è sufficiente. Nel comune di residenza bisogna anche poter esibire il certificato di civismo, rilasciato dal comitato rivoluzionario di quartiere, in cui risiede la feccia della società, come si è potuto osservare. Senza certificato di civismo non vi è possibilità di nutrirsi: viene richiesto dai panettieri per comprare il pane e dagli altri commercianti per acquistare gli altri alimenti. Inoltre, lungo la strada viene richiesto un passaporto sull’abbigliamento, dapprima solo per gli uomini, poi anche per le donne. Questo passaporto sull’abbigliamento deve manifestare l’entusiasmo, un entusiasmo obbligatorio perché, sotto la Rivoluzione, si è sempre «volontari obbligati». Si tratta della coccarda tricolore, resa obbligatoria per tutti i francesi e le francesi con un decreto della Convenzione del 3 aprile 1793, e con nessuna possibilità di rifiutare il simbolo, o di trovarlo poco adatto, o di desiderare ornamenti più personali. Per questa ragione molte donne la rifiutano e la Convenzione interviene di nuovo il 21 settembre 1793.

 

Passi tratti da: Jean Dumont, I falsi miti della Rivoluzione francese, Effedieffe, 1990.

 



[1] Pierre Gaxotte, La Rivoluzione francese, Mondadori, p. 418.

[2] Pierre Chaunu, La France, Parigi, 1982, p. 365.

[3] E. La Roy Ladurie, Prèface a Alfred Coban, Le sens de la Rèvolution Francès, Parigi, 1984, p. 12.

[4] D. W. Brogan, Le prix de la Rèvolution, Parigi 1953, p. 32 e pp. 38-39.

[5] Albert Soboul, Storia della Rivoluzione francese, Rizzoli, Milano, 1988, t. II p. 156.

[6] François Furet - Denis Richet, La Rivoluzione francese, Laterza, 1980, vol I, p. 302.

[7] Ibidem.

[8] Albert Soboul, Histoire de la Révolution française, Parigi, 1979, p. 156.

[9] Ibidem.

[10] Cfr. François Furet - Denis Richet, op. cit., vol. I, p. 423.

[11] Georges Lefebvre, Etudes sur la révolution française, 1963, pp. 246-268.

[12] Donald Greer, Incidence of the Terror during the French Revolution, Cambridge, 1951.

[13] Daniel Momet, Dictionnaire des lettres françaises, XVIIIe siècle, Parigi 1960.

 

domenica 11 marzo 2018

L'Età napoleonica

LA GIOVENTÙ DI NAPOLEONE
Napoleone Bonaparte (in origine il cognome era "Buonaparte", ma fu cambiato per renderlo più simile alla lingua francese) nacque il 15 agosto del 1769, ad Ajaccio in Corsica. Tra i suoi avi, di origine toscana, c’erano tracce di nobiltà che gli permisero dei vantaggi nel campo dell’istruzione. Dall’età di 10 anni frequentò una scuola militare francese (prima ad Autun poi a Brienne e infine a Parigi) finanziata dalle casse reali.

lunedì 3 aprile 2017

IL CONGRESSO DI VIENNA


Mentre Napoleone è relegato all’Isola d’Elba, i rappresentanti di tutti gli stati europei si riuniscono in un congresso che dura dal settembre del 1814 al giugno del 1815.

lunedì 18 aprile 2016

Cronologia dell'età napoleonica


1796:
- Napoleone inizia la campagna d'Italia. L'esercito penetra in Piemonte e in Lombardia. Dagli "italiani antiaustriaci" Napoleone è visto come il salvatore delle autonomie repubblicane. La Francia vive del denaro preso all'estero e si impadronisce delle opere d'arte

domenica 4 ottobre 2015

Giordano Bruno: L’infinità dell’Universo dedotta dall’infinita potenza divina


Nei dialoghi del De l’infinito universo e mondi (1584) si trova l'esposi­zione più completa e sistematica della cosmologia e della fisica bruniana, i cui tratti essenziali erano stati già anticipati nella Cena delle ceneri, di pochi mesi precedente.

domenica 20 settembre 2015

Le guerre del '700

Guerra di Successione spagnola
Sul finire del secolo XVII regnava in Spagna CARLO II D'ASBURGO, che era salito sul trono nel 1665, quando aveva quattro anni. All’età di 30 anni sembrava un vecchio, aveva contratto un gran numero di malattie e, alla fine del secolo, fu chiaro che egli sarebbe morto senza prole.

martedì 5 maggio 2015

L’età di Luigi XIV

Luigi XIV di Borbone (Saint-Germain-en-Laye, 5 settembre 1638 – Versailles, 1 settembre 1715), regnò dal 14 maggio 1643 fino alla sua morte. Fu chiamato il Re Sole (in Francese Le Roi Soleil) o Re Luigi il Grande (in francese Louis Le Grand).

giovedì 27 novembre 2014

Cronologia della Rivoluzione francese


1789 

5 maggio - Apertura degli Stati Generali a Versailles.
17 Giugno - Formazione dell'Assemblea Nazionale  
20 Giugno - Giuramento della Pallacorda

9 luglio - Al terzo stato si aggiungono nobili e clero. Gli Stati generali diventano Assemblea Nazionale Costituente.

martedì 7 ottobre 2014

LA GUERRA CIVILE AMERICANA

La classe dirigente che aveva guidato gli Stati Uniti d’America dalla nascita sino al 1850 era riuscita a far convivere due realtà politiche diverse e inassimilabili. Col trascorrere del tempo tuttavia, la freddezza e il sospetto che avevano caratterizzato i rapporti tra gli stati del nord e quelli del sud si erano acutizzati e avevano iniziato a prendere una china molto pericolosa.

mercoledì 24 settembre 2014

La guerra d'indipendenza americana

NASCITA DELLE 13 COLONIE

Nell’aprile del 1607 alcune navi inglesi con circa 500 persone giunsero nell’odierna Virginia e fondarono l’insediamento di Jamestown, la prima colonia inglese nel nuovo mondo.

I coloni incontrarono molte difficoltà a sopravvivere, per via del territorio selvaggio e paludoso e dell'ostilità dei nativi americani.

sabato 13 settembre 2014

La Rivoluzione scientifica - Definizione provvisoria di scienza

(da Lucio Russo, La rivoluzione dimenticata, Feltrinelli)

Un'organizzazione del sapere di tipo rozzamente enciclopedico rischia spesso di accreditare l'esistenza di una moltitudine di "scienze", tutte con pari dignità, ciascuna caratterizzata dal suo oggetto particolare: chimica, ornitologia, matematica, tricologia, informatica e così via.  Secondo questa concezione basta delimitare un oggetto possibile di conoscenze e trovare un nome (possibilmente di origine greca) per creare una nuova "scienza”, concepita come un contenitore in cui saranno riposte tutte le "affermazioni vere" riguardanti l'oggetto specifico scelto. 

La Rivoluzione scientifica - Il problema delle premesse (di Lucio Russo)

(Sintesi di una trasmissione radiofonica andata in onda nell’aprile 2001 su radio 2)

L’antica scienza non è interessante soltanto per i risultati che erano stati raggiunti, ma lo è ancora di più per il metodo usato. La caratteristica essenziale del metodo scientifico antico, come di quello moderno, è il metodo dimostrativo. Ma naturalmente il metodo dimostrativo permette solo di ricavare conseguenze da premesse.

La rivoluzione industriale

Nel Settecento in Europa accadono grandi mutamenti demografici ed economici. La rivoluzione agraria garantisce gli alimenti necessari a sostentare un numero sempre maggiore di persone e la popolazione aumenta visibilmente e costantemente. L’Europa domina ormai il commercio marittimo internazionale grazie al sistema coloniale. Tra le grandi potenze la Gran Bretagna, dopo aver sconfitto la concorrenza coloniale francese in Nord America e in India, si garantisce un grande afflusso di materie prime e di capitali e si fa protagonista del processo noto come "rivoluzione industriale": il tradizionale sistema economico agricolo-artigianale lascia il posto ad uno nuovo caratterizzato dall'uso generalizzato di macchine azionate da energia meccanica prodotta con l'utilizzo di combustibili fossili. Nascono le prime fabbriche e il lavoro e la vita degli uomini vengono modificati profondamente.

 
La prima rivoluzione industriale si estese in seguito ad altri stati, in particolare: Francia, Germania, Stati Uniti e Giappone fino a coinvolgere l'intero Occidente e, nel XX secolo, parte di altre regioni del mondo, prime fra tutte l'Asia. Ogni paese ha seguito un proprio percorso verso la propria rivoluzione industriale e la stessa si è realizzata in modo differenziato. Così se in Inghilterra il processo prese avvio nel settore tessile, in altri paesi la rivoluzione industriale fu letteralmente trainata dall'introduzione della locomotiva a vapore, inventata nel 1803 e utilizzata per il trasporto dei passeggeri a partire dal 1825. 
In Inghilterra la prima rivoluzione industriale sorse spontaneamente e fu alimentata dall'iniziativa privata (pur sostenuta e favorita da atti legislativi emanati dal Parlamento, come quelli relativi alle recinzioni e alle strade), mentre in altri paesi lo stato diede contributi maggiori e spesso determinanti.
Il termine rivoluzione, inizialmente indicante un moto circolare che torna su sé stesso, ha in seguito definito una rottura, un capovolgimento. Con l’espressione rivoluzione industriale si fa implicitamente riferimento a questo secondo senso. Il sistema produttivo che risulta dalla rivoluzione industriale è radicalmente differente rispetto al sistema precedente di tipo agricolo-manifatturiero.
Alcuni storici minimizzano l'importanza degli avvenimenti identificati con la rivoluzione industriale sostenendo che le trasformazioni strutturali delle economie europee ebbero inizio già nel secolo precedente. Più che di una rottura si tratterebbe solo, per questi autori, di un'accelerazione di un processo già in corso.
Altri storici, come Jean Gimpel sostengono persino l'esistenza di rivoluzioni industriali precedenti a quella sorta in Inghilterra alla fine del XVIII secolo. Nell'epoca feudale si sarebbero così realizzate rivoluzioni sostanziali delle tecniche agricole e industriali, basti pensare al ruolo dei mulini. Tuttavia la grande novità introdotta dalla rivoluzione industriale non consiste tanto nell’introduzione delle macchine, che non erano una novità assoluta, ma nell’utilizzo di combustibili fossili in sostituzione di energie rinnovabili come i corsi d'acqua, la forza degli animali e il legno dei boschi.

Da un punto di vista economico, l'elemento che caratterizzò la Rivoluzione industriale è il salto di qualità nella capacità di produrre beni, cui si assiste in Gran Bretagna, a partire dalla seconda metà del Settecento. Più precisamente la crescita dell'economia inglese nel periodo 1760-1830, che raddoppiò il reddito pro capite, è la più alta registrata fino a quel momento.

 

ORIGINI DELLA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE IN INGHILTERRA

Ogni mutamento profondo dell'economia è influenzato da eventi precedenti, e così la rivoluzione industriale viene considerata da alcuni studiosi come l'ultimo momento di una serie di cambiamenti che hanno trasformato l'Europa da terra povera, sottosviluppata e poco popolata all'inizio del Medioevo, nella zona più ricca e sviluppata del mondo nel corso dell'Ottocento. Vediamo ora le cause che concorsero a produrre la nascita dell’industria meccanizzata in Inghilterra, che si trovava in una condizione nettamente più propizia a una tale trasformazione rispetto agli altri stati europei. Essa si trovava in una posizione geografica favorevole ai commerci nell’Oceano Atlantico, mentre la sua insularità le aveva consentito una facile difesa dei propri confini, evitandole le periodiche devastazioni che, al contrario, dovette subire il resto dell'Europa per le svariate guerre settecentesche.
Altro elemento favorevole furono le vie di comunicazione. Il Parlamento, tra il 1760 e il 1774, con l’intento di permettere uno spostamento rapido delle proprie truppe in ogni stagione dell’anno, emanò una serie di atti legislativi per migliorare le strade esistenti e per costruirne di nuove attraverso il sistema del pedaggio (turnpike roads) che incoraggiò l’iniziativa privata. Nella seconda metà del XVIII secolo, si assistette dunque alla costruzione di strade e canali navigabili che fornivano un contributo determinante per lo sviluppo degli scambi commerciali e per la formazione del mercato interno.

Trasformazioni demografiche. «Tra Sei­cento e Settecento (....) la popolazione crebbe in modo sostanziale e soprattutto stabilmente, cioè senza subire improvvisi arresti a causa di carestie o epidemie. Il processo di urba­nizzazione, già in atto nel Cinquecento, si consolidò, facendo delle città il vero fulcro della vita sociale, politica ed economica» (G. Maifreda, Tempi Moderni, vol. 2, p. 75). Tra il 1700 e il 1800 la popolazione europea passò da quasi 120 milioni a oltre 190 milioni. Alcuni storici parlano quindi  di “rivoluzione demografica”, per evidenziare che la crescita della popolazione europea e mondiale continuò ininterrottamente sino ai nostri giorni. Gli ultimi focolai di peste (Marsiglia 1720 e Messina 1743) furono arginati da tempestivi provvedimenti di quarantena. I progressi igienici dovuti all'uso del sapone e all'introduzione di abbigliamento intimo in cotone, meno costoso e più facilmente lavabile rispetto alla lana, unito alla sostituzione delle case in legno (habitat perfetto per topi e batteri) con quelle in mattoni ridussero la diffusione delle malattie epidemiche. Le migliorate condizioni economiche dovute all’aumento della produzione agricola (di cui parliamo più avanti) permisero l’abbassamento dell’età media in cui si contraevano i matrimoni. Lo sviluppodemografico ampliò la quantità di manodopera e di consumatori. La popolazione inglese passò da 5,8 milioni all’inizio del secolo ai 9 milioni del 1800, rendendo possibile un'ampia offerta di manodopera a basso costo. La sola Londra, all’inizio del ‘700 aveva oltre 500 mila abitanti e a fine secolo circa un milione. Questo non fu però un fattore sufficiente per dare avvio all’industrializzazione. Al contrario, avrebbe potuto essere causa di povertà se la produzione economica non fosse progredita con lo stesso ritmo.

La rivoluzione agricola. Altro fattore di fondamentale importanza per lo sviluppo della Rivoluzione industriale in Inghilterra fu la nuova agricoltura. Tra seicento e settecento in Europa le bonifiche e i disboscamenti fecero aumentare sensibilmente l'area coltivabile in tutta l’Europa. In Inghilterra le terre destinate all'agricoltura aumentarono di un terzo. L’accrescimento della produzione agricola in aree come la Gran Bretagna, l’Olanda, il nord della Francia e dell’Italia, non avvenne però soltanto attraverso l'aumento della terra coltivata, ma anche con l'incremento dei rendimenti della terra. In Inghilterra, dalla seconda metà del ‘600, ci fu una netta accelerazione del fenomeno delle enclosures, per cui molta terra demaniale lasciata al libero pascolo venne privatizzata e recintata (con siepi o muretti a secco). Questo privò i contadini più poveri del libero diritto di pastorizia e li spinse a trovare nuovo impiego nelle città. «I vecchi residui di dipendenza signorile vennero gradualmente superati, sostituiti da contratti più moderni e, soprattutto, dall'affitto in denaro. Questa forma di conduzione della terra stimolava l'imprenditorialità della famiglia coltivatrice, che non era più tenuta a versare parti significative del proprio raccolto ai signori, ma garantiva loro sempli­cemente una rendita fissa, gestendo poi la proprietà agricola come se fosse sua, con un forte incentivo a migliorarne la produttività» (Maifreda, op. cit., p. 59).

I sistemi di lavorazione dei terreni furono profondamente modificati con l'introduzione della rotazione continua delle colture. Fu adottato un nuovo sistema di rotazione mediante il ricorso alle piante foraggere (come l’erba medica o il trifoglio), che avevano la proprietà di arricchire il terreno, consentendo una produttività più elevata. Il maggese fu abbandonato e si assistette a una maggiore integrazione tra l’allevamento e l’agricoltura. Le coltivazioni di legumi e tuberi furono alternate ai cereali. La produzione dei foraggi permise un aumento dei capi da allevamento e il conseguente incremento dei concimi. Si era inoltre diffusa la coltivazione di patate e mais, alimenti provenienti dal nuovo mondo che erano serviti sino a quel momento come cibo per gli animali, che funsero da base dei consumi popolari. Il consumo esclusivo di polenta di mais (monofagismo), tuttavia, privava l’organismo della vitamina PP e causava così la diffusione della pellagra, una malattia gravissima e simile alla lebbra. 

 

Fonte: L'Idea della storia, Borgonone, Carpanetto


Le novità introdotte in campo agricolo produssero quindi in Inghilterra la progressiva riduzione delle piccole proprietà e l’affermarsi della grande azienda agricola capitalista. Sorse così nascita di un’agricoltura di mercato (non per auto-consumo ma per profitto che poteva sfruttare la manodopera a poco prezzo dei contadini che non avevano potuto sostenere le spese della enclosures, e che venivano ora pagati a giornata.  Il surplus prodotto dalla terra dava luogo a capitali che potevano essere investiti, oltre che in altri settori economici, nella nascente industria.

 

L’aumento dei commerci e la disponibilità di materie prime

L'accumulo di capitale incamerato in seguito ai commerci e la disponibilità di ingenti quantità di ferro e carbone nei paesi del Nord, facilmente trasportabili attraverso una fitta rete di canali navigabili, resero possibili gli investimenti necessari alla creazione delle prime fabbriche. L’assenza di ostacoli fiscali (dazi)  e delle corporazioni favorì enormemente i commerci inglesi rispetto al resto d’Europa. Per spiegare come si sia passati da un sistema manifatturiero (domestyc system) di tipo artigianale  a uno di tipo industriale (factory system) occorre considerare che in Inghilterra, nel periodo che precedeva la rivoluzione industriale, la domanda di beni era aumentata. Questo era dovuto sia alla crescita demografica sia al livello del reddito pro capite e dei salari, più elevati di molti paesi europei, sia alla crescente domanda di beni come, per esempio, il cotone grezzo della Virginia, fondamentale per l’industria tessile. Il monopolio del commercio del thé imposto ai coloni, così come l’”asiento”, il commercio degli schiavi neri consentirono alla corona di incamerare cifre ragguardevoli. Grandi guadagni provenivano infatti dal cosiddetto “commercio triangolare”, l’inghilterra scambiava oggetti di vario valore (perline, vetri colorati, armi, alcolici, tessuti prodotti in India) con schiavi africani che poi rivendeva in America in cambio di matalli preziosi, cotone o altre materie prime che alimentavano l’industria interna. Gli schiavi venivano portati nelle Americhe in condizioni disumane e circa il 15% moriva durante il viaggio. I tessuti di cotone erano per di più chiesti agli inglesi dai coloni americani per vestire proprio gli schiavi. Esisteva, quindi, una forte domanda di beni di largo consumo, destinati a soddisfare bisogni elementari di crescenti masse di persone in patria e all'estero. L’aumento della domanda favorì gli investimenti in impianti industriali e macchinari. 

Fonte: L'Idea della storia, Borgonone, Carpanetto

Nella seconda metà del ‘700 l'abbondante energia offerta dal carbone che alimentava la macchina a vapore venne applicata alle lavorazioni tessili, rendendo possibile una più efficiente organizzazione della produzione grazie alla divisione del lavoro e allo spostamento delle lavorazioni all'interno di fabbriche appositamente costruite, nonché alle estrazioni minerarie e ai trasporti. Nel settore tessile il passaggio graduale delle lavorazioni artigianali in un sistema di fabbrica permise di compiere investimenti in maniera graduale, via via che erano accumulati i capitali necessari. Il moderno sistema bancario unito ad un efficiente sistema del debito pubblico e a una stabile moneta furono strumenti indispensabili per la nascita dell’industria.

 

Le conoscenze scientifiche

La nascita dell’industria è stata altresì resa possibile dall'aumento delle conoscenze scientifiche sul mondo naturale. Fu infatti il nuovo metodo scientifico iniziato dall'italiano Galileo Galilei a condurre ad un sensibile (e senza precedenti) aumento delle conoscenze che gli Europei avevano sulla natura, ed in particolar modo sui materiali e le loro proprietà. Tali conoscenze scientifiche facilitarono il sorgere di conoscenze tecniche e tecnologiche che poterono essere applicate nelle prime fabbriche tessili e nell'industria siderurgica per una produzione di ferro ed acciaio che non ebbe paragoni nella precedente storia dell'umanità. Tuttavia le conoscenze scientifiche in sé sono un elemento insufficiente a spiegare il sorgere della Rivoluzione industriale in Inghilterra. Tali conoscenze erano infatti presenti anche in altri stati, ma senza il concorso di altre condizioni non sarebbero state per nulla sufficienti. Le novità che rivoluzionarono la produzione tessile non furono introdotte da scienziati, ma da persone comuni impegnate nel settore.

 

 

Le innovazioni tecnologiche

Le innovazioni tecniche coinvolsero sia le macchine utensili (che servono a lavorare i metalli), che le macchine motrici, sia le industrie tessili che l'industria pesante (metallurgia e meccanica). Quest'ultima divenne determinante nella metà del XIX secolo, in concomitanza con lo sviluppo delle ferrovie. 

Nella storia dell'umanità il maggior ostacolo alla crescita della produzione di beni è stato infatti quello energetico. Per molti secoli l'umanità si era trovata a disporre soltanto dell'energia meccanica offerta dal lavoro di uomini e animali. Questa situazione aveva impedito l’incremento della produzione, che era dipendente dal lavoro manuale. La progressiva introduzione, a partire dal Medioevo, del mulino ad acqua e del mulino a vento rappresentò la prima innovazione di rilievo. Momento fondamentale della Rivoluzione industriale fu l'introduzione della macchina a vapore, ottenuta da successive modifiche di macchine precedenti realizzate tra il 1765 e il 1782 da James Watt (1736-1819) e brevettata nel 1769.  Le attività minerarie beneficiarono della forza della macchina a vapore nella fase di estrazione dell'acqua dalle miniere, permettendo di scavare a maggiore profondità, ed anche nel trasporto del minerale estratto. I primi vagoni su rotaia servirono a portar fuori dalle miniere il minerale, poi a portarlo a destinazione. Solo in un secondo tempo il trasporto su rotaia si convertì nel trasporto di passeggeri (La prima locomotiva che collegava nel 1825 Stockton a Darlington era stata costruita da George Stephenson). L’industrializzazione produsse effetti non solo in campo economico e tecnologico, ma anche un aumento dei consumi e della quota del reddito, modifiche dei rapporti di classe, della cultura, della politica, delle condizioni generali di vita, con effetti espansivi sul livello demografico.

La produzione domestica di tessuti era particolarmente lenta nella fase della filatura, poiché occorrevano cinque filatori per alimentare un solo telaio. Lo squilibrio si accentuò intorno alla metà del XVIII secolo, quando i tempi della tessitura furono ulteriormente ridotti dalla diffusione della spoletta volante (brevettata nel 1733 da John Kay). Nella seconda metà del secolo, due importanti invenzioni modificarono ancor di più il panorama della tecnologia tessile: James Hargreaves inventò, nel 1765, la giannetta (o Spinning Jenny), mentre Richard Arkwright, nel 1767, il filatoio idraulico (o Water frame): la prima accelerava la filatura della trama da 6 a 24 volte e funzionava tramite una ruota che doveva essere girata a mano; il secondo, completamente meccanizzato, poteva produrre un filato resistente anche per l’ordito ed era in grado di avvalersi di energia idraulica. Il filato di queste due macchine non era però privo di difetti, dato che era o troppo rozzo o troppo delicato (G. Gregorini, G. Tacchini, M. Pennacchio, R. Predali , L’economia bresciana di fronte all’Unità d’Italia. Il lanificio sebino) 

Nel 1779 Samuel Crompton combinò i pregi di giannetta e filatoio idraulico ottenendo la mule -Jenny, che produceva un filato resistente e delicato nello stesso tempo. La mule-Jenny alimentava trenta fusi.

Da questo momento fu la tessitura a non reggere i ritmi accelerati della filatura; il telaio tradizionale era ormai superato. Fu Edmund Cartwright, nel 1785, a superare il collo di bottiglia inventando un telaio meccanico che, seppure ancora imperfetto, si poneva come modello per telai sempre più funzionali.

La potenza di questi congegni fu ulteriormente aumentata dall'utilizzo della macchina a vapore. In tal modo nel 1812, in Inghilterra, la produzione di tessuti in cotone aveva ormai superato quella della lana. Nel 1831 un lavoratore inglese su sei era impiegato nella produzione tessile (H. French, p.384).

Nell'arco del XIX secolo, la macchina a vapore finì per affermarsi definitivamente anche in altri rami della filiera produttiva (ad esempio, nei trasporti terrestri e marittimi). Essa sostituì le tradizionali fonti di energia che presentavano il gravissimo inconveniente di non essere disponibili nelle quantità e nei tempi e luoghi richiesti (mulini ad acqua e a vento), o di non essere instancabili e adeguate alle nuove macchine utensili (energia muscolare dell'uomo e degli animali). Con l'adozione del vapore la richiesta di ferro e di leghe adeguate subì un rapido incremento.
All'inizio del XVIII secolo, un progresso decisivo nel campo della siderurgia, ancora nella sua fase preindustriale, era stato conseguito da Abraham Darby, che per la lavorazione dei minerali ferrosi aveva iniziato ad usare, anziché il carbone di legna che si stava ormai esaurendo, il coke, ossia l'antracite (carbon fossile) fatta scaldare alla temperatura di 1200/1300 °C per 14/15 ore, al fine di liberare la maggior parte dello zolfo e di materie volatili (distillazione a secco) che avrebbero inquinato i processi di fusione. Senza tale innovazione, la siderurgia avrebbe presto incontrato «i limiti dello sviluppo», perché l'uso tradizionale del carbone di legna avrebbe in breve tempo comportato la totale distruzione delle foreste. Dato che la combustione del coke negli altiforni doveva essere ravvivata da correnti d'aria assai più intense di quelle ottenibili dai vecchi mantici azionati dai mulini, fu necessario utilizzare a questo scopo proprio la macchina a vapore, che quindi trovò la sua prima applicazione in una fonderia. 

Conseguenze della rivoluzione Industriale
La rivoluzione industriale comportò una profonda ed irreversibile trasformazione che partiva dal sistema produttivo fino a coinvolgere il sistema economico nel suo insieme e l'intero sistema sociale. L'apparizione della fabbrica e della macchina modificò i rapporti fra gli attori produttivi. Nacque così la classe operaia che riceveva, in cambio del proprio lavoro e del tempo messo a disposizione per il lavoro in fabbrica, un salario. Sorse anche il capitalista industriale, imprenditore proprietario della fabbrica e dei mezzi di produzione, che mirava ad incrementare il profitto della propria attività.

Il nuovo modo di produrre causò un generale stravolgimento delle strutture sociali dell'epoca, attraverso una impressionante accelerazione di mutamenti che portò nel giro di pochi decenni alla trasformazione radicale delle abitudini di vita, dei rapporti fra le classi sociali, e anche dell'aspetto delle città, soprattutto le più grandi.

Fu infatti prevalentemente nei centri urbani, specie se industriali, che si avvertirono maggiormente i mutamenti sociali, con la repentina crescita di grandi sobborghi a ridosso delle città, nei quali si ammassava il sottoproletariato che dalle campagne cercava lavoro nelle fabbriche cittadine. «Le masse inurbate furono sistemate in nuovi quartieri operai, sorti dal nulla e in brevissimo tempo nelle periferie, senza alcuna pianificazione da parte delle amministrazioni locali. Le famiglie operaie trovarono dimora in case malsane e sovraffollate, solitamente di piccole dimensioni, prive di luce e di servizi igienici, dove il diffondersi di epidemie - come il tifo e la tubercolosi - era frequente e favorito anche da un'alimentazione carente, visto che gli stipendi garantivano soltanto un livello minimo di sussistenza (Borgognone-Carpanetto, L'Idea della storia).

«Al fine di realizzare il maggior numero di prodotti nel minor tempo possibile, il processo produttivo era programmato in modo preciso e razionale. Era pertanto diviso in fasi, che corrispondevano alle varie operazioni compiute dalle macchine, e ciascun operaio era tenuto a eseguire soltanto quella a cui era stato assegnato, sotto il rigido controllo di sorveglianti. Si era dunque costretti a compiere un lavoro ripetitivo e spesso massacrante - le ore lavorative andavano dalle 12 alle 16 giornaliere, senza ferie e con un solo giorno di riposo, la domenica -, e non erano previste forme pensionistiche o di tutela in caso di malattia e infortunio». (L'Idea della storia, Bogognone, Carpanetto).


Le nuove macchine erano facili da usare, infatti, in fabbrica lavoravano anche bambini e donne che, più deboli e privi di qualifiche, venivano pagati a basso prezzo e si sottomettevano più docilmente alla disciplina di fabbrica. I bambini, le cui piccole mani erano perfette per alcuni come 
infilare i fili negli aghi,  iniziavano a lavorare da 5-6 anni e le ore di lavoro li rendevano deboli e malaticci. Lavoravano anche nelle miniere perché potevano entrare facilmente nei cunicoli. Gli operai iniziarono a protestare contro le miserevoli condizioni in cui erano costretti a lavorare. Questa protesta assunse livelli molto gravi col movimento luddista che distruggeva le macchine che erano simbolo del sistema produttivo. Il Parlamento inglese rispose vietando gli scioperi e comminando la pena di morte o la deportazione in Australia per i luddisti.

Una simile situazione, sia pure con diverse varianti e aspetti peculiari a seconda dell'epoca e dei Paesi industriali, si è protratta fino a tempi più recenti, e ha dato spunto per una vasta letteratura, politica, sociologica, ma anche narrativa. In Francia, ad esempio, fu Emile Zola a denunciare attraverso i suoi romanzi le miserevoli condizioni delle classi più umili nella Parigi dell'epoca. Nel romanzo Germinal egli tratta, ad esempio, delle condizioni di vita degli operai che lavoravano in una miniera nell'Ottocento. Prima ancora, in Gran Bretagna, Charles Dickens aveva più volte ritratto nei suoi romanzi (es: “Oliver Twist”) una umanità disperata e incattivita dagli spietati meccanismi produttivi imposti dalla rivoluzione industriale. In Italia tra le varie opere analoghe possiamo citare quella di Giovanni Verga che nella novella Rosso Malpelo (1880) narra le miserevoli vicende di un bambino costretto a lavorare in una cava, e Matilde Serao che ne Il ventre di Napoli, pubblicato nel 1884, descrive il degrado urbano e sociale nella capitale campana. In campo politico-filosofico è indubbio che siano state le condizioni umane e sociali delle masse operaie dell'epoca ad aver stimolato le opere di Karl Marx e Friedrich Engels, che avrebbero influito in modo rilevante sul panorama politico mondiale.