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lunedì 3 gennaio 2022

La Fenomenologia dello spirito di Hegel

La Fenomenologia dello spirito è un'opera pubblicata dal filosofo F. W. Hegel nel 1807. Il termine "fenomenologia" indica la descrizione o la "scienza" di ciò che appare. Poiché nel sistema hegeliano l'intera realtà è spirito, la fenomenologia consisterà nell'apparire dello spirito a sé stesso, cioè nel pervenire dello spirito alla consapevolezza di essere tutta la realtà, cioè l'"Assoluto" quale identità di finito e infinito, reale e razionale. In sostanza la filosofia di Hegel è l'ultimo grandioso tentativo di divinizzare il mondo compiuto da un filosofo.

Nella prefazione Hegel critica sia Fichte che Schelling. Fichte ha il merito di aver superato la prospettiva di rinuncia alla conoscenza dell'infinito del kantismo, ma Hegel lo accusa di aver individuato una “cattiva infinità”. L’infinito di Fichte è come un orizzonte che non si può mai raggiunfe. La storia umana avanza verso l’assoluto, verso l’Io puro, ma non li raggiunge mai. 

 Anche Schelling, pur avendo compiuto rispetto a Fichte un passo in avanti verso il coglimento dell'infinito, poichè aveva sostenuto la compresenza di io e non-io all’interno dell’assoluto, viene accusato di aver concepito l'assoluto come «una notte in cui tutte le vacche sono nere». In altre parole l’infinito schellinghiano, essendo unità indifferenziata di io e non-io, di finito e infinito, non permette di spiegare il sorgere delle cose finite e molteplici del mondo. Quella di  Schelling è una concezione statica dell'assoluto.

Hegel invece afferma nella Prefazione alla Fenomenologia dello spirito, che l’assoluto non è sostanza, ma soggetto. L’assoluto è dunque dinamico, in movimento come un soggetto, e non statico come una sostanza inerte.  Mentre per Fichte e per Schelling, l’assoluto è un punto di partenza, per Hegel  è il risultato di un lungo percorso di mediazioni, dei grandi eventi della storia dell'umanità (il vero è l'intero). Le parti finite della storia umana devono essere considerate nell'insieme. Se le consideriamo singolarmente, come hanno fatto le filosofie precedenti, abbiamo una visione falsata della realtà. Il vero è dunque il risultato di un divenire che si dipana in maniera ordinata attraverso un meccaniscmo logico dialettico che viene illustrato, appunto, nella fenomenologia

Il principio della risoluzione del finito nell'infinito, o dell'identità di reale e razionale, viene illustrato da Hegel in due modi diversi, corrispondenti a due differenti prospettive:

  • Da un lato egli si sofferma ad analizzare la lunga vicenda storica che, dall'alba della civiltà greca fino alla modernità, la coscienza ha compiuto per arrivare alla consapevolezza di essere l'assoluto. Tale prospettiva diacronica o fenomenologica, è seguita, appunto, nella Fenomenologia dello spirito;

  • dall'altro lato Hegel esamina il principio in questione quale appare in atto in tutte le determinazioni fondamentali della realtà: è la prospettiva sincronica, seguita nell'Enciclopedia delle scienze filosofiche in compendio.

Hegel narra dunque nella Fenomenologia la storia dell'esperienza umana e degli errori che necessariamente occorre compiere per giungere al sapere assoluto. Egli analizza tutta l'esperienza umana, quella artistica, quella religiosa, quella filosofica; esamina il diritto, la società e lo stato come momenti fondamentali dell’esperienza umana.

 La fenomenologia è quindi la storia romanzata della coscienza, la quale, attraverso infelicità e dolore, esce dalla sua individualità, raggiunge l'universalità e si riconosce come ragione che è realtà e realtà che è ragione. L'intero ciclo della fenomenologia si può vedere riassunto nella figura della "coscienza infelice". La coscienza infelice è quella che non sa di essere tutta la realtà, perciò si ritrova scissa in opposizioni dalle quali è dilaniata e dalle quali esce solo arrivando alla coscienza di essere tutto.
 La fenomenologia ha pertanto uno scopo introduttivo e pedagogico (è una bildung=formazione). Il singolo non può elevarsi alla filosofia come scienza se non ripercorrendo la tortuosa via che la coscienza umana ha compiuto per giungere alla vetta della coscienza. La fenomenologia prepara e introduce il singolo alla filosofia: cioè tende a far sì che egli si riconosca e si risolva nello spirito universale. Hegel non parla, come Kant, del metodo o del modo con cui si deve conoscere, poichè la conoscenza è come il nuoto. Non si può imparare a nuotare senza tuffarsi in acqua.


La Fenomenologia si divide in due parti. La prima parte, che tratta di esperienze individuali, comprende i tre momenti della coscienza (tesi), dell'autocoscienza (antitesi) e della ragione (sintesi). La seconda parte comprende le tre sezioni dello spirito, della religione e del sapere assoluto, e tratta di esperienze e produzioni umani sovra-individuali.

 

Coscienza

La prima tappa della Fenomenologia dello spirito è chiamata "coscienza" e si sviluppa in un contesto puramente conoscitivo (gnoseologico). La coscienza è la consapevolezza di sè e per iniziare necessita dell'incontro con un oggetto. In questa sezione Hegel mostra come la coscienza di un oggetto esterno conduca necessariamente a una forma di autocoscienza. La coscienza si articola a sua volta in:
 1) certezza sensibile;
 2) percezione;
 3) intelletto.

•                La certezza sensibile appare a prima vista come la forma di conoscenza più ricca e più sicura; in realtà è la più povera, perché non rende certi che di una mutevole e generica cosa singola. La sensibilità di per sè non è una vera conoscenza. Non mi permette di "percepire" questo albero o questa casa" presenti qui e ora davanti a me. Le sensazioni scivolano via continuamente e per poterle pensare occorre un concetto (albero, casa), con cui inquadrare le sensazioni. Per poter "pensare" il contenuto di una sensazione occorrono dunque le parole. Supponiamo di avere un mal di denti o un prurito: se provassimo a comunicarlo agli altri a parole ci renderemmo conto che le parole possono esprimere solo l’universale, il generale, non il privato. Non esiste un linguaggio per esprimere un’esperienza privata. La certezza sensibile si limita a sentire l'oggetto nella sua unicità e immediatezza. Deve dunque trapassare in altro, poichè proprio nella sua immediatezza si profila la mediazione tra ciò che è in sé e ciò che è per la coscienza: il "questo" non dipende dalla cosa, ma dall'io che la considera.

•                Il passaggio dal sapere immediato al sapere mediato si realizza con la "percezione", la quale rende esplicita la distinzione tra il soggetto che percepisce e l'oggetto percepito, implicitamente presente nella certezza sensibile. Nella percezione ci si rende consapevoli che l'unità dell'oggetto, che dal punto di vista sensibile è più cose (una mela è rossa, bianca nell'interno, profumata, pesante, ecc.) è "qualcosa" grazie all'unificazione delle sue diverse qualità operata dalla mente che percepisce grazie all'uso dei concetti (mal di denti, mela). L’intelletto, come aveva insegnato Kant, dà forma, unifica, opera distinzioni, applica proprie forme trascendentali agli oggetti.

•                L'intelletto è un ulteriore movimento dialettico che si ha quando si passa dal concetto generale al cogliere le forze interne che tengono unite le cose e alla comprensione dei concatenamenti che reggono il mondo. Si tratta di cogliere gli oggetti non come tali, ovvero non in base alle qualità sensibili che sembrano costituirli, ma come "fenomeni". Hegel ritiene che l'essenza vera dell'oggetto, che è ultrasensibile, non si può cogliere mediante l'intelletto. Pertanto, poiché l'oggetto esiste soltanto nella coscienza, allora esso non è "altro", ma è la coscienza stessa.  Quando l’intelletto si rende conto di unificare gli oggetti, si rende conto anche di se stesso. La coscienza che osserva il fenomeno osserva se stessa e diventa così autocoscienza.

 

Autocoscienza

Con l'autocoscienza, l'attenzione si sposta dall'oggetto al soggetto, cioè all'attività concreta dell'io, considerato nei suoi rapporti con gli altri. La prima figura fondamentale è quella di servo e signore. Come abbiamo visto, gli uomini prendeno coscienza di se stessi ma continuano a percepire gli altri uomini alla stregua di oggetti. Si entra così in una situazione di conflittualità.   

L'uomo, secondo Hegel, è davvero autocoscienza solo se riesce a farsi riconoscere da un'altra autocoscienza: per questo non può limitarsi a cercare negli oggetti sensibili l'appagamento dei propri desideri e dei propri appetiti, ma ha bisogno di farsi riconoscere da altri uomini. Per Hegel "il reciproco riconoscersi delle autocoscienze" non avviene tramite l'amore (che è il miracolo per cui ciò che è due diviene uno). ma passa attraverso un momento di lotta e di sfida, cioè attraverso il conflitto tra le autocoscienze. Tale conflitto, nel quale ogni autocoscienza, pur di affermare la propria indipendenza, deve essere pronta a tutto, anche a rischiare la vita, non si conclude con la morte delle autocoscienze contendenti, ma con il subordinarsi dell'una all'altra nel rapporto servo-signore. Il signore è colui che, pur di affermare la propria indipendenza, ha messo valorosamente a repentaglio la propria vita, fino alla vittoria, mentre il servo è colui che, a un certo punto, ha preferito la perdita della propria indipendenza pur di avere salva la vita. Si capisce che nella storia occidentale questo evento è il centro dell'età greco-romana.
 Tuttavia la dinamica del rapporto servo-signore è destinata a mettere capo a una paradossale inversione di ruoli, cioè ad una situazione in cui il signore diviene servo del servo e il servo signore del signore. Infatti il signore, che all'inizio appariva indipendente, nella misura in cui si limitava a godere passivamente del lavoro dei servi, finisce per dipendere da loro. Invece il servo, che era dipendente dal signore, nella misura in cui padroneggia e trasforma le cose da cui il signore riceve il proprio sostentamento, finisce per rendersi indipendente. Questo processo di progressiva acquisizione di indipendenza da parte del servo avviene tramite tre momenti:
 1) la paura della morte;
 2) il servizio;
 3) il lavoro.
 Lo schiavo è tale perché ha tremato dinnanzi alla possibilità della morte. Ma proprio in virtù di questa paura egli ha potuto sperimentare il proprio essere come qualcosa di distinto o di indipendente da quel mondo di realtà e di certezze naturali che prima gli apparivano come qualcosa di fisso e con le quali si identificava. 
Nell'essere "al servizio" la coscienza si autodisciplina e impara a vincere i propri impulsi naturali.
 Attraverso il lavoro il servo imprime alle cose una forma, dando luogo a un'opera che permane e che ha una sua autonomia. In questo senso, l'opera prodotta rappresenta il riflesso, nelle cose, della raggiunta indipendenza o autonomia del servo rispetto agli oggetti.

 

Stoicismo e scetticismo. Il raggiungimento dell'indipendenza dell'io nei confronti delle cose trova la sua manifestazione filosofica nello stoicismo, cioè in un tipo di visione del mondo che celebra l'autosufficienza e la libertà del saggio nei confronti di ciò che lo circonda. Lo stoico pretende di essere ugualmente libero sia sul trono che in catene, poiché è nel pensare che si è liberi. Ma nello stoicismo l'autocoscienza, che pretende di svincolarsi dai condizionamenti della realtà, raggiunge soltanto un'astratta libertà interiore, giacché quei condizionamenti permangono e la realtà esterna non è affatto annullata.

La pretesa di mettere completamente tra parentesi quel mondo esterno da cui lo stoico si sente indipendente appartiene invece allo scetticismo, ossia a una visione del mondo che sospende l'assenso su tutto ciò che è comunemente ritenuto vero e reale.

Hegel, però, usa contro lo scetticismo l'argomento tradizionale: quello secondo cui lo scettico si autocontraddice, poichè da un lato dichiara che tutto è vano e falso, mentre dall'altro pretende di dire qualcosa di reale e vero.

 

La coscienza infelice. Attraversata la contraddizione tra la negazione della verità e l'affermazione di una verità, la coscienza scettica trapassa nella figura della "coscienza infelice", in cui la suddetta contraddizione diviene esplicita e assume la forma di una separazione radicale tra l'uomo e Dio. L'opposizione tra uomo e Dio, tra finito e infinito, produce nella coscienza una lacerazione che genera infelicità. 
La separazione tra uomo e Dio si manifesta in un primo momento nell'ebraismo, nel quale Dio è un padrone assoluto della vita e della morte, ovvero un Signore inaccessibile di fronte a cui l'uomo si trova in uno stato di totale dipendenza. 
Il secondo momento è quello nel quale l'intrasmutabile (Dio) assume figura e corpo umani (Cristo), e in quest'esperienza vi è il primo tentativo di colmare l'abissale distanza tra i due estremi. Ma questo momento non risolve il problema (Cristo è un Dio, anche se ha forma umana, e d'altra parte sta su questa terra per un periodo troppo breve, ed è "dileguato nel tempo e nello spazio"). Più tardi si la nostalgia lascia il posto alla fallimentare ricerca e riconquista (con le Crociate) dei luoghi nei quali Cristo era vissuto e morto, che si conclude con la scoperta di un sepolcro vuoto. 
Il terzo e lungo momento successivo è quello rappresentato dall'affermarsi della coscienza religiosa cristiano-medievale, in cui la coscienza continua ad essere infelice. Manifestazioni di questa infelicità sono le sotto-figure della devozione, del fare e della mortificazione di sè, con cui si cerca di colmare la distanza rispetto al Dio che se n’è andato da questa terra promettendo di ritornare. Con la via dell'ascesi, il singolo fedele si annulla e si riduce a una specie di "cosa", nel tentativo di liberarsi dalla sua infelicità. Una liberazione che si completa in una sorta di risveglio nel quale non c'è più né Dio né l'intermediario né la coscienza infelice, ma appare la nuova figura che Hegel chiama "Ragione". Questo passaggio non avviene nel Medioevo ma nel Rinascimento e nell'età moderna. Nel suo sforzo di unificarsi con Dio il singolo si rende conto di essere lui stesso Dio, ovvero l'Universale.

 

La Ragione

Riconciliandosi con la realtà, la coscienza diventa ragione, ovvero consapevolezza della razionalità del reale. Questo processo si compie nel corso dell'età moderna, quando la coscienza, abbandonando l'inutile sforzo di identificarsi con Dio, si rende conto di essere lei stessa Dio, ovvero il soggetto assoluto, l'intera realtà, perché solo tramite la coscienza la realtà diventa visibile. Allora la ragione non è altro che la coscienza stessa diventata consapevole di essere l'intera realtà; in questa consapevolezza consiste l'idealismo, cioè l'affermazione che l'intera realtà è l'idea, il pensiero.

Il percorso attraverso cui la coscienza, riannodando il rapporto con il mondo, si fa ragione - il che equivale a dire che ricerca la razionalità della realtà - a sua volta si articola in fasi, la prima delle quali è quella della ragione osservativa, cioè la ragione tipica dell'età rinascimentale, in cui la natura è conosciuta mediante l'osservazione diretta. Questa fase passa dalla semplice osservazione alla formulazione delle leggi mediante l'esperimento, dal mondo inorganico a quello organico e, infine, alla psicologia. Con le pseudo-scienze della frenologia e della fisiognomica (la pretesa di capire il carattere dalla forma del cranio o del viso) la ragione osservativa conclude il suo ciclo, rendendosi conto che lo spirito non può coincidere con la forma di un osso.

Ma la coscienza non si ritrova nella natura semplicemente osservando la natura stessa, e la ragione non si attua come pura ragione contemplativa, bensì come attività pratica (ragione attiva), la quale cerca di realizzarsi attraverso lo sviluppo di tre figure. La prima è quella del faustismo (figura: il piacere e la necessità), in cui l'individuo, deluso dai risultati della scienza naturale, si lancia alla ricerca della vita, del suo significato più forte e del godimento della vita stessa. Ma nella ricerca del piacere l’autocoscienza si scontra con l’ineluttabilità del destino (Faust seduce Margherita ma deve subire la vendetta dei familiari, mentre Margherita è punita dalla legge per l’infanticidio), che contrasta il suo desiderio di felicità, mettendo in luce i limiti e la finitezza dell'individuo.

Il secondo tentativo è rappresentato da Hegel come l’esperienza tipica di un giovane che si contrappone alla società e alle sue leggi con motivazioni altamente morali (figura: la legge del cuore e il delirio della presunzione). Egli alle difficoltà e ai mali del mondo (il fanatismo, l'ottusità, la corruzione) contrappone la legge del cuore (allusione alle filosofie che nel corso del Settecento hanno sviluppato il tema del sentimento, e a Karl Moor, protagonista del dramma di Schiller “I Masnadieri”). Ma, dopo il fallimento del faustismo, neanche il sentimento riesce a eliminare tutti i conflitti, la legge del cuore, entra in contraddizione con altre "leggi del cuore", e si rivela anch’essa ingiusta e oppressiva.

Il terzo tentativo è quello rappresentato dal cavaliere della virtù (figura: la virtù e il corso del mondo) - attraverso cui egli denuncia l'ingenuità di chi crede di poter eliminare definitivamente il male dal mondo (esempio: Don Chisciotte, Robespierre) e l'illusione di chi, vestendo i panni del cavaliere della virtù, crede di poter moralizzare il mondo base alle proprie idee astratte.

Lo sforzo individuale della singola coscienza è dunque destinato a fallire, in quanto non in grado di raggiungere l'universalità. Di qui il passaggio a una nuova fase della coscienza denominata dell'individualità (figure: regno animale dello spirito, ragione legislatrice e ragione esaminatrice delle leggi) che tuttavia non può realizzarsi pienamente come tale, poiché l'individuo è sempre l'espressione dei rapporti socio-culturali in cui vive. In altre parole: se si rimane fermi al punto di vista dell'individuo si rimane intrappolati in una visione astratta e non è possibile raggiungere l'universalità. È allora necessario il passaggio all'attività pratica universale, cioè a quella dimensione che Hegel chiama "eticità" e che consiste nelle consuetudini, nelle istituzioni dei popoli, nelle forme dello Stato, che viene trattata nelle sezioni seguenti (spirito, religione, sapere assoluto). Con ciò Hegel intende dire che la ragione vera e reale non è quella dell'individuo, ma quella dello Stato che sta alla base di ogni atto della vita individuale. L'individuo si fonda sulla realtà storico-sociale e non viceversa. A questo punto la ragione diventa spirito, unità di soggetto e oggetto, e il suo sviluppo non riguarda più la coscienza individuale, bensì la storia dell’umanità.

lunedì 2 novembre 2020

Femminismo da non credere (introduzione)

Pubblico qui l'introduzione al mio libro di critica del femminismo radicale. Chi ne desiderasse avere una copia lo può avere scontato scrivere al mio indirizzo email: bruno.etzi@alice.it




Dai frutti si riconosce l’albero.

(Matteo 7:16-20)

 

Introduzione: Una verità rivelata

Nella prima serata del Festival della canzone italiana di Sanremo 2020 l'atmosfera è carica di pathos. La scrittrice e giornalista palestinese Rula Jebreal interviene come ospite.[1]Davanti a lei due futuristici leggii. Uno nero alla sua destra e uno bianco alla sua sinistra. Secondo Jebreal (leggio nero = la triste realtà) nei tribunali italiani regnerebbe l’abitudine di umiliare con “domande insinuanti” le donne che denunciano di essere state stuprate Prosegue il monologo alternando recriminazioni a famose strofe di canzoni dedicate alle donne (leggio bianco = il mondo ideale che vogliamo).

martedì 23 aprile 2019

La Seconda guerra mondiale

 
Nella Seconda guerra mondiale (1939-45) furono coinvolti, almeno nella sua fase finale, la maggior parte degli stati del mondo. I principali contendenti furono Gran Bretagna, Francia, Stati Uniti d’America e Urss da una parte e Germania, Italia e Giappone dall’altra.

La guerra coinvolse tutti i continenti e costrinse i belligeranti a uno smisurato sforzo produttivo. Oltre all’elemento economico quello ideologico ebbe un’importanza cruciale, dato che gli ideali politici radicalmente contrapposti costituirono certamente motivi determinanti del conflitto. 

 


 

 

Le premesse

 Il fallimento della Società delle Nazioni

I presupposti del trattato di Versailles, che addossavano alla Germania e all’Austria la responsabilità della Prima guerra mondiale, non potevano alla lunga essere accettati dai Tedeschi; d’altra parte, le condizioni finanziarie e territoriali imposte alla Germania, se da un lato erano troppo dure, dall’altro non erano sufficienti a impedirne la risurrezione militare e industriale. Di fatto, le clausole del trattato costituirono il terreno di coltura per una rinascita del militarismo e del nazionalismo tedesco.

Altre minacce alla pace si andarono addensando nel corso degli anni 1930, mostrando la debolezza della Società delle Nazioni. Alcuni anni prima dello scoppio della guerra il Giappone aveva occupato la regione cinese della Manciuria (1931-32), in cui aveva costituito lo Stato vassallo del Manchoukuo, e fu pertanto costretta ad uscire dalla Società delle Nazioni, abbandonata nel 1933 anche dalla Germania. Il governo nazista diede libera attuazione a un massiccio incremento delle forze militari, in violazione delle limitazioni imposte dal trattato di pace. Quando la Germania rioccupò militarmente la Renania (7 marzo 1936), fu la Gran Bretagna, nello spirito proprio della diplomazia tradizionale volta a un equilibrio delle forze a negare il suo consenso a un intervento attivo della Società delle Nazioni, con lo scopo di contrastare in Europa l’influenza di URSS, Francia e Italia. L’uscita formale dell’Italia fascista dalla Società delle Nazioni nel dicembre 1937 ne sanzionò definitivamente la crisi.

 

Le relazioni internazionali

La conquista dell’Etiopia aveva visto la Germania nazista sostenere l'Italia fascista. Questo legame si rafforzò con la nascita dell’Asse Roma-Berlino (incontro Hitler-Ciano, 20-24 ottobre 1936), un patto d'amicizia formale e vago, ma di grande valore politico. Il patto permise una comune politica riguardo la guerra civile in Spagna (1936-39), dove si misurarono per la prima volta direttamente le forze del fascismo e dell’antifascismo europeo. Da allora la scena politica internazionale fu dominata dalle manifestazioni violente della volontà di potenza germanica. Nel marzo 1938 si ebbe l’annessione tedesca dell’Austria. La Gran Bretagna impedì che si reagisse con le armi alla politica espansionistica tedesca sperando che le mire espansionistiche di Hitler si placassero. Tale scelta è ricordata come politica dell'appeasement, della riappacificazione.

Qualche mese dopo Hitler, non pago dei territori occupati, minacciò di muovere guerra alla Cecoslovacchia col pretesto di proteggere la maggioranza tedesca che abitava la regione dei Sudeti. Per evitare il conflitto Mussolini favorì l'accordo di Monaco del settembre 1938, che autorizzò la Germania a occupare la regione. Tuttavia alcuni mesi più tardi la Germania occupò anche la Boemia e la Moravia, con la conseguente dissoluzione della Cecoslovacchia (15 marzo 1939). A quel punto fu chiaro alla classe dirigente britannica l’impossibilità della politica di appeasement fino allora perseguita. Il governo di Londra approvò ingenti stanziamenti per le forze armate e la coscrizione obbligatoria. Il 22 maggio 1939 fu conclusa a Berlino l’alleanza italo-tedesca (nota anche come patto d’acciaio). Il Patto impegnava le due potenze dell’Asse a darsi reciproco aiuto, politico, diplomatico e anche militare - in caso di conflitto- nella difesa dei rispettivi “interessi vitali”.

 

Le caratteristiche della guerra

Gli elementi essenziali che contraddistinguono la Seconda guerra mondiale sono connessi innanzitutto al carattere ideologico e totale del conflitto. Nel conflitto le alleanze acquistarono un carattere di scelta politica, civile, etica; inoltre, non solo si estese ai 5 continenti ma penetrò profondamente nella popolazione civile, coinvolgendola sia attraverso le deportazioni, i bombardamenti delle città, gli stermini, sia attraverso le formazioni combattenti volontarie civili.

Sul terreno strettamente militare, i protagonisti furono il carro armato, che liquidò la guerra di trincea e restituì il primato all’attacco, e l’aereo da bombardamento, il cui uso estensivo fu funzionale tanto alla distruzione di obiettivi militari quanto alla demoralizzazione delle popolazioni e allo scompaginamento della vita civile; suo estremo sviluppo si ebbe con l’impiego dei missili (V1 e V2 tedesche nella battaglia d’Inghilterra) e, tanto più, con l’uso dell’arma nucleare (conseguita attraverso un’affannosa competizione scientifica tra Statunitensi e Tedeschi) che pose fine al conflitto aprendo l’era atomica. Innumerevoli furono gli sviluppi dell’industria bellica e applicata; in tutti i paesi belligeranti lo sforzo produttivo fu strenuo e risultò vincitrice la coalizione più forte sul piano economico.

 

La guerra lampo nazista e gli insuccessi italiani (1939-1941)

Il patto di non aggressione tedesco-sovietico (patto Ribbentropp-Molotov), siglato il 23-24 agosto 1939, in vista dell’attacco alla Polonia, costituì l’antecedente immediato dell’attacco tedesco alla Polonia e quindi della nuova guerra mondiale. Il 1° settembre 1939 la Polonia fu invasa; il 3 Francia e Gran Bretagna dichiararono guerra al Reich senza però assumere alcuna iniziativa militare. L’Italia fin dal 1° settembre aveva invece dichiarato la ‘non belligeranza’, l’astensione dal conflitto era imposta tanto dall’impreparazione militare e morale del paese, quanto dall’ostilità della corona e di gran parte delle stesse sfere dirigenti fasciste.

Grazie alla strategia della “guerra lampo”, la Polonia fu rapidamente sconfìtta e occupata. Tra aprile e giugno del 1940 la Germania invase poi la Danimarca, la Norvegia e la Francia che, arresasi con l’armistizio di Compiègne (22 giugno 1940), fu divisa tra una zona di occupazione al Nord e il regime collaborazionista di Vichy al Sud. Nell’estate Hitler tentò l’invasione della Gran Bretagna, ma qui l’offensiva aerea tedesca fu efficacemente contrastata.

Dopo l’iniziale posizione di non belligeranza, i rapidi successi nazisti indussero Mussolini ad annunciare l’entrata in guerra dell’Italia a fianco della Germania, il 10 giugno 1940. Nei mesi successivi il regime fascista condusse quella che doveva essere la sua “guerra parallela” contro i britannici in Africa e in Grecia, andando incontro tuttavia a una serie di insuccessi che richiesero l’intervento delle truppe tedesche.

 

L’operazione Barbarossa

Nei piani nazisti, la guerra avrebbe dovuto consentire l’instaurazione di un “nuovo ordine europeo”, incentrato sul dominio del Terzo Reich e su una gerarchia razziale tra i popoli. Per porre in atto tale progetto, nel giugno 1941 Hitler attaccò l’Unione Sovietica (operazione Barbarossa). Nei primi mesi di guerra l’avanzata tedesca sembrava irresistibile, ma alla fine dell’autunno fu arrestata dalla tenace resistenza dei sovietici nella battaglia di Mosca. Tra novembre e dicembre, in mezzo alle intemperie invernali i russi respinsero i tedeschi a oltre 100 km dalla capitale e liberarono molte importanti città attorno a Mosca.

 

La Shoah

Intanto la politica antisemita nazista si stava avviando verso la “soluzione finale”. Nei territori occupati dai tedeschi gli ebrei furono prima rinchiusi nei ghetti, poi sottoposti a fucilazioni di massa nel corso dell’avanzata verso est e infine eliminati attraverso i campi di sterminio.

Il 20 gennaio 1942 avvenne la conferenza di Wannsee, una riunione in cui alti ufficiali e burocrati nazionalsocialisti, in cui si stabilì l'attuazione della cosiddetta “soluzione finale della questione ebraica”, vale a dire un vero e proprio genocidio degli ebrei europei. Nella Polonia occupata furono allestiti dei campi di sterminio. I prigionieri venivano uccisi sia attraverso spaventosi lavori forzati, sia attraverso le camere a gas. Secondo la maggior parte degli storici, gli ebrei massacrati furono tra i 5 e i 6 milioni.

 

L’attacco giapponese a Pearl Harbor

Nel dicembre del 1941 il conflitto assunse una dimensione globale con l’intervento in guerra degli

Stati Uniti provocato dall’aggressiva politica del Giappone che, nell’ambito di un piano espansionistico in Asia orientale, attaccò la flotta statunitense di stanza a Pearl Harbor, nelle isole Hawaii.

 

La svolta nel conflitto (1942-1943)

Tra il 1942 e il 1943 l’andamento della guerra subì una svolta, con le prime sconfitte delle forze dell’Asse. Nella quarta e ultima offensiva dell’Asse (27 maggio-30 giugno 1942), occupata Tobruk  in Libia (21 giugno), gli Inglesi furono inseguiti fino all’istmo di el Alamèin, dove il 30 le forze italo-tedesche si fermarono. Il nuovo comandante inglese, B. L. Montgomery, sferrò la terza offensiva britannica, travolgendo il 3 novembre 1942 le armate italo-tedesche. L’Asse perdette l’iniziativa delle operazioni; gli Alleati l’8 novembre sbarcarono in Algeria e in Marocco, portandosi nel febbraio 1943 ai margini della Tunisia. Tra il 17 aprile e il 13 maggio gli Angloamericani sferrarono l’offensiva finale, che eliminò le forze dell’Asse in Africa.

 

Intanto in Russia l’alto comando tedesco prese la decisione di sottrarre all’armata corazzata diretta verso Stalingrado un buon terzo degli effettivi per lanciarlo alla conquista del petrolio del Caucaso. Così l'esercito tedesco (Wehrmacht) si trovò a perseguire simultaneamente due obiettivi separati l’uno dall’altro da distanze enormi in cui la mancanza di vie di comunicazione rendeva impossibili gli scambi degli uomini e dei mezzi. L’attacco sovietico lanciato il 19 novembre, aveva imprigionato la VI armata tedesca nel settore di Stalingrado, tra il Don e il Volga. Questa lunga e gigantesca battaglia, definita da alcuni storici come "la più importante di tutta la Seconda guerra mondiale", segnò l'inizio della sconfitta politico-militare della Germania e dei suoi alleati e satelliti, nonché l'inizio dell'avanzata sovietica verso ovest che sarebbe terminata due anni dopo con la conquista della città di Berlino e il suicidio di Hitler. L’esito della battaglia di Stalingrado segnò la fine dell’impulso offensivo tedesco e diede inizio alla guerra di esaurimento, a tutto vantaggio della coalizione anglo-russo-statunitense.

Nel Pacifico, intanto, gli Stati Uniti riuscivano a contenere l’aggressività nipponica, a partire dai successi nelle battaglie delle isole Midway (giugno 1942) e di Guadalcanal (agosto 1942), in seguito alle quali i giapponesi dovettero abbandonare i loro progetti di invasione dell’Australia.

 

Le resistenze nell’Europa occupata

Nei paesi occupati dai nazifascisti sorsero movimenti popolari di Resistenza, che contribuirono alla lotta di liberazione con attività di spionaggio, sabotaggio o vera e propria guerriglia. Particolarmente efficaci dal punto di vista militare furono le azioni dei partigiani sovietici e iugoslavi; questi ultimi, che sotto la guida di Tito giunsero a liberare autonomamente il paese dai tedeschi, si macchiarono però anche di atti criminali nei confronti della popolazione italiana dell’Istria e della Venezia Giulia.

 

L’Italia dalla caduta del fascismo alla “guerra civile” (1943-1944)

Alla conferenza alleata di Casablanca (14-24 gennaio 1943) fu decisa l’apertura del secondo fronte e vi prevalse la tesi dello sbarco in Sicilia e dell’invasione dell’Italia. Lo sbarco degli anglo-americani in Sicilia (10 luglio 1943) segnò il crollo del regime fascista. Il 25 luglio Mussolini fu messo in minoranza dal Gran consiglio del fascismo, arrestato e sostituito dal generale Badoglio, che l’8 settembre annunciò l’armistizio con gli Alleati (firmato il 3 settembre a Cassibile in Sicilia). Il re e il governo si trasferirono nel Sud del paese, mentre i tedeschi occupavano le regioni settentrionali e centrali. Liberato dai nazisti, Mussolini fu posto a capo di un nuovo governo fascista repubblicano, la Repubblica sociale italiana (RSI). Nell’Italia occupata ebbe inizio la Resistenza, condotta da un movimento partigiano connotato da diversi orientamenti politici e guidata da un Comitato di liberazione nazionale (CLN) composto da rappresentanti dei ricostituiti partiti antifascisti. Ritiratisi a nord di Napoli, insorta il 27 settembre, mentre forze statunitensi sbarcavano ad Anzio (22 gennaio 1944), i Tedeschi opposero una tenace resistenza sulla linea Gustav, che venne infine spezzata con un attacco a Cassino (11-19 maggio 1944); seguì l’avanzata alleata verso Roma, liberata il 4 giugno.

 

La vittoria alleata (1944-1945)

Nel novembre 1943, nella conferenza di Teheran, Roosevelt, Churchill e Stalin decisero di aprire un nuovo fronte in Francia; il 6 giugno 1944 avvenne dunque lo sbarco degli Alleati in Normandia, nel nord della Francia, da cui prese le mosse l’attacco alla Germania, che tra la fine del 1944 e l’aprile del 1945 venne invasa da ovest dagli anglo-americani e da est dai sovietici.

In Italia le forze tedesche, abbandonata l’Italia centrale, si attestarono sulla linea Gotica lungo l’Appennino tosco-emiliano che crollò dopo una nuova offensiva alleata tra il 9 e il 24 aprile. Il 25 aprile 1945, in Italia il CLN lanciò l’ordine dell’insurrezione generale: era la Liberazione. Tre giorni dopo Mussolini fu giustiziato dai partigiani, mentre il 30 aprile Hitler si suicidò a Berlino. Con la resa incondizionata della Germania, il 7 maggio 1945, aveva termine la guerra in Europa. Sul fronte del Pacifico, dove i giapponesi resistevano strenuamente, il governo statunitense prese la decisione di lanciare due bombe atomiche sulle città di Hiroshima e Nagasaki (6-9 agosto 1945). Ne seguì la capitolazione del Giappone, e con essa la fine della Seconda guerra mondiale

 

I trattati di pace

I problemi della pace erano stati affrontati da USA, URSS e Gran Bretagna già nel corso del conflitto nelle conferenze di Teheran (28 novembre-1° dicembre 1943) e Jalta (4-12 febbraio 1945) con la comune enunciazione di principi ideali e politici e per la definizione, precisata a Jalta, delle rispettive sfere d’influenza nel mondo. Nella conferenza di San Francisco (25 aprile-15 giugno 1945) furono stabiliti gli statuti della futura organizzazione societaria internazionale, le Nazioni Unite. I ministri degli esteri di URSS, USA, Gran Bretagna e Francia elaborarono i trattati di pace nell’aprile-luglio 1946.

A Parigi furono sottoscritti (10 febbraio 1947) quelli riguardanti la Finlandia, la Romania, la Bulgaria, l’Italia e l’Ungheria. I trattati imponevano sanzioni economiche (riparazioni) e giuridiche (punizioni dei criminali di guerra; impegno di istituire le libertà democratiche), misure di disarmo, e vaste diminuzioni di territorio metropolitano e coloniale. I contrasti politici delineatisi nel dopoguerra fra gli Alleati impedirono la definizione del trattato di pace con la Germania. La Germania non fu considerata un soggetto di diritto internazionale e il suo destino sarebbe stato deciso unilateralmente dalle quattro potenze occupanti.

A quello col Giappone, sottoscritto il 7 settembre 1951 a San Francisco da 48 Stati membri delle Nazioni Unite, non aderì l’URSS, che nel 1956 concluse col Giappone un trattato bilaterale.

Il trattato di pace con l’Austria fu concluso a Vienna il 15 maggio 1955.

 

Conseguenze della guerra

La pratica dell’annientamento del nemico appare centrale nel complesso del conflitto. Il regime nazionalsocialista tedesco l’applicò innanzitutto all’interno ancora in periodo di pace, avviando il pianificato sterminio delle minoranze razziali e politiche. Non meno cruenta fu la risposta alleata (per es., con il bombardamento di Dresda e quelli di Hiroshima e Nagasaki), anche se priva delle motivazioni ideologiche che caratterizzavano l’aggressività dei primi. Alla fine del conflitto furono calcolati oltre 50 milioni di morti (30 nella sola Europa), oltre 2/3 dei quali civili.

Le conseguenze politiche della Seconda guerra mondiale si inseriscono in questo quadro. Gli Stati Uniti d’America erano usciti definitivamente dal tradizionale isolazionismo, sopportando una parte sostanziosa dello sforzo bellico, e avevano contribuito in modo decisivo alla vittoria alleata, assicurandosi per l’avvenire un ruolo preminente nella politica mondiale. Per altri versi, l’URSS emerse dal conflitto stremata ma con enorme prestigio per aver bloccato in direzione orientale l’espansione tedesca. In una situazione in cui anche le altre potenze vincitrici erano afflitte da giganteschi problemi di ricostruzione, fu attorno ai due grandi Stati che si riorganizzò la vita politica mondiale (sul terreno internazionale, nel 1945 nasceva l’Organizzazione delle Nazioni Unite, che assegnava un ruolo preponderante a 5 potenze vincitrici: USA, URSS, Cina, Gran Bretagna, Francia). Nel contempo, l’alleanza del periodo bellico si trasformò rapidamente in rivalità portando a una divisione dell’Europa e del mondo in sfere d’influenza; questo nuovo equilibrio bipolare (costituitosi negli anni 1945-49) avrebbe contraddistinto la politica mondiale fino alla disgregazione del blocco sovietico (1989). In questo senso, la riunificazione tedesca (1990) ha costituito di fatto la soluzione della principale delle pendenze politico-territoriali rimaste aperte dopo il conflitto.

 

Hitler e il Nazismo


«Subito dopo la sconfitta nella Prima guerra mondiale, la Germania attraversò un periodo di profonda crisi economica, sociale e politica, a cui i deboli governi di coalizione della Repubblica di Weimar, proclamata ufficialmente nell’agosto del 1919, tentarono faticosamente di porre rimedio».

sabato 28 aprile 2018

La guerra civile spagnola


Da un certo punto di vista si può dire che il secondo conflitto mondiale ha avuto un prologo nella guerra civile scoppiata in Spagna nel 1936. 

lunedì 10 aprile 2017

GLI STATI UNITI E LA GRANDE CRISI DEL ‘29

  Il boom degli anni'20

Proprio al termine della Prima guerra mondiale, mentre l'Europa viveva anni di gravi incertezze politiche, gli Stati Uniti, favoriti dall'egemonia esercitata sull'America centrale e meridionale, si affermarono come la maggiore potenza economica del mondo disponendo di grandi risorse minerarie ed energetiche, di un'altissima produzione industriale, di una piena autonomia alimentare. 

Una spiegazione della recente crisi finanziaria ed economica

(fonte: Dave Keating, giornalista statunitense)
Quando gli Stati Uniti starnutiscono il mondo prende il raffreddore. Questo detto del Ventesimo secolo non è mai stato tanto azzeccato quanto lo è oggi, momento in cui le economie d’Europa incespicano per via di una crisi economica creata a migliaia di chilometri di distanza. Ciò che era cominciato con degli incauti prestiti concessi negli Stati Uniti è andato espandendosi a macchia d’olio sull’intero pianeta e ha generato una nuova grande depressione di portata globale.

domenica 2 aprile 2017

La guerra civile spagnola e l'Italia fascista negli anni '30


3. La crisi iberica

Il Portogallo da quando era divenuto repubblica (1910) era in una situazione di costante instabilità politica dalla quale uscì con la nascita della dittatura (Estado novo) di Oliveira Salazar, che si ispirava al fascismo italiano e dal quale riprese l’ispirazione corporativa.

domenica 6 novembre 2016

DONNE E GUERRA: UN RAPPORTO PROBLEMATICO


Esiste la convinzione, abbastanza diffusa ancora oggi, che le donne, in quanto portatrici di vita, siano naturalmente pacifiste. Secondo un’altra opinione, difesa anche da molte femministe, uomini e donne sarebbero perfettamente interscambiabili in qualsiasi attività.

Vittorio Emanuele III, il piccolo re e la Grande Guerra

L’ingresso dell’Italia nella prima guerra mondiale fu sostenuto da tanti, ma la scelta cruciale fu decisa da pochissimi: il primo ministro Antonio Salandra, il ministro degli esteri Sidney Sonnino e il re Vittorio Emanuele III, la cui adesione fu però assolutamente determinante. La politica estera, infatti,  rientrava tra le prerogative regie e l’articolo 5 dello Statuto albertino affermava che la dichiarazione di guerra spettava al re.

L'ardore interventista nella Grande Guerra


Oggi può sembrare strano ma, allo scoppio della prima guerra mondiale, non solo i nazionalisti come Enrico Corradini o i futuristi come Filippo Tommaso Marinetti, ma anche scrittori come Thomas Mann, poeti come Ungaretti, democratici come Cesare Battisti e persino pacifisti a tutto tondo come Sigmund Freud si schierarono a favore dell’intervento.

lunedì 18 aprile 2016

Teilhard de Chardin e Dietrich Bonhoeffer


Teilhard de Chardin
Gesuita francese nato nel 1881 e morto a New York il 10 Aprile 1955.
L’ordine dei Gesuiti si contrassegna per un particolare voto di obbedienza al Papa, ma de Chardin si distinse in questo; teorizzò una teologia rivoluzionaria completamente differente nel pensiero e nella modalità di configurare il mondo, per nulla obbediente rispetto alla dottrina consolidata.

domenica 28 febbraio 2016

Borsa, azioni e obbligazioni

Il nome "borsa" sembra derivi dalla denominazione di una piazza di Bruges in cui, fin dal XIV secolo, sorgeva il palazzo di una famiglia di mercanti veneti, i Della Borsa. Il nome venne poi utilizzato anche per definire altre piazze mercantili, ma ebbe la sua consacrazione ufficiale nel 1719, quando andò a definire la Bourse di Parigi.

domenica 3 maggio 2015

Alcuni sogni analizzati da Freud - Il caso del piccolo Hans


Mi trovo di nuovo dinanzi alla stazione, ma con un signore piuttosto anziano; invento un piano per rimanere sconosciuto, ma vedo questo piano già eseguito. Come se pensare e vivere fossero una cosa sola.