Aristotele è uno dei massimi pensatori di tutti i tempi. Egli, infatti, ha ridefinito il ruolo della conoscenza filosofica, non più orientandola e subordinandola alla dimensione politica (come aveva fatto Platone), ma identificandola con la conoscenza disinteressata della realtà in tutti i suoi multiformi aspetti; inoltre ha realizzato la prima formulazione delle leggi della logica e dato impulso alle ricerche in campo biologico.
Ad Aristotele si deve la riorganizzazione del sapere in un sistema organico in cui a ogni scienza particolare viene riconosciuta un'autonoma dignità e una propria specificità metodologica, ed è alla sua profonda e meticolosa indagine filosofica che deve essere attribuita l'elaborazione di gran parte del lessico e delle categorie fondamentali del pensiero occidentale.
Aristotele si formò alla scuola di Platone. Nacque a Stagira, nella penisola Calcidica, nel 384 a.C. Fu il più importante tra gli studenti dell'Accademia, dove entrò nel 367 a.C. a diciassette anni e in cui rimase fino all'età di trentasette. Suo padre Nicomaco era stato medico alla corte del re Aminta III di Macedonia e nella sua famiglia vi era una lunga tradizione scientifica. È probabile che l'interesse del filosofo per le scienze naturali e per la biologia, che riveste un ruolo di primo piano nel suo sistema, derivi da questa eredità culturale.
Il quadro delle scienze
Aristotele distingue tre gruppi di scienze:
- Scienze teoretiche (metafisica, fisica, matematica): studiano il necessario, cioè ciò che non può essere diverso da com'è, e mirano alla conoscenza disinteressata della realtà.
- Scienze pratiche (etica, politica): studiano il possibile e guidano l'azione umana verso il bene individuale e collettivo.
- Scienze poietiche o produttive (arti belle, tecniche): studiano la produzione di oggetti o opere materiali.
La Metafisica
Il termine "metafisica" indica quella parte della filosofia aristotelica che il filosofo definiva "filosofia prima" e che indaga le strutture profonde e le cause ultime della realtà. Il termine è probabilmente da attribuire ad Andronico di Rodi (I sec. a.C.) che, ordinando le opere aristoteliche, posizionò quelle relative alla filosofia prima "dopo i libri di fisica", in greco metà ta physiká. La metafisica, per Aristotele, è la "filosofia prima", lo studio dell'essere in quanto essere. A differenza delle scienze particolari che si occupano solo di porzioni specifiche della realtà, la metafisica indaga ciò che è comune a tutti gli enti.
L’interpretazione delle idee platoniche come essenza delle cose
Aristotele, con la sua formazione naturalistica, capovolge la prospettiva di Platone sulle idee. Mentre Platone riteneva che le idee fossero entità perfette e immutabili al di fuori del mondo sensibile, Aristotele critica questa visione perché rende incomprensibile il rapporto tra le idee e la realtà.
Per Aristotele, le idee o "forme" (tò tí ēn eînai) non sono separate dalle cose, ma rappresentano la loro struttura essenziale immanente, la loro "ragion d'essere". Le idee sono ciò che rende ogni singolo oggetto, come "questo gatto" o "questo albero", ciò che è.
La Domanda sull'Essere
Aristotele sposta il punto di partenza della filosofia dalle idee sulle sostanze individuali, gli oggetti che percepiamo con i sensi. Egli rivaluta il mondo sensibile, a cui Platone non dava credito. Il suo approccio è "realista": la conoscenza parte dalle cose concrete e va verso le idee che ne sono la forma.
Questa impostazione lo porta a porsi la domanda fondamentale della sua metafisica: "che cos'è l'essere dell'ente?". Per Aristotele, l'essere non ha un solo significato, ma può essere espresso in dieci modi diversi, che egli chiama categorie.
Di un ente si può pertanto dire che presenta le seguenti categorie o determinazioni:
- la sostanza (per esempio: è un uomo, un cavallo, un tavolo, un fiore);
- la qualità (per esempio: è bianco, dolce, buono);
- la quantità (per esempio: è alto 2 metri, pesa 90 chilogrammi, è suddiviso in quattro);
- la relazione (per esempio: è maggiore o minore di un altro ente, più o meno veloce);
- il luogo (per esempio: è in terra, in mare, in una determinata strada);
- il tempo (per esempio: ieri, oggi);
- l'agire (per esempio: brucia, taglia);
- il patire (per esempio: è bruciato, è tagliato);
- l'avere (per esempio: è calzato, è armato);
- il giacere (per esempio: è coricato, è seduto).
Per Aristotele, però, solo la prima delle categorie, quella della sostanza, rappresenta "l'essere dell'ente" vero e proprio; le altre costituiscono i suoi vari "modi di essere", i suoi "aspetti" particolari e contingenti, che il filosofo distingue dall'essere in sé (dalla sostanza), in ciò differenziandosi da Platone, il quale rinviava ogni aspetto dell'ente all'idea che ne costituiva il modello (ad esempio il bianco alla "Bianchezza", il basso alla "Bassezza", ecc.).
Ma allora, se l'essere dell'ente è la sostanza, la domanda centrale della metafisica sarà "che cos'è la sostanza?". Per risolvere il problema di come studiare scientificamente (in modo stabile) cose mutevoli, Aristotele elabora i concetti cardine della sua metafisica: sostanza, materia, forma, atto e potenza.
La sostanza e le sue caratteristiche
La risposta di Aristotele è che la sostanza è innanzitutto l'individuo concreto, il "questo qui": Socrate, Giovanni, Paola, ma anche questo albero, questo animale, questa cosa. In particolare, nelle Categorie Aristotele definisce gli enti di questo tipo "sostanze prime", in quanto esistono in modo autonomo e fungono sempre e soltanto da soggetti. Esse possono essere considerate sotto una duplice prospettiva: ontologica e logica, e ciò in virtù della corrispondenza istituita da Aristotele tra realtà e conoscenza, secondo cui il pensiero è speculare all'essere, ne riproduce l'immagine e la struttura.
- Dal punto di vista ontologico, le sostanze sono i soggetti reali cui ineriscono le varie proprietà (le categorie come modi di essere).
- Dal punto di vista logico, le sostanze sono i soggetti logici i quali, nel processo conoscitivo, "reggono" i vari predicati (le categorie come modi in cui si predica l'essere).
Dalle sostanze prime, che non devono essere riferite ad altro che a se stesse, il filosofo distingue le sostanze seconde: si tratta di quei concetti universali — le specie (ad esempio "uomo") e i generi (ad esempio "animale") — che per Aristotele non possono esistere indipendentemente dagli individui concreti (le sostanze prime).
Secondo Aristotele, dunque, l'essere non coincide con il mondo delle idee, come affermava il suo maestro, ma è un insieme di sostanze o enti "individuali", cioè un insieme di individui singoli dotati di varie qualità. Ognuna di tali sostanze individuali è concepita come sinolo, cioè unione indissolubile di forma e materia.
- La forma rappresenta la natura intima di una cosa, la sua essenza o struttura immanente e necessaria, ciò che fa sì che una cosa sia quella che è; ad esempio, è ciò che costituisce l'animalità degli animali, o l'umanità degli uomini, e che ne specifica il modo di essere rispetto al genere più ampio degli esseri viventi.
- La materia è l'elemento materiale che viene plasmato dalla forma, il materiale indeterminato che solo grazie alla forma assume una configurazione particolare; ad esempio, in una colonna di pietra la materia è rappresentata dalla pietra grezza, mentre la forma dall'idea che ne esprime l'essenza (il progetto dell'artista).
Con tale dottrina Aristotele supera definitivamente la dicotomia platonica tra idee e cose sensibili, in quanto l'"idea" viene ora a costituire la natura necessaria delle cose, il loro principio interiore. La sostanza è dunque, per il filosofo, "individuo concreto", sinolo di materia e forma, ma anche e soprattutto "forma", natura essenziale in virtù della quale una cosa è proprio quella cosa e non un'altra. Ad esempio, la sostanza è ciò che mi permette di capire che Socrate è un uomo non in base al fatto che abbia i capelli bianchi o la pancia prominente, ma in quanto "animale dotato di ragione".
È in questo senso che la sostanza è la categoria fondamentale e primaria degli enti: il suo essere si distingue da quello di tutti gli altri enti designati dalle categorie, i quali non sono che accidenti, nel senso etimologico del termine (dal latino accidit, "accade"), che allude a "ciò che accade" alla sostanza, al fatto che essa ha particolari attributi. Nell'esempio precedente, Socrate poteva essere biondo o bruno, alto o basso, ma ciò non avrebbe intaccato la sua natura sostanziale di "uomo". Il colore dei capelli o l'altezza sono qualità accidentali, predicati che possono essere riferiti o meno alla sostanza, senza modificare quell'essenza che costituisce il suo sostrato immutabile e permanente.
Potenza e Atto
La dottrina di potenza e atto è il modo in cui Aristotele spiega il concetto di divenire, ovvero il cambiamento e il movimento che caratterizzano la realtà. Parmenide aveva sostenuto che l'essere è e non può non essere. Di conseguenza, ogni mutamento o movimento sarebbe un passaggio dal nulla all'essere (o viceversa), il che è logicamente impossibile.Secondo Aristotele, invece, il divenire è un passaggio da una modalità di essere (potenza) a un’altra modalità di essere (atto) e non dall'essere al non-essere.
La potenza (dynamis) si riferisce alla possibilità di essere qualcosa. È la capacità o la predisposizione di un oggetto a cambiare. Ad esempio, un blocco di marmo è in potenza una statua, e un seme è in potenza un albero.
L’atto (energeia) è la realtà compiuta di quella possibilità. È la piena realizzazione di ciò che un ente è in grado di essere. La statua scolpita è il marmo in atto, e l'albero cresciuto è il seme in atto.
Il passaggio dalla potenza all’atto non avviene in modo casuale, ma è sempre guidato da un fine. Ad esempio, il seme non può diventare una statua, ma solo un albero, perché la sua potenza è intrinsecamente legata a un determinato atto finale. Questo atto finale è chiamato da Aristotele “entelechia”. L'entelechia è quindi la forma in cui un essere vivente raggiunge il pieno sviluppo del proprio potenziale e la realizzazione del proprio scopo finale. Lo scopo finale dell’uomo, ad esempio, è l’uomo (o la donna) adulto.
La fisica come scienza teoretica
Per Aristotele lo studio del mondo fisico è parte delle scienze teoretiche (insieme alla matematica e alla filosofia prima), che rappresentano il vertice a cui può giungere la conoscenza degli uomini; il filosofo, dunque, eleva al rango di scienza proprio quel mondo naturale che Platone aveva considerato inferiore e fonte di ragionamenti "probabili", non totalmente affidabili.
La fisica aristotelica è qualitativa, nel senso che tiene conto esclusivamente delle proprietà essenziali di ogni sostanza e stabilisce una differenza qualitativa tra gli elementi, e finalistica, in quanto coglie una finalità nei singoli processi dell'universo; essa, inoltre, nega ogni valore alla matematica applicata alla natura. Il pensiero scientifico moderno dovrà sostenere una dura lotta per scalzarne l'influenza — anche perché nel Medioevo la dottrina aristotelica viene rafforzata da implicazioni di carattere teologico e morale — e solo a partire da Galileo Galilei (1564-1642) potrà riaffermare il valore dello studio quantitativo della natura, innescando lo straordinario processo di sviluppo e progresso che ha caratterizzato l'epoca moderna.
Nei paragrafi seguenti analizzeremo i temi fondamentali trattati nelle due importantissime opere della Fisica e della Metafisica: la dottrina delle quattro cause, i diversi tipi di movimento presenti nell'universo, l'immagine del cosmo, la concezione di Dio e dell'anima.
Le Quattro Cause
La dottrina della sostanza è strettamente connessa con quella delle quattro cause. Ogni trasformazione, ossia ogni passaggio dalla potenza all'atto, richiede delle particolari condizioni e determinate cause: il gas non brucia se non in presenza di una fiamma, il sasso non cade se non rotola lungo un terreno inclinato, una volta staccatosi dalla montagna.
Aristotele, procedendo con rigore analitico, giunge a elaborare una sottile e originale spiegazione dei fenomeni, riconoscendo all'origine di ognuno di essi quattro tipi di cause:
- Causa materiale: la materia di cui una cosa è fatta (ad esempio il legno con cui è costruita una sedia);
- Causa formale: la forma, l'essenza, ciò che fa sì che una cosa sia proprio quella cosa e non un'altra (ad esempio l'idea, il progetto del falegname che costruisce la sedia);
- Causa efficiente: la forza che genera un mutamento, sia agendo dall'esterno, come nel caso della spinta inferta a un corpo, sia agendo dall'interno, come nel caso di una decisione o di un'azione (ad esempio il lavoro dell'artigiano);
- Causa finale: lo scopo in vista del quale il processo avviene (ad esempio il guadagno se la sedia viene venduta, o il suo utilizzo per sedersi).
Nei processi naturali la causa formale, la causa efficiente e quella finale si presentano unificate e dunque le cause si riducono a due: il fiore è nello stesso tempo la forma, la causa efficiente (perché si sviluppa da sé) e il fine della trasformazione del seme. Nei processi artificiali esse sono invece disgiunte: in una scultura, ad esempio, la causa materiale è la materia utilizzata (es: marmo), la causa formale è l'idea dell'artista (es: un uomo, un cavallo), la causa efficiente lo stesso artista, il fine potrebbe esser quello di venerare una divinità, celebrare un eroe o abbellire una piazza(possono esistere più fini).
La teoria del movimento
Per Aristotele esistono quattro tipi differenti di movimento:
- Movimento sostanziale (relativo alla sostanza): consiste nella generazione e nella corruzione (ad esempio: Socrate nasce o Socrate muore);
- Movimento qualitativo (relativo alla qualità): rappresentato dal mutamento o dall'alterazione (ad esempio: l'impallidire);
- Movimento quantitativo (relativo alla quantità): consistente nell'aumento e nella diminuzione (ad esempio: il bambino che crescendo diventa alto);
- Movimento locale o traslazione: lo spostamento da un luogo a un altro.
Quest'ultimo è il movimento fondamentale, in quanto tutti gli altri derivano da esso (generazione e corruzione, aumento e diminuzione non sono altro che spostamenti locali di materia), ed è a sua volta distinto nelle tre forme del moto naturale:
- il movimento circolare intorno al centro del mondo;
- il movimento dall'alto verso il centro;
- il movimento dal centro verso l'alto.
Il moto violento
Il moto violento avviene quando i corpi sono allontanati dai propri luoghi naturali: è il caso, ad esempio, di una pietra scagliata in aria in modo perpendicolare al suolo, oppure lanciata orizzontalmente. Tenendo conto del principio aristotelico per cui tutto ciò che si muove viene mosso da altro, sorgono dei seri interrogativi: come fa la pietra a continuare a muoversi per un certo tempo dopo che la mano dell’uomo l’ha scagliata e ha abbandonato la presa? Cosa fa continuare il volo di una freccia dopo che essa ha lasciato la corda dell’arco? Insomma: qual è la potenza motrice che mantiene in moto un proiettile dopo che esso ha lasciato chi lo ha lanciato?
Aristotele stesso ha cercato di fornire una spiegazione del fenomeno. La sua soluzione è la seguente: la causa della continuità del movimento è il mezzo, ovvero l’aria che circonda il corpo. Aristotele sostiene che il motore originario (ad esempio la mano) mette in moto non soltanto il proiettile, ma anche l’aria circostante. La forza motrice attiva una prima porzione d’aria che a sua volta ne attiva una seconda, una terza e così via, spingendo di volta in volta il proiettile in avanti. La forza motrice iniziale diminuisce progressivamente fino a che l'ultima porzione d'aria non è più in grado di comunicare la spinta. A quel punto il moto violento finisce e la pietra cade, attratta dal proprio luogo naturale.
Più tardi, a partire dal Basso Medioevo, la teoria aristotelica del moto violento venne sostituita da quella dell’impetus, un’anticipazione del principio di inerzia (un corpo persiste nel suo stato di stasi o di moto rettilineo uniforme
La visione del cosmo
Il cosmo aristotelico è compatto e ordinato: non presenta spazi vuoti, è finito e compiuto, ha un centro, un alto e un basso, e pertanto ha anche un confine e un limite estremo rappresentato dal cielo delle stelle fisse. In esso ogni cambiamento ha una causa e uno scopo specifici. Come quasi tutte le descrizioni cosmologiche antiche, l'universo aristotelico ha al proprio centro la Terra, che è sferica e immobile, circondata dall'atmosfera sublunare, oltre la quale si estendono le sfere divine dei corpi celesti eterni e incorruttibili.
L'universo aristotelico presenta dunque un dualismo tra mondo celeste e mondo terrestre, fondato proprio sulla teoria del movimento:
- Mondo celeste: è composto di etere, una sostanza ingenerata e incorruttibile che si muove solo con un movimento circolare senza inizio e senza fine, dunque perfetto.
- Mondo terrestre: composto dai quattro elementi fondamentali (terra, acqua, aria, fuoco), è soggetto al movimento locale rettilineo (dall'alto verso il basso e viceversa) ed è passibile di generazione e corruzione.
La concezione di Dio
Dio è la sostanza immutabile ed eterna che, secondo Aristotele, causa il movimento dell'universo. Il filosofo parla di tale entità divina sia nell'ultimo libro della Metafisica (Libro XII) sia nella Fisica (Libro VIII), affermando che non si tratta né di una «persona», né di un «ente assoluto» o «buono» che ama il mondo e provvede a regolarlo secondo un piano provvidenziale. Il Dio di Aristotele non si identifica con quello delle religioni monoteiste e neppure con l'interpretazione che ne darà Tommaso d'Aquino nel Medioevo.
Che cos'è dunque il Dio di Aristotele? È il principio supremo dell'universo, il culmine logico a cui fa capo la macchina cosmica e la spiegazione ultima del movimento. Le sfere celesti sono caratterizzate da un movimento perfettamente circolare ed eterno. Sulla base dei concetti della metafisica, ogni mutamento inteso come passaggio dalla potenza all'atto presuppone l'esistenza di una forza in atto che ne sia causa. Per evitare un regresso all'infinito, deve esserci necessariamente una sostanza prima, eterna e immobile che possa imprimere il primo movimento all'universo. Tale sostanza è Dio, il «primo motore immobile».
Dio deve essere pura sostanza non frammista a materia (poiché la materia è potenza e imperfezione). Essendo perfetto, Dio è atto puro e "pensiero di pensiero". Egli non muove il mondo agendo direttamente o per contatto, ma come "oggetto d'amore", attirando gli enti e l'universo verso la propria perfezione.
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