mercoledì 7 ottobre 2015

Città e Comuni nel Medio Evo

Nel Medioevo le città erano delimitate dalle mura. Con la parola urbs si intendeva la città in senso fisico, con le sue case e le sue vie; invece con la parola civitas si intendeva la comunità, la città nel senso politico e sociale.

Nel corso dell'Alto Medioevo (476-1000 d.C.) l'alleanza tra Sacro Romano Impero e Chiesa aveva garantito alla Chiesa, a partire dal IV secolo, una serie di privilegi in materia di giurisdizione e di imposte. I vescovi, grazie anche al successivo sostegno dello stato franco, avevano quindi acquisito il potere di riscuotere le tasse e garantire l'ordine pubblico. Essi erano spesso coadiuvati da consigli di preti o di ricchi capi famiglia quando dovevano affrontare problemi di interesse generale. Ai tempi dell'Impero carolingio i grandi signori feudali, come i conti, avevano invece rinunciato ad una sede stabile, visto che le città non erano più sede di produzione artigianale e di commercio, ed erano soliti spostarsi continuamente nelle varie parti del loro territorio.

Le città, durante l'alto Medioevo (tra i secoli V e X), si erano spopolate a causa del caos generato dalle invasioni barbariche e dal conseguente crollo dell’impero. I pochi gruppi di esseri umani sopravvissuti si concentravano attorno ai rari luoghi fortificati, come le abbazie o le fortezze, sperando che un potente padrone potesse proteggerli dall'assalto dei pirati Saraceni o di altri predoni come i Normanni o gli Ungari.  É probabile che la diminuzione della popolazione sia stata causata anche da un generale raffreddamento delle temperature e dalle conseguenti carestie. Un esempio di questo spopolamento è Roma: la Roma imperiale aveva avuto sino a 1 milione di abitanti, mentre nell'epoca di Carlo Magno ne aveva circa 30 mila. Gli abitanti si erano concentrati nella zona intorno al Tevere, lasciando grandi spazi liberi. Solo le città sedi vescovili non si spopolarono mai del tutto. Pur molto ridotte nella popolazione rispetto a un tempo, attorno alle loro mura si sarebbero formate le nuove città quando, sul finire del X secolo, iniziò la ripresa economica.

Solo dopo il 1000 le città ricominciarono a popolarsi. Grazie alla costruzione di numerosi castelli promossa dagli imperatori e dai loro vassalli, le aggressioni si erano notevolmente ridotte. Un clima più secco e l’aumento delle temperature medie favorirono lo sviluppo dell’agricoltura. Accanto alle mura iniziarono a formarsi i borghi, agglomerati urbani abitati da commercianti, artigiani e professionisti vari (i borghesi) che resero la città più dinamica da un punto di vista commerciale, artigianale e culturale. La crescita delle città è testimoniata dalla creazione di nuove e più grandi cinte murarie che inglobarono i borghi.

 

 Le Arti

«Nei centri urbani si concentrò anche gran parte delle attività artigianali che in precedenza avevano luogo nelle campagne e che conobbero una progressiva specializzazione. L’esigenza di tutelare tali attività e le merci che esse producevano spinse tanto gli stessi artigiani quanto i mercanti, che si occupavano di commercializzare i prodotti, a organizzarsi in associazioni di individui dediti alla medesima professione o al medesimo commercio: le Corporazioni o Arti, come le si chiamava perlopiù in Italia (dal latino ars, “mestiere, tecnica”), o ancora gilde, denominazione utilizzata soprattutto in area tedesca e inglese (da Geld, la tassa che veniva imposta agli affiliati per le spese di interesse comune).

Le Arti avevano una struttura rigidamente gerarchica, al cui vertice si trovavano i priori e i maestri (i proprietari, cioè, dei diversi esercizi). Gli statuti corporativi, che dovevano essere rispettati da tutti gli iscritti, regolamentavano minuziosamente l’attività del settore professionale di appartenenza, dall’acquisto delle materie prime agli orari di lavoro, all’apprendistato dei praticanti, ai prezzi delle merci ecc. Le Arti avevano anche potere giurisdizionale: erano infatti dotate di propri tribunali, che emanavano sentenze valide per tutti i membri e riconosciute dai governi cittadini». (Borgognone, Carpanetto, L'Idea della storia, vol. 1, p.40).

 

Nascono i comuni

Negli ultimi anni del secolo XI, in molte città d'Italia, i capi famiglia (es: mercanti, artigiani, uomini di legge, cadetti della piccola nobiltà) stipularono un patto (coniuratio), che inizialmente valeva solo per chi aveva aderito. Si trattava quindi di associazioni volontarie e private. Dopo che le famiglie più importanti ebbero tutte aderito al patto, il Comune attirò nella sua sfera di potere tutta la cittadinanza e chiese a tutti il giuramento di fedeltà. Il potere dei comuni era facilitato dai lunghi periodi di assenza dell'imperatore. Germania e Italia dipendevano dallo stesso imperatore (trattato di Verdun, 843) che, preoccupato di tenere sotto controllo i grandi e riottosi principi tedeschi, preferiva risiedere in Germania. In tal modo le città italiane, libere dalla sgradevole presenza di un potere supremo, si sentirono motivate e giustificate a rendersi sempre più autonome.

In molte città si iniziarono ad eleggere dei rappresentanti, chiamati - come nell’antica Roma - consoli (da 2 sino 24), ai quali era affidato il governo della città. Il Comune si avviava dunque a diventare un vero e proprio stato, simile alla polis greca, che esercitava il proprio predominio anche sul contado, il territorio circostante. Il potere dei consoli, che comprendeva quello militare in caso di guerra, durava generalmente da 6 mesi a un anno al massimo e non poteva essere rinnovato, onde evitare derive dittatoriali. Tutto questo processo avvenne talvolta in accordo col vescovo oppure come risultato di un conflitto terminato con la cacciata dello stesso vescovo, che era sostituito con un altro eletto dal popolo. 

I primi comuni consolari (Lucca e Pisa) sorsero nel 1085. Nei decenni successivi molte altre città dell'Italia centro-settentrionale (Pianura Padana, Veneto e Toscana, in sostanza nel Regnum italicum, sorto con il trattato di Verdun dell'843) si dotarono di simili magistrature. Il regime consolare era espressione dei cittadini più ricchi, in esso la gente comune non aveva alcuna voce.
Anche in alcune zone delle Francia e della Germania sorsero dei comuni, anche se possedevano un minore grado di autonomia. Essi non eleggevano consoli, ma erano governati da esperti di diritto detti «scabini». 
Pur essendo un fenomeno principalmente italiano, il comune non riuscì a sorgere nel Centro Italia (nel 1143 era nato un comune a Roma, ma durò pochi anni) e nel Meridione per l'ostile presenza del regno dei normanni e di quello del papa.

Le città si spartirono il contado, il territorio che le circondava, così poterono esigere tasse dai contadini e ottenere un facile approvvigionamento alimentare.

Questo stato di cose fu contestato apertamente dagli imperatori germanici. In particolare, l'imperatore Federico I, soprannominato il Barbarossa dagli italiani, nella prima Dieta di Roncaglia (1154) presso Piacenza aveva, tramite un editto, spogliato i Comuni di tutte quelle regalie (diritti) che essi avevano usurpato all'autorità imperiale: imporre tributi, battere moneta, eleggere magistrati. Tali diritti avrebbero dovuto essere esercitati da un funzionario di nomina imperiale. Successivamente Federico, dopo varie battaglie e il saccheggio di Tortona, era stato incoronato re d'Italia a Pavia (1155), antica capitale longobarda, e aveva fatto catturare l'eretico Arnaldo da Brescia, promotore di una riforma moralizzatrice della Chiesa. Sceso sino a Roma, sciolse il libero comune sorto di recente e consegnò Arnaldo al papa Adriano IV, che lo fece condannare a morte per impiccagione. Il corpo dell'eretico fu poi arso e le ceneri furono disperse nel Tevere affinchè la salma non diventasse oggetto di venerazione. A Roma Federico fu incoronato imperatore dal papa. 
Dopo essere rientrato in Germania, tornò in Italia per domare le ribellioni dei comuni che intanto erano insorti. Sconfitte Brescia e Milano, egli convocò una seconda Dieta di Roncaglia (1158) in cui  emanò, con l'ausilio dei maestri di diritto dell'Università di Bologna, un decreto imperiale chiamato Constitutio de Regalibus, con cui ribadiva i suoi diritti sovrani sui comuni.

Le Università erano istituzioni laiche (non soggette al controllo delle autorità ecclesiastiche) di insegnamento superiore che erano sorte a partire dal secolo XI per iniziativa di maestri e studenti. Lo studio era organizzato in facoltà: le 7 arti liberali, il diritto, la medicina e la teologia. Gli insegnamenti erano impartiti in latino e le conoscenze erano certificate attraverso appositi esami. I titoli erano riconosciuti ovunque. Per quanto se ne sa, la più antica università è quella di studi giuridici di Bologna, fondata nel 1088. 

La Lega lombarda contro Barbarossa
Profittando delle endemiche divisioni tra i comuni italiani, nel 1162 l'imperatore assediò, espugnò e distrusse la città di Milano che si era opposta alle decisioni di Roncaglia. Nel 1164, a causa dei soprusi dei funzionari imperiali, sorse una coalizione detta Lega Veronese che, nel 1167, confluì con altri comuni del nord nella più ampia Lega lombarda. Secondo la tradizione il patto militare fu siglato in un monastero di Pontida (a metà strada tra Bergamo e Lecco). Dopo alterne vicende, in cui anche il papa Alessandro III fu avversario dell'imperatore, il Barbarossa venne duramente sconfitto nella Battaglia di Legnano (1176) dai Comuni italiani e nel 1183, con la Pace di Costanza, riconobbe ufficialmente le prerogative che i comuni avevano già di fatto conquistato precedentemente. L'ingerenza imperiale veniva limitata nettamente, ma i Comuni riconoscevano la formale dipendenza vassallatica dall'Impero.

L'istituzione consolare entrò in crisi tra la fine del XII e l'inizio del XIII secolo. All'origine di questa crisi erano le lotte tra le grandi famiglie aristocratiche e i ceti borghesi emergenti che si disputavano il primato in un clima di inimicizie, rancori e odi che finirono col logorare progressivamente la tenuta delle antiche magistrature comunali. A quella dei consoli si sostituì la figura politica del podestà. Tale carica doveva essere ricoperta, solitamente per sei mesi o un anno, da una persona non appartenente alla città che andava a governare, in modo da evitare coinvolgimenti personali nelle controversie cittadine, garantendo quindi l'imparzialità nell'applicazione delle leggi. Il podestà era dunque una specie di mediatore che deteneva il potere esecutivo, poliziesco e giudiziario. A lui spettava anche la presidenza del Consiglio dei savi, che votava a maggioranza le leggi.

A partire dall'inizio del secolo XIII i ceti borghesi, dopo essersi uniti nelle arti, affiancarono al podestà una nuova figura, quella del capitano del popolo, espressionde dei ceti nobiliari. creando un potere parallelo che acuì le tensioni interne alla città. “L’elezione del capitano, contrapposta alle preesistenti, finì per costituire un comune nel comune: il Commune populi, spesso contrapposto al Commune maius, l’uno rappresentato dai capitani del popolo, l’altro dai podestà. I capitani assunsero funzione antimagnatizia, cioè in contrasto con i magnati (cittadini nobili e ricchi o soltanto ricchi o che, pur non possedendo tali caratteristiche, intesero fondare un tipo di amministrazione oligarchica). Talvolta – accadde a Firenze – le Arti si costituirono addirittura in governo” (Ludovico Gatto, “La grande storia del Medioevo”, iBooks)

 

Immagine tratta da: Borgognone - Carpanetto, L'Idea della storia, Vol. 1, p. 48.

Federico II e l'ultimo sogno imperiale

Un altro momento di scontro tra imperatore e papa si ebbe ai tempi dell'imperatore Federico II.

Nel 1214 Filippo II di Francia sconfisse il re d'Inghilterra Giovanni I, detto Senzaterra (battaglia di Bouvines) e l'imperatore di Germania Ottone IV, conquistando alcune importanti province francesi; l'indebolimento di Ottone IV favorì la salita al potere di Federico II, già re di Sicilia dal 1208 e imperatore di fatto nel 1215 (l'incoronazione papale avvenne nel 1220).

Il suo regno, fortemente contrastato dalla Chiesa, fu caratterizzato da una forte attività legislativa e di innovazione artistica e culturale, al fine di unificare le terre e i popoli. Federico fu protettore di artisti e studiosi, ed egli stesso fu un apprezzabile letterato. La sua corte fu luogo di incontro fra le culture greca, latina, araba ed ebraica. Nel 1224, allo scopo di formare i funzionari imperiali egli fondò a Napoli uno Studium generale, la prima università fondata per decreto regio. 

«Nel 1231 nel castello di Melfi, in Lucania, che fu una delle numerose residenze italia­ne della sua corte itinerante, emanò, assistito dal giudice Pier della Vigna, suo consi­gliere di stato, il Liber augustalis, noto anche come Constitutiones melfitanae (Costituzioni di Melfi). Si trattava di una raccolta di leggi organica, fondata sul diritto romano e nor­manno, in cui l'imperatore riaffermava la sua superiorità sui feudatari e sulla Chiesa, riorganizzava la giustizia, affidandola a funzionari regi, e istituiva un apparato finan­ziario per la gestione del patrimonio demaniale e la riscossione di dazi e pedaggi.» (G, Maifreda, Tempi Moderni I, p. 92)


Dopo una lunga guerra contro i comuni del nord Italia, Enzo, uno dei figli di Federico, fu sconfitto e preso prigioniero nella battaglia di Fossalta (1249). L'anno dopo Federico morì senza aver potuto realizzare il suo sogno di restaurazione della grandezza passata dell'impero. Suo successore fu il figlio  Manfredi, che tentò di continuare l'opera del padre ma fu ucciso nel 1266 durante la battaglia di Benevento, sconfitto dalle truppe del fratello del re di Francia, Carlo I d'Angiò, chiamato in Italia dal papa Urbano IV. Nel 1268 anche Corradino, un nipote sedicenne di Manfredi e di Federico II, fu sconfitto in battaglia dai soldati di Carlo d'Angiò e decapitato. Il sogno imperiale degli Svevi era finito.

 

lunedì 5 ottobre 2015

Parmenide di Elea

Il viaggio simbolico verso la verità. Un ampio frammento contiene il proemio del poema in cui il filosofo racconta del viaggio che ha compiuto, sotto la guida delle Eliadi (le figlie del sole), verso la porta dalla quale si separano la via della luce, del giorno - da cui si accede al dominio della verità - e la via delle tenebre, della notte, dell'errore (vedremo poi che esiste anche una problematica terza via). Si tratta di un viaggio iniziatico, che ha come meta l'acquisizione di un sapere profondo, non accessibile a tutti. Secondo Sesto Empirico - medico e filosofo greco (180-220 d.C.) - le cavalle rappresenterebbero le passioni, la via sarebbe l’itinerario che la stessa anima compie con la guida della dea (la ragione) le fanciulle che guidano le cavalle sarebbero le sensazioni  (Contro i matematici, VII, 112 segg.).


Perché l'immagine del viaggio? Perché chi si mette per via accetta di confrontarsi con una serie di eventuali imprevisti lungo il percorso, di mettersi alla prova in situazioni diverse, maturando gradualmente la sua esperienza (così come nel modello dell'insegnamento iniziatico si procede per tappe successive verso il vero sapere). Inoltre il viaggio allude, in forma simbolica, allo sforzo intellettuale del pensatore che si distacca dal mondo dell'esperienza quotidiana e arriva alla conoscenza della verità, indicatagli, nella rappresentazione letteraria, dalla bocca di una dea. La stessa rappresentazione solenne della partenza del filosofo in compagnia di fanciulle divine accentua l'idea del distacco dalla vita usuale.


A prima vista, può sembrare che Parmenide, facendo riferimento alla dea guida da cui apprende la verità, si ricolleghi al modello dei poemi antichi, dove l'autore, accingendosi al racconto, invoca l'ispirazione della Musa. Ma nei contenuti il proemio parmenideo annuncia qualcosa di nuovo: mentre nei poemi antichi il poeta si affidava alla divinità perché lo aiutasse a narrare i fatti accaduti, qui la dea è presentata come portatrice di un messaggio che definisce ciò che può essere legittimamente detto e pensato dagli uomini (e insieme ciò che non può essere detto e pensato). La dea indica perciò a Parmenide la via che dovrà percorrere, la via della luce, accanto alla quale si aprono altre due vie: l'una impercorribile, la via delle tenebre e dell'errore, l'altra illusoria e ingannevole, ma di fatto percorsa dagli uomini (la quale nella prima parte del poema resta in ombra).


Indicare la via significa indicare un metodo per arrivare a una meta; dunque la dea insegna a Parmenide il metodo per procedere verso la verità, mostrandogli al tempo stesso come riconoscere la via impercorribile, cioè la via dell'errore.


L'opposizione essere-non essere. La via della luce dice «che è e che non è possibile che non sia»; la via delle tenebre, all'opposto, dice «che non è e che è necessario che non sia, perché il non essere non lo puoi pensare né esprimere».


  Proviamo a sciogliere il non facile linguaggio parmenideo, denso però di rilevanti contenuti filosofici. Innanzitutto osserviamo che nelle scarne formule dei discorsi che contraddistinguono le due vie si enunciano dei predicati verbali di cui non è precisato il soggetto; di qui l'emergere dell'opposizione radicale: è-non è.


Prendiamo ora in esame le parole inerenti alla via della luce, la via percorribile: dire che qualcosa è e che non è possibile che non sia, significa riconoscere la necessità di una certa affermazione e l'impossibilità dell'affermazione opposta. Essere e non essere sono qui considerati come assolutamente disgiunti, estranei l'uno all'altro.


II non essere assoluto. Quanto alla seconda via, quella impercorribile delle tenebre, che dice "che non è", bisogna tenere presente che il discorso di Parmenide si riferisce al non essere in senso assoluto, senza specificazioni.



Ricorriamo a un esempio per spiegare che cosa significa non essere assoluto. Se dico «il libro non è sul tavolo», con il predicato "non è" intendo che il libro non è (non si trova) in una certa posizione, ma non che il libro non è assolutamente, cioè non esiste. Allora, "non è" può voler dire sia non essere in qualche modo (non è sul tavolo) sia non essere assolutamente (non esistere).



Quando Parmenide usa il verbo "non essere", gli dà un significato assoluto: non essere, senza specificazioni equivale a non esistere. Ma ciò che non esiste assolutamente è il nulla. In questo senso allora risulta impossibile dire che qualcosa non è, perché equivarrebbe a dire (e a pensare) il nulla. La via delle tenebre è impercorribile per il pensiero appunto perché non è possibile né dire né pensare ciò che non è.



L'essere assoluto. Ma anche l'essere, il predicato "è", viene inteso da Parmenide in senso assoluto, senza specificazioni. Ci sono cose - come la penna - delle quali posso in qualche modo dire che non sono (la penna non è sul tavolo, non è blu, ecc,), pur essendo esistenti. L'essere di cui parla Parmenide è invece necessariamente (non è possibile che non sia). Questo comporta di conseguenza che le cose mutevoli (che ora sono, ora non sono) non appartengono all'essere e come tali non esistono. Eppure noi vediamo un mondo popolato di cose che divengono, che nascono, si trasformano e muoionoin che modo si concilia l'affermazione dell'essere come ciò che è assolutamente (escludendo la realtà del divenire) con l'esperienza comune? Secondo Parmenide in nessun modo; il rigore del pensiero - che afferma che l'essere è e non può non essere - costringe ad affermare che l'essere è assolutamente (che è l'opposto del nulla), mentre le cose mutevoli che appaiono nell'esperienza sono pura illusione.

La stella, la casa, l'albero sono l'essere? No, non sono l'essere. Ognuna di queste cose allora non è. Ma allora il mondo è opinione illusoria (doxa). (Emanuele Severino, Il caffè filosofico)

 

Essere, pensiero, linguaggio. Il modo in cui Parmenide imposta il suo discorso sull'essere e il non essere sottolinea il legame profondo che sussiste tra l'essere, il pensiero e il linguaggio (un legame che deve essergli parso tanto evidente da darlo in qualche modo per scontato). Esso costituisce il fondamento dell'intera riflessione parmenidea.

 

Solo ciò che è, ciò che non è non essere, può essere detto e pensato e, viceversa, solo ciò che può essere detto e pensato è. Come si potrebbe pensare il non essere, il nulla? Come si potrebbe dire il nulla? Pensare il nulla non è la stessa cosa che non pensare, annullare il pensiero?

Con l'affermazione dello stretto rapporto fra essere, pensiero e linguaggio si afferma un principio che, da Parmenide in poi, costituisce un elemento-base del discorso filosofico: è sempre e pienamente vero solo ciò che è necessario, ovvero ciò il cui opposto è impossibile. La proposizione «L'essere è» è sempre vera, mentre la proposizione opposta «L'essere non è» - data la disgiunzione radicale tra essere e non essere – dichiara qualcosa di contraddittorio, impossibile.



Gli attributi dell'essere. Quali caratteristiche contraddistinguono l'essere che si mostra sulla via della luce? Per definirle Parmenide ricorre a una forma di ragionamento, la confutazione, che, ammettendo il contrario di quello che vuole dimostrare, fa risaltare le contraddizioni, gli errori e le incongruenze che discendono dall'avere accolto determinate premesse iniziali.

Attraverso questo procedimento Parmenide dimostra che l'essere è uno, immobile (non sottoposto a movimento), immutabile, eterno, indivisibile. Per esempio, se si ammette che l'essere è molteplice, ciascuno di questi molteplici non è gli altri molteplici e quindi in qualche modo non è. Oppure, se si ammette che l'essere muta, passa cioè attraverso stati diversi (da caldo diventa freddo, da piccolo grande ecc.), al termine del processo di trasformazione esso non è quello che era prima o è quello che non era prima. Per non cadere in tali contraddizioni è dunque necessario concludere che l'essere è uno, immutabile, ingenerato, eterno, omogeneo e immobile.



Tra le proprietà dell'essere Parmenide include anche la finitezza. Se l'essere fosse infinito (non finito) sarebbe incompiuto e quindi mancante di qualcosa; ma se è privo di qualcosa significa che non è ciò di cui è privo. Anche in questo caso, dunque, ne verrebbe che l'essere in qualche modo non è, contro la disgiunzione assoluta tra "è" e "non è" che la via della verità impone. L'essere finito è descritto da Parmenide come una sfera compatta, la cui figura ben rappresenta il carattere di compiutezza, omogeneità e totalità che appartiene all'essere. Questa sfera perfetta - dice Parmenide nel poema - è avvinta, bloccata con robusti legami dalla Giustizia (Dike), che in tal modo le impedisce di allontanarsi da sé, cioè di divenire.



La terza via. Oltre alla via della verità e a quella dell'errore se ne apre una terza, lungo la quale si incamminano per lo piú gli uomini e che per certi aspetti si sovrappone alla via delle tenebre. Infatti nei discorsi dei mortali, i quali parlano delle cose molteplici e del loro divenire, si ammette sia la possibilità di dire "che è", sia la possibilità di dire "che non: " (la penna è sul tavolo e non è nella borsa), identificando cosí l'essere e il non essere.



Tuttavia - afferma la dea nella rappresentazione poetica - è opportuno conoscere anche le opinioni comuni e a questo argomento Parmenide dedica la seconda parte del poema sulla natura, di cui rimangono però pochissimi frammenti; di qui la difficoltà a ricostruirne le linee.


Come abbiamo visto «La luce, il cambiamento, il movimento, il non essere, il calore, la giovinezza, l'amore, la bellezza, la poesia» sarebbero tutte illusioni mentre la morte, ossia la notte, l'oscurità, l'immobilità e la pesantezza eterna della materia, sarebbe la verità (Karl R. Popper, Il mondo di Parmenide). Tutto l'Essere» sarebbe «come la luna, che è una massa oscura e senza mutamento, il cui crescere e calare sono dovuti al gioco illusorio della luce del sole». Di conseguenza potremmo dire che all’uomo non è accessibile la fredda verità ma solo la viva illusione sensibile. Forse, come ha suggerito il filosofo Karl Popper, dato che la verità non è veramente accessibile al mondo umano, che vive di illusione, era intento di Parmenide mostrare le piú accreditate tra le opinioni degli uomini, anche se non vere nel senso della verità piena che ha per oggetto l'essere immutabile, facendo riferimento al modo corrente di pensare e a ciò che appare agli uomini nel loro rapporto quotidiano con il mondo fisico: la molteplicità e le differenze, la nascita, la trasformazione e la morte delle cose. 

Forse, insomma, Parmenide voleva dire che non tutte le opinioni sono uguali, ma alcune sono migliori di altre. Ad esempio, l’opinione che la luna è un corpo opaco è migliore di quella che la pensa come dotata di luce propria. Esiste una verità assoluta, ma nella vita umana, fondata sul divenire, ha spazio solo l’opinione; per questo è importante scegliere le opinioni migliori.



Alétheia e doxa. La contrapposizione tra la verità e le opinioni dei mortali è espressa attraverso due temini: alétheia (ciò che non è nascosto) e dóxa (ciò che sembra).



Alétheia indica la verità innegabile e necessaria a cui si giunge mediante la ragione (la quale costringe a negare la molteplicità e il divenire perché contraddittori); dóxa sono le opinioni dei mortali, i quali accettano come realtà autentica quello che è loro illusoriamente mostrato dai sensi (appunto la molteplicità e il divenire), identificando in tal modo l'essere e il non essere. La differenza radicale tra essere e non essere, da un lato, tra verità e opinione, dall'altro, apre un grave problema che occuperà a lungo la scena filosofica greca, mettendo alla prova i successori di Parmenide. Parmenide ha affermato che il mondo dei sensi è illusione, ma anche l'illusione "è". Compare qui una contraddizione di difficile soluzione. 

La filosofia successiva avrebbe cercato di rispettare il rigore della ragione che afferma l'impossibilità di identificare essere e non essere, e nello stesso tempo "salvare" i fenomeni dell'esperienza (come, ad esempio, in Democrito).

 

 

domenica 4 ottobre 2015

Giordano Bruno: L’infinità dell’Universo dedotta dall’infinita potenza divina


Nei dialoghi del De l’infinito universo e mondi (1584) si trova l'esposi­zione più completa e sistematica della cosmologia e della fisica bruniana, i cui tratti essenziali erano stati già anticipati nella Cena delle ceneri, di pochi mesi precedente.

domenica 20 settembre 2015

Le guerre del '700

Guerra di Successione spagnola
Sul finire del secolo XVII regnava in Spagna CARLO II D'ASBURGO, che era salito sul trono nel 1665, quando aveva quattro anni. All’età di 30 anni sembrava un vecchio, aveva contratto un gran numero di malattie e, alla fine del secolo, fu chiaro che egli sarebbe morto senza prole.

venerdì 4 settembre 2015

Il Medioevo. L’impero, il feudalesimo e le monarchie

L’idea di Medioevo è nata fin dall’inizio allo scopo di designare (...) un’epoca negativa. Gli artisti e i letterati del Rinascimento che si opponevano all’arte “moderna” (da loro stessi battezzata “gotica”, cioè barbara), i protestanti interessati a denigrare un’epoca in cui il papa aveva effettivamente diretto la società europea, gli illuministi in lotta contro la monarchia assoluta e il sistema feudale, avevano tutti interesse a dipingere il passato con i toni più cupi, mettendolo in contrasto con la loro epoca di progresso (A. Barbero, http://www.zenit.org/it/articlesk/il-Medioevo  -un-epoca-costellata-di-ombre-che-ha-prodotto-eminenti-bagliori-di-luce)

mercoledì 20 maggio 2015

LA DISPUTA SUGLI UNIVERSALI



Uno dei problemi gnoseologici e metafisici più rilevanti con cui i pensatori medioevali hanno dovuto misurarsi è stato quello “degli universali”. In cosa consiste tale questione? Quando noi formuliamo proposizioni del tipo “ogni corpo è esteso”, oppure “ogni uomo è razionale”, utilizziamo dei termini, in questo caso “corpo” e “uomo”, non riferendoci ad alcun specifico corpo o uomo; quindi in simili proposizioni noi facciamo riferimento ad un “quid” che risulta essere predicabile di tutti i corpi e di tutti gli uomini. Gli “universali” sono proprio questi oggetti di pensiero che possono essere applicabili a più individui, o, come dicevano gli scolastici, “id quod aptum est praedicari de pluribus”

martedì 5 maggio 2015

L’età di Luigi XIV

Luigi XIV di Borbone (Saint-Germain-en-Laye, 5 settembre 1638 – Versailles, 1 settembre 1715), regnò dal 14 maggio 1643 fino alla sua morte. Fu chiamato il Re Sole (in Francese Le Roi Soleil) o Re Luigi il Grande (in francese Louis Le Grand).

La Seconda rivoluzione inglese

Col nuovo re Carlo II (1660) tornarono i vecchi problemi: corruzione della corte, arbitrio del sovrano, intolleranza religiosa e aperture verso il cattoli-cesimo.

La prima rivoluzione inglese

L'Inghilterra, nel corso dell'età elisabettiana (1558-1603) si era aperta al commercio internazionale. Nelle campagne si praticavano allevamento e agricoltura su larga scala e i due terzi delle esportazioni erano costituite dai pannilana. dei tessuti semilavorati che necessitavano ancora di alcune operazioni prima di poter essere utilizzati per creare un abito.
Dopo la sconfitta inflitta all'Invincibile armata del re di Spagna Filippo II nel 1587, il prestigio dell'Inghilterra era balzato alle stelle.

domenica 3 maggio 2015

Alcuni sogni analizzati da Freud - Il caso del piccolo Hans


Mi trovo di nuovo dinanzi alla stazione, ma con un signore piuttosto anziano; invento un piano per rimanere sconosciuto, ma vedo questo piano già eseguito. Come se pensare e vivere fossero una cosa sola.

giovedì 16 aprile 2015

Il Concilio di Trento e la Controriforma

L’esigenza di una riforma interna
«Fin dalla prime manifestazioni del protestantesimo alcune menti illuminate avevano chiesto alla Chiesa di Roma di assumere spontaneamente l’iniziativa di una riforma interna. Carlo Quinto, dopo la Dieta di Worms (1521), aveva suggerito d’indire un concilio». La risposta ai problemi e ai dubbi sollevati dalle dottrine luterane e dalle altre dottrine riformate fu fornita dalla Chiesa cattolica attraverso i decreti del Concilio di Trento.

Deduzione dei concetti puri dell’intelletto, di Emanuele Severino

a)      La comprensione di questo punto può essere aiutata da una metafora. Sulla superficie di un lago galleggiano dei fiori con le radici attaccate sul fondo ― delle ninfee. Il fondo del lago è invi­sibile dalla superficie. Si vedono solo le figure formate dalla disposizione dei fiori sulla superficie del lago. Tuttavia i fiori, in qualche modo, provengono dal fondo del lago. Sono allora possibili tre diversi modi di interpretare il rapporto tra la disposizione dei fiori alla superficie e il modo in cui essi sono attaccati al fondo del lago.

lunedì 23 marzo 2015

L'età di Carlo V

Il 24 febbraio 1500 nelle Fiandre, e per la precisione a Gand, in quegli anni una delle più ricche e popolose città d'Europa, dal matrimonio di Filippo d'Asburgo (primogenito di Massimiliano, imperatore del Sacro romano impero, e di Maria di Borgogna) con Giovanna di Castiglia (prima figlia dei "re cattolici" Ferdinando d'Aragona e Isabella di Castiglia) nacque Carlo.

lunedì 23 febbraio 2015

Jorge Luis Borges e l'Eterno Ritorno


LA DOTTRINA DEI CICLI
Questa dottrina (che il suo più recente inventore chia­ma dell'Eterno Ritorno) si può formulare così:
«Il numero di tutti gli atomi che compongono il mondo è, benché smisurato, finito; e perciò capace sol­tanto di un numero finito (sebbene anch'esso smisu­rato) di permutazioni. In un tempo infinito, il numero delle permutazioni possibili non può non essere rag­giunto, e l'universo deve per forza ripetersi.

mercoledì 18 febbraio 2015

Nietzsche e il dionisiaco


Nell'arte dionisiaca e nel suo simbolismo tragico la stessa natura ci parla con la sua voce vera e aperta: "Siate come sono io! Nell'incessante mutamento delle apparenze, la madre primigenia, eternamente creatrice, che eternamente costringe all'esistenza, che eternamente si appaga di questo mutamento dell'apparenza!

Schopenhauer e l'origine dell’idea di Superuomo


 
Una conoscenza filosofica dell’essenza del mondo, arrivata, senza andare più oltre, al punto in cui ci troviamo basterebbe già, dunque, a vincere i terrori della morte, in quanto almeno in un dato individuo la riflessione abbia la meglio sul sentimento immediato. Immaginiamo un uomo che abbia ben assimilate le verità finora esposte, ma non sia peraltro arrivato, nè per esperienza propria né per via di una profonda riflessione, a riconoscere che l’essenza della vita è un perpetuo soffrire; anzi, sia pienamente soddisfatto della sua vita, sicché una calma riflessione gliela faccia desiderare prolungata senza fine o rinnovata in perpetuo; un uomo che sia coraggioso quanto bisogna per accettare i fastidi e i dolori della vita, pur di non perderne i piaceri. Un tale uomo starebbe «con solide membra / sulla ben fondata / stabile terra»*: e non avrebbe nulla da temere. Armato della conoscenza che gli attribuiamo, egli vedrebbe con indifferenza la morte che gli viene incontro; la considererebbe come un’apparenza mendace, come un fantasma impotente, fatto per spaventare i deboli, ma senza potere sopra chi sa di essere lui stesso quel volere, di cui l’universo è l’oggettivazione o la copia. Un tale uomo saprebbe che la vita gli è dunque assicurata in eterno, insieme col presente, forma unica ed esclusiva di ogni manifestazione della volontà; che un passato e un futuro infiniti, privi di lui, non sono che un miraggio, il velo della maya quindi non se ne spaventerebbe: sicuro contro la morte come il sole contro le tenebre.
A. Schopenhauer, Mondo come volontà e rappresentazione, Mondadori, p. 405
* Dall’Inno di Goethe Grenzen der Menshheit (Limiti dell’umano)


giovedì 5 febbraio 2015

LE SCOPERTE GEOGRAFICHE

I nomi dei continenti e dei luoghi geografici in generale sono stati decisi dagli europei. Australia, Asia, Patagonia, Colombia, Perù, Nigeria, sono i nomi con cui l'Europa ha chiamato quei luoghi. Questo è accaduto perchè è stata l'Europa a scoprire gli altri luoghi e ad imporre loro il proprio dominio per lungo tempo.
Ma come è stata possibile questa "scoperta"?


Perché avventurarsi tra gli oceani?

Nel 1368 i cinesi cacciarono i mongoli e i nuovi imperatori Ming chiusero agli stranieri l’accesso all’impero. La caduta di Costantinopoli, nel 1453, significò il blocco degli scambi commerciali tra l’Europa e l’Oriente attraverso il mediterraneo orientale. Nel corso dei secoli gli europei si erano abituati ad insaporire i cibi con le spezie orientali che, già agli inizi del ‘400, potevano essere acquistate a caro prezzo soltanto dai mercanti arabi. Inoltre le forniture d'oro che provenivano dal Sahel (l'area a sud del Sahara) dovute al declino del Mali (che era ritenuto ricchissimo d'oro) avevano causato una grave carenza d'oro col conseguente crollo del conio di monete[1]. Questa nuova situazione spinse, quindi, gli stati Cristiani, soprattutto quelli bagnati dall’Atlantico, a prendere in seria considerazione lo studio di un itinerario alternativo per le fonti africane dell'oro e, in secondo luogo, l'individuazione di una rotta per le Indie, la fonte delle spezie. 

Il primo stato a impegnarsi seriamente in questo tentativo fu il Portogallo, soprattutto grazie all’impegno della giovane dinastia degli Aviz e in particolare del principe Enrico, che sarebbe poi stato chiamato il Navigatore. Nel 1414, quando aveva 21 anni, Enrico aveva convinto il padre, Giovanni I, a intraprendere la conquista di Ceuta, sulla costa nordafricana vicino allo Stretto di Gibilterra. Egli divenne nel 1419 Gran Maestro dell’Ordine di Cristo (creato dal re Dionigi di Portogallo nel 1318 coi tesori sottratti ai Templari) e utilizzò le grandi risorse economiche dell’Ordine per finanziare numerosi viaggi di esplorazione. Il Portogallo temeva di essere assorbito dalla vicina Castiglia e aveva un assoluto bisogno di trovare le ricchezze che avrebbero permesso di difendersi da un eventuale attacco. 
Il Rinascimento, con la sua brama di conoscenza diretta dei classici, aveva permesso di riscoprire le nozioni scientifiche degli antichi greci necessari per la navigazione nell’oceano. Un elemento indispensabile fu l’arte della cartografia che gli europei appresero leggendo l’opera di Tolomeo (II sec.). I navigatori europei utilizzarono strumenti come l’astrolabio (serve a calcolare la posizione degli astri rispetto all’orizzonte, e quindi a definire la latitudine), introdotto in Egitto ai tempi di Tolomeo e poi migliorato dagli arabi, e la bussola, ideata dai cinesi. Nel 1441 le spedizioni conobbero un ulteriore impulso quando i portoghesi introdussero un nuovo tipo di nave, la Caravella, lunga una ventina di metri, che poteva trasportare una ventina di uomini e reggere meglio delle altre navi del tempo l’Atlantico burrascoso. La nave possedeva due o tre alberi che permettevano di distribuire la trazione ed era caratterizzata da numerose vele quadrate e latine piú piccole rispetto alle navi precedenti in modo da renderla piú stabile e da poterla riparare più facilmente. Un serio problema per chi voleva navigare nell'oceano era costituito dalle correnti oceaniche e dai venti costanti che spingevano verso sud le navi che esploravano l’Africa. Nel viaggio di andata questo era un bel vantaggio ma il ritorno in Europa era gravemente ostacolato. La difficoltà fu superata con la scoperta di venti contrari che risiedevano nel centro dell’Atlantico e che permettevano un agevole rientro in Europa. 
Bisogna anche ricordare che gli arabi dell’Africa del nord erano i principali rifornitori d’oro di un Europa che, a causa del grande sviluppo dei suoi commerci, ne aveva un estremo bisogno. Dato che gli arabi acquistavano l’oro dalle regioni sub-sahariane, i portoghesi erano molto interessati a saltare la loro intermediazione e procurarsi direttamente il prezioso metallo aprendo una rotta oceanica verso l’Africa nera. Essi erano convinti, ingannati dalle carte di Tolomeo (II sec.), che l’Africa fosse più corta e direttamente unita all’Asia.
Per dieci anni, tra il 1424 e il 1434, le navi portoghesi tornarono indietro senza aver superato capo Bojador, appena più a sud delle isole Canarie. I marinai avevano paura perché si diceva da generazioni che oltre quel capo l’oceano non era navigabile perchè popolato da orribili mostri e perchè sotto i tropici l’acqua avrebbe iniziato a bollire. «L’antichità e il Medio Evo credevano, infatti, che la terra abitata finisse con i grandi deserti africani nella cosidetta “zona perusta”, la zona bruciata, dove né uomini né piante avrebbero mai potuto sopravvivere. Era la tradizione, la dottrina degli antichi saggi da Aristotele a Tolomeo» (S. Dini, Cristoforo Colombo, p.53). Nel 1434, però, Enrico il Navigatore, esasperato dagli insuccessi, ordinò di superare il capo a tutti i costi; il capo fu così oltrepassato con successo. La penisola di Capo Bianco fu raggiunta nel 1441, le foci del fiume Senegal e il Capo Verde nel 1444. Dopo si iniziò l'esplorazione della Guinea. Furono così raggiunte le stazioni commerciali a sud del grande Deserto del Sahara. Oltre all'oro i portoghesi erano da subito interessati a impadronirsi di schiavi che vennero usati come manodopera nelle piantagioni di zucchero create nelle isole (dalle quali era difficile fuggire e non erano infestate dalla mosca tse tse che diffondeva la malaria) come Madeira o Sao Tomè nel Golfo di Guinea. 
A partire dal 1450, Alvise Cadamosto esplorò le coste africane dell'Atlantico arrivando al fiume Gambia nell'attuale Senegal e, tra il 1455 ed il 1456 scoprì (probabilmente avvistò le isole senza esplorarle) le prime cinque isole dell'arcipelago di Capo Verde che vennero colonizzate. A partire dal 1452 il flusso di oro giunto in Portogallo dall’Africa era sufficiente a coniare i primi cruzados d'oro. Nel 1460 la costa africana era stata esplorata fino all'attuale Sierra Leone. Ventotto anni dopo, Bartolomeo Diaz confermò che l'Africa era circumnavigabile, raggiungendo il punto più a sud del continente africano (oggi si chiama Capo di Buona Speranza). 

Proprio in quel periodo (1478) fu combattuta la Battaglia navale di Guinea, in cui il Portogallo sconfisse la Castiglia e ottenne il dominio sul Golfo in cui nel 1482 poté dunque costruire il Castello di Elmina, il più antico edificio europeo dell'Africa Subsahariana, al fine di proteggere l'oro del Ghana.  Nel 1498, Vasco da Gama, per primo, dal Portogallo raggiunse l'India. Fu un viaggio pericoloso; la piccola flotta navigò per sessantanove giorni consecutivi. Nel tentativo di doppiare il Capo di Buona Speranza le navi si trovarono in balia di una spaventosa tempesta e solo con grande fatica riuscirono a risalire le coste dell’Africa sud-orientale. Da Gama approdò in Mozambico e a Malindi. Il re del Malindi si mostrò benevolo e mise a disposizione dei portoghesi un pilota che, nel maggio del 1498, li guidò sino a Calicut (oggi Kozhikode). Da Gama fu ben accolto dal principe del Malabar, ma si accorse ben presto che gli indigeni non erano facilmente impressionabili e poco interessati ad acquistare le merci portoghesi. Dovette così rientrare in Portogallo.  Da Gama tornò in India con una nuova flotta nel 1502 e dovette combattere una dura guerra contro i mercanti arabi per impadronirsi di una posizione stabile nell’Oceano indiano. Nel 1510 Alfonso de Albuquerque conquistò Goa, attaccò le regioni attorno al mar Rosso e conquistò Hormuz, chiave di accesso al Golfo Persico. I portoghesi fondarono poi altri centri fortificati nella penisola indonesiana riuscendo a realizzare una vera e propria talassocrazia (dominio del mare). Dopo la morte di Albuquerque però, l’India portoghese non ebbe più una guida forte e, quando il Portogallo fu unito alla Spagna nel 1580,  gran parte dei possedimenti africani e orientali furono persi nella guerra contro gli olandesi (1601-1661). Il Portogallo riuscì tuttavia a difendere Brasile e Angola, mantenendo il controllo della maggior parte della produzione dello zucchero.



I viaggi di Colombo

Il genovese Cristoforo Colombo si era convinto, leggendo l’Imago Mundi di Pierre D’Ailly (1485) e le carte di Paolo Toscanelli che il mondo fosse molto più piccolo di quanto non lo sia realmente. Quell’errore di calcolo gli diede l’audacia necessaria per provare a raggiungere l’Oriente navigando verso occidente. Dopo aver provato inutilmente a convincere Giovanni II del Portogallo a farsi finanziare il viaggio, le sue richieste furono respinte, nel 1486, anche dai sovrani spagnoli. Il 30 aprile 1492, però, Isabella di Castiglia accettò la sua proposta e il viaggio fu finanziato. 
Colombo partì da Palos, in Spagna, il 3 agosto 1492 con una nave ammiraglia, la Santa Maria e due navi più piccole, la Niña e la Pinta guidate dai fratelli  Pinzòn, cofinanziatori del viaggio. Dopo una sosta di circa un mese alle Canarie per rifornimenti e riparazioni delle navi (Colombo era riuscito ad ottenere soltanto delle imbarcazioni difettose), il viaggio riprese e il 12 ottobre la terra fu raggiunta. Colombo era giunto su un'isola che chiamò San Salvador (oggi Waitling) dell’arcipelago delle Bahamas. Gli spagnoli offrirono collanine di vetro e berretti agli indigeni (Taino) che si dimostrarono assai docili ma poverissimi. Non c’era traccia dei ricchi imperi orientali di cui aveva parlato Marco Polo. Colombo era consolato dalla bellezza lussureggiante delle isole e alla prospettiva di convertire gli indigeni al cristianesimo. Il 28 ottobre l’Ammiraglio arrivò a Cuba dove fu abbandonato dal capitano della Pinta, Martin Alonso Pinzòn, che aveva capito dai colloqui avuti con alcuni indigeni prigionieri che in un’isola vicina (Bohio, cioè Haiti) c'erano grandi quantità d’oro. 
La notte del 24 dicembre il mare era calmo. Colombo era stanco perché non dormiva da due giorni e una notte lasciò il timone a un suo subordinato che, contravvenendo agli ordini dell’Ammiraglio, lo lasciò a un giovane inesperto. La Santa Maria si incagliò in una secca e divenne inutilizzabile. Colombo fondò allora una colonia sull’isola di Hispaniola (Haiti) e quindi decise di rientrare in Spagna per comunicare le scoperte ai reali spagnoli. Dopo aver preso accordi col Cacicco locale ed essersi riconciliato con Alonso Pinzòn, Colombo riprese con lui, nel gennaio 1493, la via del ritorno ma il viaggio fu funestato da violente tempeste. Le due navi procedettero distanti e Colombo fu costretto a compiere un breve scalo alle Azzorre (appartenenti al Portogallo). Qui una parte dell’equipaggio fu arrestata con un tranello dal governatore dell’isola. Il 15 marzo riuscì finalmente a rientrare a Palos, dopo essere approdato in Portogallo per riparare i danni della nave. Pinzòn lo aveva preceduto, ma i reali non vollero riceverlo e aspettarono l’arrivo di Colombo. Due settimane dopo Pinzòn morì, qualcuno disse per il dolore di non essere stato ricevuto o, più probabilmente, per una malattia contratta in America.



 



Se la prima volta Colombo aveva dovuto faticare per racimolare un equipaggio sufficiente, ora i marinai facevano a gara per imbarcarsi. Il secondo viaggio iniziò nel settembre 1493 ma non fu gioioso come i marinai si aspettavano. I pochi coloni lasciati ad Haiti erano tutti morti. Il forte (costruito coi legni della Santa Maria) era stato distrutto; gli spagnoli s'erano uccisi tra loro e quelli che erano rimasti erano stati trucidati dagli indios, i quali s'erano stancati di essere maltrattati e saccheggiati. Allora Colombo fondò una nuova colonia che chiamò Isabela (in onore della regina), che non ebbe una sorte migliore della prima e fu abbandonata dopo circa un anno e sostituita con Santo Domingo, fondata da Bartolomeo, uno dei fratelli di Colombo. Durante il secondo viaggio Colombo scoprì le isole di Puerto Rico e Giamaica, oltre a centinaia di isole più piccole, dove però non trovò la quantità d'oro che si aspettava. Navigando tra decine di isolette e pericolose secche, lasciò Giamaica e costeggiò la parte meridionale di Cuba arrivando a cento miglia circa dalla sua estremità occidentale, senza riuscire a completarne l’esplorazione a causa della mancanza di cibo. Convinto che si trattasse d'una penisola asiatica, fece firmare ai comandanti delle caravelle un giuramento con il quale si affermava che Cuba era parte del continente asiatico.




Il secondo viaggio di Colombo - From Wikimedia Commons, the free media repository


Poco dopo a Tordesillas, in Castiglia, il papa Alessandro VI favorì un accordo tra Spagna e Portogallo per dividere le rispettive zone di influenza sul mondo. Il trattato di Tordesillas (1494) stabilì, quindi, che tutte le terre a ovest del meridiano posto a 370 Leghe (1.770 km) ad ovest delle Isole di Capo Verde (al largo della costa del Senegal, nell'Africa Occidentale), sarebbero appartenute alla Spagna e quelle ad est al Portogallo. 



La divisione del mondo secondo il Trattato di Tordesillas / blogdebanderas.com 


Colombo compì altri due viaggi che gli permisero di realizzare altre scoperte. Nel terzo viaggio (1498 al 1500)  scese sino alle isole di Capo Verde e da lì si spinse verso sud ovest. Per otto giorni la temperatura si fece così alta che Colombo temette che le navi potessero bruciare.  Quando ormai era a corto d’acqua e di viveri Colombo avvistò l’isola di Trinidad, popolata da indigeni timorosi e ostili. Più tardi  giunse alla foce dell’Orinoco, in Venezuela, dove le navi furono investite da una specie di Tsunami che però non fu in grado di travolgerle. Quando vide l’Orinoco Colombo capì di non essere di fronte a un isola ma a un continente che poteva essere o un «Otro mundo» o la sede del Paradiso terrestre. L’Ammiraglio non riconobbe con assoluta certezza di non essere in Asia anche perché questo significava smentire la Bibbia, che non parlava del continente americano. Bisogna a tal proposito ricordare che la regina Isabella era a capo dell’Inquisizione, e andare contro la Bibbia poteva costare un’accusa di eresia.
Colombo faticò a farsi finanziare il terzo viaggio e durante i suoi due anni di assenza Francisco Roldan, l’alcade (governatore) di Isabela si pose a capo di una ribellione. I viveri scarsi, la vita faticosa e l’invidia nei confronti di Colombo e dei suoi due fratelli (Diego e Bartolomeo) produssero il diffondersi del malcontento e favorirono l’adesione di molti spagnoli ai piani di Roldan. Colombo fu arrestato da un inviato del re e portato in Spagna in catene. Il re Ferdinando lo liberò ma non rispettò gli accordi del 1492 e Colombo dovette rinunciare al ruolo di viceré.




Terzo viaggio di Colombo - From Wikimedia Commons, the free media repository


Nel quarto viaggio (1502 - 1504) Colombo aveva soltanto compiti esplorativi ma fu il viaggio più avventuroso e tormentato tra quelli compiuti dal grande navigatore. Giunto nei pressi dell’isola di Hispaniola, dove gli era vietato mettere piede, mandò un emissario per chiedere di poter attraccare. Una delle quattro caravelle aveva dei problemi e Colombo intendeva sostituirla a sue spese. L’Ammiraglio si era anche accorto che un tifone sarebbe presto giunto e, saputo che ad Haiti stava per partire una flotta di 28 vascelli per la Spagna, consigliò al governatore Nicolás de Ovando di ritardare la partenza. Ovando lo derise e gli vietò di scendere a terra, allora Colombo si rifugiò con le sue navi in una piccola insenatura vicina, mentre il tifone giunse improvvisamente investendo la flotta di Ovando e affondando 19 navi coi loro equipaggi, altre affondarono, ma alcuni marinai si salvarono. Solo 3 o 4 navi, molto malconce, riuscirono a sfuggire alla furia del tifone. Nella tempesta morirono molti di quelli che si erano ribellati durante il terzo viaggio, compreso Bobadilla, l’inquisitore reale che aveva arrestato l’Ammiraglio. 
Colombo e la sua flotta esplorarono l'Honduras, il Nicaragua, il Costarica e il Panama. L’obiettivo dell’Ammiraglio era individuare uno stretto che conducesse finalmente in Asia. Cercato inutilmente un passaggio che non esisteva, Colombo trovò nell’attuale stato di Panama significativi giacimenti d’oro. Fallito il tentativo di fondare una città (S. Maria di Belén) egli perse due caravelle crivellate dalle teredini, dei parassiti del legno. Con le due rimastegli, anch’esse tarlate, si rifugiò nell’isola di Jamaica mentre tentava di raggiungere Haiti. Ovando gli negò qualsiasi aiuto, e solo dopo circa un anno, malato e semicieco, riuscì a raggiungere Haiti e ripartire per la Spagna. Durante la permanenza in Jamaica, Colombo dovette escogitare una trovata geniale per indurre gli indigeni a riprendere le forniture di vivande per gli spagnoli (interrotte a causa delle violenze di un gruppo di spagnoli che si erano ribellati a Colombo): utilizzando un’eclisse di luna che egli sapeva sarebbe accaduta a breve, disse agli indiani che quello sarebbe stato il segno della collera divina per la loro negligenza. Quando l’eclisse avvenne, gli indigeni terrorizzati ripresero a rifornire gli spagnoli.


Quarto viaggio di Colobo - From Wikimedia Commons, the free media repository

 

Cristoforo Colombo morì a Valladolid il 20 maggio 1506, piuttosto ricco e non povero come a volte si legge, ma ormai dimenticato da tutti. 
Il navigatore fiorentino Amerigo Vespucci, con una serie di viaggi tra il 1497 e il 1504 (al servizio della Spagna sino al 1500 e poi del Portogallo) fu il primo ad affermare con certezza che i territori scoperti non erano l’Asia. Nel 1502 Le navi di Vespucci si spinsero talmente a sud da giungere al 52° grado di latitudine fino alla Patagonia. Aveva sfiorato lo stretto di Magellano, che fu scoperto quasi vent'anni dopo. Fu il cartografo Martin Waldseemüller a utilizzare il nome America del suo nome latinizzato (Americus Vespucius), per indicare il nuovo continente in una carta del mondo disegnata nel 1507. 

 

Particolare della carta di Martin Waldseemüller nel quale la scritta "America" è impressa sulla parte meridionale del nuovo continente. (fonte: Wikipedia)

Nel 1980 Howard Zinn scrive People's History Of The United States nel quale racconta la storia statunitense partendo non dai presidenti o dalla classe dirigente, ma dalle  persone escluse dalla storia, ovvero i poveri, i nativi americani, gli schiavi di colore, le donne. Nel capitolo dedicato a Colombo Zinn sottolinea con enfasi tutti i caratteri negativi dei suoi viaggi e le conseguenze nefaste che ebbero sui nativi. Cosa voleva Colombo? Si domanda Zinn. Nelle prime due settimane del diario di bordo c’è una sola parola che ricorre 75 volte: “oro”. Il libro ha scatenato aspre polemiche negli Stati Uniti ma non in Europa, dove la visione “gloriosa” delle scoperte geografiche è stata abbandonata da un pezzo. Zinn si schierò contro le celebrazioni di quei viaggi voluta dall’amministrazione Bush come corroboranti della sua linea di politica estera, secondo Zinn fortemente imperialistica.
Nel 1992 Maurizio Parenti e Marco Tangheroni scrivono sulla rivista “Cristianità” l’articolo “Cristoforo Colombo, ammiraglio genovese e defensor fidei". In questo articolo cercano di parare i colpi che provengono dai critici di Colombo. Essi riscoprono il Colombo religioso, esportatore della fede e perfettamente convinto della bontà, agli occhi di Dio, delle sue imprese. Essi sottolineano come sia assurdo pretendere da Colombo un atteggiamento e una mentalità moderni, diversi da quelli tipici del suo tempo. Colombo non va giudicato col nostro metro.

L'Oceano Pacifico

Nel 1513 gli spagnoli videro per la prima volta l’Oceano Pacifico. Vasco Nuñez da Balboa era un avventuriero che proveniva da Haiti e che aveva dato mostra di atroce crudeltà facendo divorare una quarantina di indigeni sospettati di omosessualità dai suoi cani. Egli aveva attaccato numerosi villaggi indigeni per catturare schiavi e aveva stretto patti di amicizia con altre tribù. Il figlio di un capo indigeno suo alleato nell’istmo di Panama, rimproverando l’avidità d’oro degli spagnoli, aveva detto loro: “se siete venuti  fin qui per amore dell’oro, sopportando tante pene e saccheggiando le nostre terre, vi dirò di un posto dove potrete saziare la vostra fame”. Indicando il sud, parlò quindi di un paese, oltre un grande mare, dove abitava un popolo che possedeva enormi quantità d’oro.
Balboa pungolato dal racconto riuscì, con enorme fatica, ad aprirsi un varco nella foresta vergine e a raggiungere per primo le coste dell’Oceano Pacifico, che chiamò mare del sud. Qualche anno dopo, in quel luogo, venne fondata la città di Panama.
 


Il Viaggio di Magellano

Nell’autunno 1516 un ufficiale si inginocchia di fronte al suo re, senza troppa convinzione. Il re è Manuel I di Portogallo, l’ufficiale è Ferdinando Magellano. Magellano prende la parola: “ho trentasei anni, sono otto anni che esploro, che navigo,  che combatto per il Portogallo. Sono otto anni che servo la Corona, in Africa e nelle Indie. Ho ricevuto tre ferite gravi, sono diventato zoppo per un colpo di lancia al ginocchio, e sono rimasto senza un soldo. Sire, almeno aumentatemi la pensione”. – No, risponde Manuel – “Datemi almeno il comando di una caravella, mandatemi nelle Indie, lì posso rifarmi una vita!” – No, risponde Manuel – “Allora almeno autorizzatemi a seguire un altro re!” – Non m’importa dove andate, dice Manuel. Finalmente un “no” che significa “sì”. Magellano può guardarsi attorno e rivolgersi altrove (A. Scafi, Alla scoperta del paradiso: un atlante del cielo sulla terra, Sellerio,2011, pp.187-188).
Dopo aver accertato che l’America era un continente tra l’Europa e l’Asia, occorreva trovare un varco per giungere all’Oceano Pacifico. Magellano era un nobile portoghese che aveva partecipato a una spedizione verso le Indie nel 1505. Egli immaginò di poter giungere alle Molucche che, secondo l’accordo di Tordesillas del 1494, appartenevano al Portogallo. Le Molucche erano per gli europei di allora le leggendarie Isole delle Spezie. L'Occidente sapeva che lì si trovava la fonte delle più pregiate spezie come la noce moscata o i chiodi di garofano, che potevano produrre dei guadagni favolosi. Si parlava allora di uno stretto in America che avrebbe portato dritto alle isole delle spezie e Magellano era convinto che l'avrebbe trovato.
Di questo famoso e meraviglioso viaggio ci è rimasta una preziosa testimonianza lasciata dall’italiano Antonio Pigafetta, che intraprese il viaggio come passeggero pagante, spinto dalla sua curiosità di visitare terre misteriose e sconosciute.
Partita da Siviglia il 10 agosto 1519 la flotta, composta da 5 navi nere come una notte senza luna, raggiunse il 6 dicembre il Brasile dove i marinai si riposarono per qualche settimana in una magnifica baia. Gli americani si mostrarono particolarmente ospitali, offrirono alloggio e cibo. Le donne si concessero senza remore agli europei. Quando la ricreazione finì e bisognò salpare, il viaggio verso sud si rivelò periglioso a causa delle tempeste e del freddo. Il 31 marzo 1520 Magellano decise di passare l’inverno nel golfo di San Julian, in Argentina, ma le scarse razioni di cibo e la paura di andare verso la morte causò un tentativo di ammutinamento che Magellano punì con ferocia, facendo uccidere due dei maggiori responsabili e abbandonandone altri due sulla riva. La flotta rimase ferma per qualche mese per riparare le navi (una affondò dopo essersi incagliata). Nel novembre del 1520, lo stretto, il passaggio verso il grande mare, finalmente si rivelò. Il freddo era glaciale, le correnti fortissime. Una nave si ammutinò e rientrò in Spagna. Le terre sembravano disabitate, il mare di una profondità spaventosa, un nebbioso labirinto di tortuosi bracci di mare e di falsi stretti. Quando però, dopo tre settimane di navigazione, uscì dallo stretto e vide le acque pacifiche dei mari del sud, Magellano, l’uomo di ferro, non riuscì a trattenere una lacrima. 
Magellano battezzò il nuovo mare “Pacifico” poiché gli sembrò tranquillo. L’assenza di tempeste era però un’eccezione, le acque del Pacifico sono, in genere, piuttosto agitate. Allora le restanti navi viaggiarono per quasi quattro mesi senza disporre di cibi freschi, i marinai dovettero nutrirsi di gallette piene di vermi. Molti di loro si ammalarono di scorbuto e una ventina morirono. Nel marzo 1521 le navi giunsero alle Marianne e infine alle Filippine, dopo un viaggio di 20 mila chilometri! Gli indigeni furono molto cordiali e interessati alle merci degli spagnoli. Magellano però, nel tentativo di convertire con la forza uno dei capi locali, morì ucciso dagli indigeni. Altri 30 uomini furono poi uccisi dagli indigeni già "convertiti". Successivamente i sopravvissuti giunsero alle Molucche dove trovarono finalmente le spezie tanto agognate. Dopo varie vicissitudini una sola nave, la Victoria, riuscì a rientrare in patria seguendo la rotta africana, sotto la guida di Juan Sebastián Elcano, nel settembre 1522. Solo 18 uomini, esausti e macilenti, erano sopravvissuti dei 237 partiti. Avevano compiuto il più grande viaggio marittimo mai concepito. Era la prova empirica della sfericità del pianeta. La vendita del carico bastò a coprire tutte le spese e a fornire notevoli utili. Elcano ebbe una pensione vitalizia.


 

La conquista del Messico

Fernando Cortès aveva contribuito alla conquista di Cuba e come bottino aveva ricevuto una grande estensione di terre. Nel 1519 venne inviato dal governatore di Cuba, Diego Velasquez, sul continente, per estendere il dominio spagnolo. Egli disponeva di poche centinaia di uomini e di qualche centinaio di servi indigeni. Dopo aver combattuto con le popolazioni messicane ricevette un ambasceria dell’imperatore azteco Montezuma, che gli aveva inviato dell’oro chiedendogli di non cercare di incontrarlo. Cortès, invece, bramoso di ricchezze fece di tutto per trovare la via per la capitale azteca. L’esercito di Montezuma cercò di sbarrare la strada a Cortès ma la cavalleria e i cannoni permisero agli spagnoli di prevalere e di ottenere il passo. Giunti a Tenochtitlan gli spagnoli furono ospitati da Montezuma e potevano circolare liberamente. Il pericolo di una reazione violenta degli aztechi indusse però gli spagnoli a prendere prigioniero Montezuma per ottenere l’oro tanto bramato. Quando Cortes seppe che 18 navi spagnole erano giunte sul continente per cercarlo, dovette fuggire, coi suoi uomini, dalla città. Nella battaglia Montezuma morì, e gli spagnoli, pur con molte perdite, riuscirono a fuggire. Più tardi, nella primavera del 1521, Cortes ritornò e, con l’utilizzo di una flottiglia armata di cannoni, riuscì a isolare la città sino ad ottenerne la resa. I cronisti del tempo parlando della città conquistata, la paragonano alla Gerusalemme del 1099. Tutto era ricolmo di cadaveri, di teste e di arti mozzati. Il successore di Montezuma fu bruciato vivo. Gli spagnoli occuparono un vasto territorio che si spingeva sino alla California. La rapidità della conquista fu facilitata dalla debolezza del regno azteco, caratterizzato da un feroce dominio sulle altre etnie, le quali strinsero con molto favore una decisiva alleanza con gli spagnoli. Nacque così la Nuova Spagna.

 

Pizarro conquista l’impero Inca

La conquista dell'impero Inca avvenne gradualmente negli anni successivi al gennaio 1531 per mano di avventurieri spagnoli, guidati da Francisco Pizarro e Diego de Almagro, che con un colpo di mano riuscirono a cancellare un impero vasto e consolidato. 
Gli spagnoli avevano iniziato già nel 1524 e nel 1526 ad esplorare la regione delle Ande. Pizarro e i suoi compagni avevano così scoperto che sulla cordigliera delle Ande, a un’altitudine di migliaia di metri, si era sviluppata una civiltà doviziosa. In quel momento l’impero era diviso tra i due figli del precedente imperatore, Huascar e Atahualpa.
Pizarro era rientrato a Panama nel 1528, dopo aver ottenuto dal re Carlo V  il consenso a una spedizione verso sud lasciò Panama nel 1531 con 180 uomini e 37 cavalli. Nel frattempo era scoppiata una guerra tra Huascar e Atahualpa. Pizarro aveva capito di dover intervenire nella contesa, se voleva guadagnare la fiducia di uno dei due contendenti. Il primo dei due Inca in lotta a interessarsi degli Spagnoli fu Atahualpa.
L’incontro avvenne nei pressi della città di Cajamarca, nell'attuale Perù. L’inca comparve con un fastoso seguito sulla piazza del mercato dove gli spagnoli lo attendevano. Un delegato di Pizarro iniziò a spiegare ad Atahualpa ciò che gli spagnoli volevano. L’inca ascoltò con impazienza il discorso, di cui capiva bene solo la richiesta di sottomissione. Quando un prete gli mostrò la Bibbia Atahualpa la sfogliò per un attimo e poi la gettò a terra con disprezzo. Subito scoppiò il finimondo. Gli spagnoli, iniziarono a sparare coi cannoni e coi fucili e gli indiani, folli di terrore si sparpagliarono da ogni parte. Nella confusione l’imperatore venne preso prigioniero. In carcere Atahualpa promise, in cambio della sua libertà, di far riempire d’oro la stanza in cui era prigioniero. Gli spagnoli accettarono e subito l’imperatore spedì corrieri in ogni punto per far portare l’oro. La stanza fu incredibilmente riempita. Atahualpa chiese agli spagnoli di rispettare i patti ma Pizarro in tutta risposta portò l’inca davanti a un tribunale e lo fece condannare al rogo. Quando fu fatto salire sulla catasta di legna per essere bruciato Atahualpa accettò di convertirsi al cristianesimo. Venne battezzato poi gli passarono un filo metallico sul collo che fu stretto sino a soffocarlo.
Pizarro scese quindi sino a Cuzco e colonizzò l’ormai destabilizzato impero inca fino alle regioni meridionali del Cile.
Il confronto tra due civiltà, quella europea - provvista di armamenti avanzati - e quella Inca - ancora all'età del bronzo - non poteva che risolversi a vantaggio della prima.
 

La "Distruzione" delle Indie
La Conquista delle Indie fu, dal punto di vista degli americani, una tragedia di colossali proporzioni. 
La schiavizzazione forzata degli indigeni americani e le spaventose violenze a cui furono sottoposti (molti indigeni si suicidarono per non cadere vittime degli europei) furono tra le cause dell’immane genocidio compiuto dagli europei in America. A partire dal XVI secolo (Leggi di Burgos del 1512 e Leggi nuove del 1542) fu adottato dagli spagnoli uno strumento di colonizzazione denominato “encomienda”. 
L' encomienda coloniale consisteva nell'affidare a degli encomenderos spagnoli determinati territori abitati con  un gruppo di indigeni "in dotazione", da colonizzare e cristianizzare. L'encomienda fu quindi un'istituzione che permise di consolidare la colonizzazione dei nuovi territori, attraverso l'assoggettamento fisico, morale e religioso delle popolazioni precolombiane. Gli encomenderos abusavano sistematicamente dei loro encomendados, facendoli lavorare in modo disumano, senza preoccuparsi di nutrirli. In tal modo gli americani, indeboliti dalle fatiche finivano per morire di fame. Essendo data assoluta libertà di governo a questi encomenderos, gli abusi di potere erano all'ordine del giorno e atroci le condizioni di vita degli autoctoni. Le cronache raccontano di stragi di indigeni inermi, di bimbi strappati alle madri per essere dati in pasto ai cani sotto i loro stessi occhi. Il gusto di uccidere, di infliggere impunemente violenza si era impadronito di molti spagnoli. 
La maggior parte delle morti si deve, però, alle malattie che, a partire dal 1492, gli europei trasportarono involontariamente in America. Malattie come il morbillo, il vaiolo, l'influenza, la varicella, ecc., erano pressoché inesistenti nelle Americhe; la maggioranza di questi virus e batteri era presente nei corpi degli animali da soma come cavalli, bovini o suini, che furono trasportati dagli Europei. Nel continente antico questi virus erano presenti da millenni, per cui le popolazioni di Europa, Asia e Africa avevano sviluppato adeguati anticorpi.  Nel Nuovo Mondo invece questi mammiferi non erano presenti e gli indigeni erano stati pressoché isolati dal continente antico per più di 40 millenni. Si stima che circa l'80% della popolazione indigena delle Americhe controllate dagli spagnoli perì in un periodo di tempo che va dal 1491 al 1550. Questo è anche il motivo dell'inizio della tratta dei neri africani; i conquistadores, non avendo più lavoratori indigeni da sfruttare, importarono schiavi dall'Africa. Anche gli europei furono colpiti da una malattia nuova, la sifilide. Essa si diffondeva normalmente per contagio sessuale e, a causa dell'assenza di cure adeguate, era spesso mortale.  

Una figura rilevante, a proposito del problema della distruzione delle Indie, fu il domenicano Bartolomé de Las Casas - in taluni testi italiani riconoscibile anche come Bartolomeo (484 –1566) - è stato un vescovo spagnolo, impegnato nella difesa dei nativi americani. Nel 1542 l'imperatore Carlo V chiese al domenicano di redigere una sintesi dei memoriali che aveva presentato sulla situazione degli indios. L'opera venne pubblicata quello stesso anno, con il titolo Brevísima relación de la destrucción de las Indias, ebbe subito grande risonanza ed ebbe una indubbia influenza sulla liberazione per legge degli indios decretata dall'imperatore con le Leyes Nuevas del 1542-43. L'applicazione della nuova legislazione fu tuttavia resa difficile dalla resistenza dei conquistadores, che arrivarono ad uccidere i messi del re che cercavano di farla rispettare. In ogni caso, la condizione degli indigeni nei territori dominati dagli spagnoli risultò diversa da quella dei vicini territori portoghesi, dove la schiavitù rimase pienamente in vigore.
In uno dei suoi ritorni in Spagna, Las Casas fu protagonista del grande dibattito del 1550, voluto da Carlo V, che aveva convocato allo scopo la Giunta di Valladolid. Avversario di Las Casas era il rappresentante del pensiero colonialista, l'umanista Juan Ginés de Sepúlveda, che sosteneva che alcuni uomini sono servi per natura, che la guerra mossa contro di loro è conveniente e giusta a causa della gravità morale dei delitti di idolatria, dei peccati contro natura e dei sacrifici umani da loro commessi e che, infine, l'assoggettamento avrebbe favorito la loro conversione alla fede.
Las Casas si dichiara, invece, a favore di una pacifica conversione e afferma la naturale bontà degli indios ("senza malizia né doppiezza"), dando origine al cosiddetto mito del buon selvaggio: gli stessi sacrifici umani non sono tanto negativi, secondo il Las Casas, se li si considera "indotti dalla ragione naturale", al punto che i nativi avrebbero peccato se non avessero onorato i loro dei. Il processo e le discussioni durarono ben cinque giorni.

Tutto ciò non produsse tuttavia la fine della schiavitù. Come abbiamo già detto era partita la tratta degli schiavi africani, che divennero dei perfetti sostituti degli indios. Gli schiavi neri acquistati in Africa e rivenduti nelle Americhe, nel periodo che inizia nel '500 e ternina all'inizio dell'800, furono diversi milioni. Essi erano considerati dagli europei pienamente uomini, ma siccome al momento del loro acquisto erano già schiavi, si riteneva che il problema non sussistesse.

Conseguenze del contatto. Lo "scambio colombiano" 
La scoperta dell'America modificò pesantemente i commerci mondiali. Inizialmente gli europei concentrarono le loro ricerche sull'oro, che era però difficile da trovare. Nei decenni successivi alla scoperta fu invece un altro metallo a divenire il fulcro dell'interesse economico e il vero motore del potere commerciale: l'argento. Le miniere di Potosì, in Bolivia, fornirono un continuo flusso di argento che facilitò il sorgere di un commercio mondiale. Con l'argento, ad esempio di potevano acquistare le porcellane cinesi che iniziarono ad invadere il mercato europeo. 
L'incontro tra Europa ed America produsse il cosiddetto "scambio colombiano", cioè un vasto scambio di prodotti alimentari, animali, malattie ed elementi culturali. Dalle Americhe giunsero patate e mais, senza i quali l'Europa non avrebbe potuto compiere un deciso salto demografico dal '700 in poi. L'Europa portò in America il vino e gli alcolici, causa di un diffuso alcolismo, e portò dall'America la coca e i suoi derivati da cui furono create varie droghe.

Riassumiamo in tabella i principali elementi dello scambio colombiano 

 

 



[1] L’Africa e la nascita del mondo moderno, H. W. French, p.60, Rizzoli, 2021.