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venerdì 3 marzo 2023

Jean Dumont, I falsi miti della Rivoluzione francese

 1. PERCHÉ RIFIUTIAMO DI CELEBRARE LE MENZOGNE RIVOLUZIONARIE

 

Presa della Bastiglia da parte del popolo

Si è trattato in realtà di sparuti gruppi di vagabondi e di disertori, che cercavano munizioni (armi), il popolo francese si è tenuto alla larga.

I capi rivoluzionari fanno solo dopo la loro comparsa, quando comincia lo sfruttamento politico. Non si è trattato di nessuna presa, ma di un ingresso dalla porta ordinato dal governatore. Infine, questo ingresso non ha avuto alcun significato nella storia della libertà, in quanto nella Bastiglia non veniva custodito nessun prigioniero politico e quindi la sua “presa” non ha liberato nessuno.

 

Epopea dei volontari dell'Anno II

Di questa “epopea” non smettono di riempirsi la bocca gli oratori politici, anche quelli che parlano per la destra, come Andrè Malraux quando ha celebrato la nascita della Quinta Repubblica nel 1958, a Place de la République a Parigi. (….)

I volontari furono «volontari obbligati» che scelsero in maggioranza sia la ribellione che la diserzione: vi sono stati 800.000 disertori su 1.200.000 chiamati alle armi nel 1794[1]. Inoltre questi pretesi volontari furono anche volontari comprati dall'autorità a prezzo molto elevato, scelti fra i vagabondi, da cui il soprannome di «eroi da 500 lire» (…) che venne dato loro dai vandeani, anch’essi «volontari obbligati» ribelli.

La pessima qualità di queste truppe ha prodotto una delle più spaventose carneficine della storia militare francese: nei primi mesi «200.000 vite umane sprecate», nota Pierre Chaunu[2].

 

Pretesa di «modernizzazione decisiva» portata dalla Rivoluzione

«Infatti (…) il decennio 1789-1799 rappresenta una catastrofe nazionale per la nostra economia d’avanguardia»[3].

Quest’ultima – favorita nel 1786 dal progetto del Mercato Comune iniziato sotto la monarchia con il trattato di libero scambio con l’Inghilterra – frana sotto la Rivoluzione. Bisognerà attendere i tempi “riparatori” della monarchia restaurataperchè i nostri scambi con l’estero, in un secolo XIX ampiamente cominciato, ritornino all’alto livello prerivoluzionario del 1788»[4]. Per l’esattezza bisognerà attendere l’anno 1825, durante il regno di Carlo X. La Francia avrà così accumulato più di un terzo di secolo di ritardo nello sviluppo economico e nel commercio internazionale, un ritardo che non ha mai più recuperato.

Lo storico di Cambridge D. W. Brogan ha scritto che, molto probabilmente, se non vi fosse stata la rivoluzione la Francia sarebbe stata alla testa dell'espansione economica dalla fine del secolo XVIII, ruolo che ha lasciato all'Inghilterra. È quanto constata all’epoca proprio un testimone inglese, il deputato Edmund Burke, osservatore delle vicende economiche e politiche, che scrive: "I francesi si sono dimostrati i più abili artefici della rovina che mai siano esistiti al mondo.  Hanno interamente distrutto il loro commercio e le loro fabbriche. Hanno fatto i nosti interessi, a noi che siamo i loro rivali, meglio di quanto venti battaglie (…) non avrebbero mai potuto fare".

 

La menzogna di un popolo al potere

La Comune del 10 agosto 1792 è costituita da un’esigua minoranza di attivisti che distrugge la monarchia, instaura la Repubblica ed esercita la dittatura dell’Anno I. Ora (…) Braesch ha mostrato che, dei suoi 176 membri iniziali, soltanto  soltanto due sono operai. Tutti gli altri soo borghesi, artigiani e intellettuali, oltre a tre militari.

Fra i loro capi, nota Pierre Gaxotte, «il presidente Hueguenin è un concussionario, Rossignol un assassino, Manuel ha rubato, falsificato e venduto la corrispondenza di Mirabeau: Hebert, controllore a teatro, è stato licenziato dai variétés per borseggio, Panis è stato cacciato dal Tesoro reale per appropriazione indebita».

A quel tempo esistevano i campagnonnages, organismi che raggruppavano l'élite operaia. Dopo che la rivoluzione sopprime tutte le associazioni operaie con la legge Le Chapelier, i Pierre Compagnonnages, «caduti in sospetto, (…) si rifugiavano una volta di più nella clandestinità» (…). Essi potranno rifiorire, come del resto l’economia, con il ritorno della monarchia nel 1815.

 

La menzogna della pretesa «felicità del popolo» sotto la Rivoluzione

Di fatto, la Rivoluzione è un martirologio operaio, come hanno abbondantemente mostrato gli storici di estrema sinistra. «Dal punto di vista sociale, le conseguenze dell’assegnato furono molteplici scrive lo storico comunista Albert Soboul, professore alla Sorbona —. Le classi popolari, vittime abituali dell’inflazione, subirono un aggravamento della loro condizioni di vita; compagnons e operai pagati in cartamoneta, videro abbassato il loro potere d’acquisto. La vita rincarava, l’aumento dei prezzi dei viveri produsse le stesse conseguenze della carestia»[5].

Del resto, il potere rivoluzionario — un potere borghese, come si è visto — conduce una politica sistematicamente antipopolare. Durante il famoso Anno II, «Saint-Just fa arrestare come sospetti alcuni operai in sciopero»[6] e la Comune di Parigi impone un tetto massimo salariale[7], che si traduce in una riduzione dei salari di circa un terzo. In questa situazione «le classi popolari sprofondano nella disperazione»[8]. «Uomini e donne cadono nelle strade per inedia, la mortalità aumenta, i suicidi si moltiplicano»[9]. Lo storico inglese Richard Cobb ha constatato che a Rouen, nei quartieri popolari, all’inizio dell’Anno IV, la mortalità raggiunse punte quattro volte superiori a quella normale: in questa città francese vi sono settecento morti in più al mese. Operai e operaie con i loro bambini vengono uccisi dalla fame e dal freddo[10]; a Parigi e nei dintorni, l’Anno IV si chiude con un’eccedenza di diecimila morti sulle nascite.

Il portavoce delle petizioni popolari, Jacques Roux, ha il coraggio di affermare che una simile situazione non sarebbe stata possibile sotto l’Ancien Régime (…).

Identica è la situazione per i contadini piccoli proprietari e per i braccianti. Come ha notato un altro storico comunista, Georges Lefebvre, predecessore di Albert Soboul alla Sorbona, la Rivoluzione «è costata molto cara»[11] ai contadini poveri. La soppressione dell’imposta ecclesiastica, della decima — fino ad allora a carico dei proprietari e l’espropriazione dei beni della Chiesa vanificano i considerevoli aiuti sociali che queste tasse e questi beni garantivano ai poveri in caso di maltempo, di carestia oppure per l’acquisto di sementi, e così via. La soppressione del regime signorile e della comunità rurale, la nascita della libertà di coltura e del diritto di recintare le terre, sopprimono di fatto la «comproprietà» — secondo la formula utilizzata da Albert Soboul — delle terre dei signori e dei contadini ricchi, che garantiva ai poveri i vecchi diritti comunitari, diritti di pascolo, di passaggio, di spigolatura, di raccolta delle ghiande e della legna, e così via, che permettevano ai poveri di sfruttare in seconda battuta i terreni, i prati e i boschi dei signori e dei ricchi, e così di nutrirsi, di avere un po’ di bestiame, di scaldarsi, di costruire.

 

La menzogna della pretesa di antiaristocratismo

Nel gergo rivoluzionario il termine "aristocratico" non designa un membro della nobiltà, ma un nemico della Rivoluzione. Così si considera aristocratico un operaio cattolico dell’Anjou o un contadino ribelle del Lozere.

Lo storico americano Donald Greer ha mostrato che, tra le vittime assassinate sotto il Terrore, soltanto l'8,5% appartiene alla nobiltà e dunque, il 91,5% di «aristocratici» appartiene al popolo[12].

 

La menzogna – o i limiti – del preteso «antimonarchismo» rivoluzionario

È certamente evidente che la rivoluzione ha distrutto la monarchia e ghigliottinato Luigi XVI. Ma è sicuramente falso che questo «antimonarchismo» sia stato più di un atteggiamento di circostanza della Rivoluzione, sia stato il suo vero progetto. Anzitutto nel 1789 non vi sono in Francia antimonarchici. «Nessuno, anche senza confessarlo, è repubblicano, constata Daniel Momet[13]. Non ve ne sono stati e non se ne trovano anche fra tutti i capofila degli intellettuali di allora, da François-Marie Arouet, detto Voltaire, a Guillaume-Thomas Raynal, da Denis Diderot a Jean-Frangois Marmontel, da Jean-Baptiste Le Rond d’Alembert a Jean-Jacques Rousseau. Quest’ultimo parla anche dell’«insopportabile e odioso giogo degli uguali», unendosi a Voltaire che amava affermare: «Val meglio servire sotto un leone di buona razza che sotto duecento topi della mia specie».

 

La menzogna maggiore: la dissimulazione del vero progetto, cioè l’anticristianesimo

Ma, si dirà, se la Rivoluzione non è antiaristocratica nè antimonarchica, che cos’è? Essa è ciò che i suoi amici democratico-cristiani d’assalto si sono ingegnati a dissimulare fino ad oggi. Essa si spiega attraverso un mese chiave (…). Questo mese, che che va dal 7 luglio 1792 (monarchico) al 10 agosto successivo (quando viene distrutta la monarchia) rivela una specificità della rivoluzione più significativa di ogni altra, perché ribalta tutto.

 Questa specificità è l’anticristianesimo totalitario, la sola vera essenza della Rivoluzione francese e il suo unico vero progetto, iniziale e finale.

Il 14 luglio 1792 e nei giorni successivi, questo anticristianesimo totalitario, questa fede nei prodigi del sacrilegio fanno osare i gesti sistematici che abbiamo lasciato intravedere: massacri di sacerdoti che avvengono un po' dappertutto in Francia e per la prima volta nella storia della Rivoluzione. La distruzione della monarchia sarà il mezzo per garantire la generalizzazione di questi massacri di sacerdoti e l'annientamento della religione.

 

 3. PERCHÉ RIFIUTIAMO DI CELEBRARE LE IGNOMINIE RIVOLUZIONARIE

Queste ignominie rivoluzionarie, numerose e multiformi, sono l’origine specifica dei crimini totalitari moderni, il modello ben attrezzato e adattabile a cui seguiranno il Gulag sovietico e i Lager nazionalsocialisti.

• L’ignominia del Terrore poliziesco, modello della Gestapo e del KGB, e anche dei terrori folli e maniacali tipo Khmer rossi di Pol Pot. Infatti, il controllo poliziesco e la repressione sono dappertutto e in ogni istante nella vita rivoluzionaria. Il terrore poliziesco è tanto meticoloso quanto universale: «Da quando siamo liberi non possiamo più uscire dalla città senza un passaporto», viene gridato in una commedia teatrale durante la breve tregua termidoriana. Un passaporto interno? Sì, proprio come nell’Unione Sovietica staliniana. Ma questo passaporto interno evidentemente non è sufficiente. Nel comune di residenza bisogna anche poter esibire il certificato di civismo, rilasciato dal comitato rivoluzionario di quartiere, in cui risiede la feccia della società, come si è potuto osservare. Senza certificato di civismo non vi è possibilità di nutrirsi: viene richiesto dai panettieri per comprare il pane e dagli altri commercianti per acquistare gli altri alimenti. Inoltre, lungo la strada viene richiesto un passaporto sull’abbigliamento, dapprima solo per gli uomini, poi anche per le donne. Questo passaporto sull’abbigliamento deve manifestare l’entusiasmo, un entusiasmo obbligatorio perché, sotto la Rivoluzione, si è sempre «volontari obbligati». Si tratta della coccarda tricolore, resa obbligatoria per tutti i francesi e le francesi con un decreto della Convenzione del 3 aprile 1793, e con nessuna possibilità di rifiutare il simbolo, o di trovarlo poco adatto, o di desiderare ornamenti più personali. Per questa ragione molte donne la rifiutano e la Convenzione interviene di nuovo il 21 settembre 1793.

 

Passi tratti da: Jean Dumont, I falsi miti della Rivoluzione francese, Effedieffe, 1990.

 



[1] Pierre Gaxotte, La Rivoluzione francese, Mondadori, p. 418.

[2] Pierre Chaunu, La France, Parigi, 1982, p. 365.

[3] E. La Roy Ladurie, Prèface a Alfred Coban, Le sens de la Rèvolution Francès, Parigi, 1984, p. 12.

[4] D. W. Brogan, Le prix de la Rèvolution, Parigi 1953, p. 32 e pp. 38-39.

[5] Albert Soboul, Storia della Rivoluzione francese, Rizzoli, Milano, 1988, t. II p. 156.

[6] François Furet - Denis Richet, La Rivoluzione francese, Laterza, 1980, vol I, p. 302.

[7] Ibidem.

[8] Albert Soboul, Histoire de la Révolution française, Parigi, 1979, p. 156.

[9] Ibidem.

[10] Cfr. François Furet - Denis Richet, op. cit., vol. I, p. 423.

[11] Georges Lefebvre, Etudes sur la révolution française, 1963, pp. 246-268.

[12] Donald Greer, Incidence of the Terror during the French Revolution, Cambridge, 1951.

[13] Daniel Momet, Dictionnaire des lettres françaises, XVIIIe siècle, Parigi 1960.

 

venerdì 17 dicembre 2021

La legge spagnola sulla violenza di genere

 Dal 2005 la Spagna assomiglia alla città di Acchiappa-citrulli narrata nel Pinocchio di Collodi. Per andare in prigione, infatti, basta essere innocenti. La criminalizzazione e la distruzione del maschio ha qui raggiunto il suo punto culminante. La legge contro la “violenza di genere”, presentata come un poderoso strumento di repressione della prepotenza machista, è stata promulgata dal Parlamento spagnolo alla fine del 2004 ed è entrata in vigore nel giugno del 2005. Fu curiosamente votata all'unanimità come accade normalmente negli stati totalitari. Per poterla approvare era stata lanciata una grande campagna propagandistica per convincere i votanti che il loro paese, uno tra i più sicuri d'Europa per le donne,[1] fosse sconvolto dalla violenza maschile.

Sulla scia delle raccomandazioni del CEDAW, lo scopo dichiarato della legge (art. 1) è quello di agire contro la violenza strutturale che gli uomini eserciterebbero sulle compagne o ex. Il punto di partenza è dunque l'assunto dogmatico del movimento femminista radicale: “Tutte le donne sono, senza eccezioni, sottomesse al dominio maschile”.

La violenza domestica era già punita severamente dal codice spagnolo prima del 2004. Le pene per gli abusi commessi in ambito familiare erano state infatti incrementate nel 2003. La norma però aveva il “difetto” di punire il coniuge maltrattatore a prescindere dal suo sesso. Proteggeva, infatti, tutti i membri della famiglia compresi i minori e gli ascendenti con misure molto severe. Ma proprio perché non colpevolizzava aprioristicamente l'uomo andava gettata nella spazzatura della storia, senza nemmeno darle il tempo di mostrare la sua efficacia.

La legge del 2004 non ha precedenti nei paesi democratici, perché elimina la presunzione di innocenza, in barba all'articolo 14 della Costituzione, e introduce una fattispecie di reato di cui solo i maschi possono essere colpevoli. Qualunque forma di violenza, piccola o grande, di un uomo verso la sua compagna non necessita più di indagini. La causa è sempre nota a priori, impressa a fuoco nelle righe della stessa legge: il machismo. Ogni altra causa è esclusa a priori. Per capire l'assurdità di tali premesse possiamo fare un paragone con le norme anti-razzismo. Per dimostrare che si è trattato di violenza razzista bisogna sempre indagare e verificare che la causa sia proprio il razzismo, non basta che l'aggressore sia bianco o giallo e la vittima nera o rossa. Per la legge spagnola invece queste sono tutte sottigliezze inutili.

La Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (1948, articolo 11: «La persona accusata di un delitto ha diritto alla presunzione di innocenza se non è stata provata la sua colpevolezza») è gettata alle ortiche. La donna è per definizione inetta, debole, incapace di difendersi. La casistica dei comportamenti maschili considerati “maltrattamento” è estesa in modo iperbolico: sollevare la voce o rompere un piatto può costare molto caro. In buona sostanza l'onere della prova è invertito: non è il giudice che deve dimostrare la colpevolezza dell'accusato ma è quest'ultimo a dover provare la propria innocenza. Basta una denuncia da parte di una moglie o una fidanzata o una ex e la polizia, seguendo un protocollo ministeriale che ricorda quelli seguiti dai nazisti per perseguitare gli ebrei, irrompe nelle case o nel luogo di lavoro e arresta l'accusato senza nemmeno ascoltarlo. Quest’ultimo è ammanettato e tenuto in carcere sino a quando un giudice non lo interroga. Le forze dell'ordine, anche se dubitano fortemente della sincerità della denunciante, procedono comunque all'arresto perché preventivamente avvisate dai collettivi femministi: «Se succede qualcosa alla donna la responsabilità ricadrà interamente su di voi!». Se poi il malcapitato, per la smania di uscire di prigione o perché mal consigliato dall'avvocato d'ufficio, firma una Sentencia de Conformidad, finisce per ammettere la colpa e viene etichettato per sempre come “criminale di genere”.

La giudice decana di Barcellona Maria Sanhauja, in un'intervista al quotidiano La Razon del 2006, trovò il coraggio di criticare pubblicamente la legge: «Se ogni anno vengono inoltrate oltre 140 mila denunce, ma di queste solo 8 o 10 mila finiscono con una condanna, che ne è di tutte le altre?» Queste ultime erano logicamente terminate con l'archiviazione o l'assoluzione. Una miriade di uomini innocenti erano stati, dunque, ingiustamente incarcerati.

La stessa giudice,[2] aveva anche affermato che la legge sulla violenza di genere ha provocato una disgustosa violazione dei diritti: «Non può esistere alcun crimine che porti alla detenzione di massa di migliaia di uomini, con scarse prove», ma l'applicazione della Ley Organica porta a realizzare questa situazione «da regimi totalitari». Per la giudice il problema della violenza, con tutta la serietà che comporta, «è stato portato a un punto di follia» che ha generato un uso abusivo della legge, la distruzione delle prove e l'assenza della presunzione di innocenza.

La Sanhauja aveva anche osservato che una condanna ingiusta può generare conseguenze tremende. Un uomo che si vede strumentalmente accusato, cacciato di casa, stigmatizzato come maltrattatore, costretto a pagare un mantenimento, può cadere in una spirale di autodistruzione che gli fa perdere il controllo delle sue azioni spingendolo a uccidere la sua aguzzina o sé stesso.

Come in un ormai lontano passato è stata riesumata nella legge una discriminante sessuale. Basta una semplice denuncia per trasferire la procedura di separazione dal giudice di famiglia (civile) a quello di violenza di genere (penale). Colpevole o innocente l’accusato viene tosto arrestato sino a un massimo di tre giorni, espulso dal domicilio familiare e allontanato dai figli. L’annientamento dell'imputato è dunque implicito nello spirito della legge. Sino alla fine del processo egli non può chiedere la custodia condivisa o ricevere un qualunque sussidio dallo stato. Tutto nel generale silenzio dei media.

Il codice penale spagnolo, modificato in virtù della Ley Organica del 2004, riporta in Europa forme di discriminazione che lasciano ammutoliti. Fa carne di porco del principio di uguaglianza stabilito dall'articolo 14 della Costituzione spagnola. Lo stesso comportamento, ad esempio le minacce (art. 171.4 CP), è considerato un delitto per l'uomo, e quindi punibile col carcere da sei mesi a un anno, e una semplice infrazione per la donna, punibile con una multa. La pena prevista per lesioni personali (artt. 147 e 148 CP) va da due a cinque anni di reclusione se l'autore è l'uomo; se è la donna va da sei mesi, abbassati a tre a partire dal 2015,[3] a tre anni. Anche per il maltrattamento occasionale l'uomo è punito più severamente con una pena minima di sei mesi contro i tre previsti per la donna (art. 153.2 CP).

Per i musulmani malikiti e gli hanbaliti la vita di un dhimmi, di un non musulmano, vale la metà di quella di un musulmano. I maschi sono i dhimmi spagnoli.

Anche una banale discussione via WhatsApp tra fidanzati può avere conseguenze penali. Un uomo di cui i quotidiani hanno omesso le generalità aveva concluso un battibecco con la sua compagna scrivendole “vete a la mierda”, che significa grosso modo “vai a cagare”. Lei gli aveva restituito pan per focaccia inviandogli l’icona di una cacca. Una frase maleducata è considerata un “delitto di insulti o vessazioni familiari”. Lo prevede l'articolo 173.4 del Codice Penale. Nel giugno del 2016 l’uomo è stato trattenuto in carcere per sette ore, cacciato di casa per cinque giorni con un ordine di allontanamento e condannato al pagamento delle spese processuali dal tribunale n.1 di Granada della violenza contro le donne.[4]

La Ley Organica prevede per di più la promozione di misure educative per ogni ordine di scuola (art.4) al fine di prevenire il machismo (attraverso una formazione ideologizzata degli insegnanti), l'inserimento coatto nei programmi scolastici della glorificazione del movimento femminista nonché l'obbligo per le università di promuovere in tutte le aree accademiche il dogma dell'uguaglianza di genere.

Si narra che Dionigi di Siracusa avesse l’abitudine di appendere le tavole delle leggi così in alto da impedirne la lettura. Il governo Zapatero ne ha seguito l’esempio. Per precludere agli spagnoli la comprensione delle perverse logiche della Ley Organica ne ha celato gli aspetti più torbidi, esibendola come il necessario toccasana per far cessare le violenze. La gente comune, ingannata da una stampa in gran parte favorevole al regime, ha continuato a ignorare per anni le lesioni del diritto implicite nel provvedimento.

Zapatero, il primo leader politico al mondo a dirsi femminista, ha dichiarato nel luglio 2018 che «la storia dell'umanità» non è «lo sfruttamento dell'uomo da parte dell'uomo», come sosteneva Karl Marx, ma «lo sfruttamento delle donne da parte degli uomini».[5] Per lui, a quanto sembra, i raccoglitori di pomodori, i taglialegna e i lavapiatti sono tutti degli sfruttatori. Anche le ottocentesche proprietarie americane di schiavi sarebbero vittime e i loro schiavi gli aguzzini.

Una volta accettata la fine della lotta di classe, per poter ricavare uno spazio politico su cui continuare a lucrare, la nuova sinistra ha voluto cavalcare la tigre della guerra dei sessi. La politica è da tempo una fonte di reddito e la sopravvivenza di un partito, con tutti i conseguenti vantaggi per i suoi accoliti, è un obiettivo cruciale. Scomparsi i proletari bisognava trovare un gruppo sostitutivo da difendere. Essendo le elettrici maggioranza rispetto agli elettori, lusingare le donne e promettere loro più potere era un modo astuto per aumentare i consensi. Per un vantaggio elettorale si può anche spaccare l'umanità in due.

 

Lo stato incentiva le false denunce

La Ley Organica prevede per la donna che ha sporto denuncia l'assistenza giuridica gratuita, un sussidio di oltre quattrocento euro mensili (rinnovabili con una seconda denuncia), un eventuale alloggio pagato con soldi pubblici, il diritto di precedenza sulle offerte di lavoro, l'iscrizione gratuita all'università e altre agevolazioni. L'assegno elargito non deve essere restituito in caso di assoluzione dell'accusato. Tutti questi vantaggi valgono anche per le donne straniere.[1] La straniera irregolare che denuncia “violenza di genere” ottiene anche il permesso di soggiorno. Così nel 2012 alcuni membri di un'organizzazione criminale hanno organizzato finte relazioni con donne marocchine che presentavano delle finte denunce per ottenere la regolarizzazione e la sovvenzione di 400 euro.[2]

I medici possono individuare le vittime di ipotetiche violenze anche in presenza di una risoluta smentita delle stesse. L'8 ottobre 2012 Maria Luisa, una donna di 52 anni che abita a Castellòn nella Spagna orientale, incespica mentre cammina nel suo giardino. Nella caduta ha la sventura di urtare il viso su una statuetta decorativa e disgraziatamente si spezza due denti. Il marito le presta le prime cure ma, dato che il sangue non smette di sgorgare copioso, decide di accompagnarla d'urgenza al pronto soccorso. Mentre si accinge a salire in auto Maria Luisa perde i sensi e cade nuovamente procurandosi dei piccoli lividi sul viso. Si risveglia durante il tragitto e apprende dal marito l'accaduto. Il medico che la visita non crede al suo racconto e contatta le forze dell'ordine. Dopo 15 o 20 minuti giungono quattro agenti che, senza nemmeno prendersi il disturbo di interrogare la donna, arrestano il marito. Senza alcuna indagine, come in un grottesco processo kafkiano, per il consorte scatta un decreto di allontanamento dalla casa di famiglia. Malgrado le sue disperate proteste, Maria Luisa è dichiarata vittima di un uomo che lei ama molto e che non le ha mai torto un capello; l’unico ad occuparsi del suo stato di ansia patologica. Il marito è costretto a trasferirsi nell'abitazione di un fratello, ma continua a tenere quotidiani contatti telefonici con la moglie. Violando la legge i due si incontrano in segreto. Se qualcuno li scoprisse lui finirebbe in carcere. I desideri e gli affanni della coppia non contano. Conta aver punito un altro “abusatore” che viene iscritto nei registri ufficiali della statistica per dimostrare l'efficienza della giustizia spagnola.[3]

Quando una donna spagnola ha intenzione di divorziare sa che se denuncia una “violenza di genere” otterrà istantaneamente l'allontanamento del compagno, la casa, la custodia dei figli e un assegno mensile. Si capisce che per molte tutto questo costituisce una tentazione molto forte. Se la donna non ha remore nel criminalizzare il padre dei suoi figli, se desidera assaporare il gusto della vendetta con tutti i copiosi benefici, non deve far altro che sporgere una denuncia falsa. La sua parola basta come prova.

Il 24 luglio 2010 una bimba chiamò la polizia perché sua madre stava cercando di soffocare con un cuscino suo padre, un uomo affetto da distrofia muscolare che necessitava di strumenti medici per sopravvivere. L’uomo aveva già in passato denunciato la moglie, ma aveva poi ritrattato tutto. La donna disse di aver agito così perché non poteva più sopportare la situazione. Giustificata e rimessa in libertà, poté mantenere anche l'affidamento della figlia. Un'altra donna di Tenerife era riuscita a ottenere l'espulsione dall'abitazione familiare del marito tetraplegico, denunciando che lui l'aveva minacciata. Quest'ultima era stata più astuta della prima, giacché aveva eliminato lo sgradevole marito senza cercare di assassinarlo. Le era bastato usare il potere garantitole dalla Ley Organica.[4]

Si punisce qualcuno in ragione del suo sesso, lo si qualifica a priori come oppressore o aggressore anche se non ha mai dato mostra di una condotta “machista”. La legge non distingue le situazioni di autentica e ripetuta vessazione, che ovviamente esistono, dalle banali liti che scoppiano, prima o poi, all’interno di ogni coppia. Un marito e una moglie che si trovano in fase di separazione tendono a litigare perché in disaccordo su chi debba prendere un computer o un televisore o per altri motivi, e spesso finiscono per insultarsi reciprocamente. Per la legge ogni indagine è inutile; il colpevole è noto a priori ed ha sempre sesso maschile. Il 26 dicembre 2018 nel corso di un litigio familiare avvenuto nella città di Ocaña un uomo è stato pugnalato a una spalla dalla moglie. La Guardia Civil è intervenuta e lo ha arrestato. La donna invece è stata lasciata in libertà.[5] L'avvocato Miguel A. Valverde ha raccontato[6] di un caso in cui mentre due ragazzi di 18 anni si stavano scazzottando, una ragazza di 17, fidanzata di uno dei due ed ex dell'altro, è intervenuta nella rissa per difendere il fidanzato. Il solo ex fidanzato è stato punito come un delinquente, mentre gli altri due, anche se autori delle stesse identiche azioni, sono stati semplicemente rimproverati.

Postulare una pretesa situazione di superiorità di cui l’uomo godrebbe e abuserebbe determina eo ipso la violazione della presunzione d’innocenza. La legge sembra valere come un atto di riparazione o di compensazione collettiva per le discriminazioni subite dalle donne di altre epoche. Chi oggi non è discriminato viene risarcito, e chi non ha discriminato viene punito. Il diritto moderno è stato assassinato e si è tornati a forme giuridiche anacronistiche, simili a quelle dell'antica Roma, quando a parità di colpa la pena variava in relazione alla condizione giuridica dell’accusato.

Secondo l'opinione delle persone più qualificate, la legge è chiaramente incostituzionale. María Poza, magistrata del Tribunale provinciale di Murcia, ha sollevato due obiezioni al Tribunale Costituzionale spagnolo per la grave discriminazione tra i sessi e la sospensione della presunzione di innocenza.[7] Per la magistrata l'introduzione di un diverso criterio di giudizio a seconda del sesso è un «costo inaccettabile» per i valori costituzionali. Per perseguire severamente l'abuso familiare sarebbe stato sufficiente aggravare le pene per qualunque soggetto maltrattante senza penalizzare i soli maschi. Può esserci dominio anche tra padre e figlia, tra padre e figlio, tra madre e figlia, tra madre e figlio ecc. Se gli uomini fossero risultati i maggiori perpetratori di abusi sarebbero stati puniti in proporzione. Tuttavia la Corte Costituzionale, in diverse sentenze tra il 2008 e il 2010, ha confermato la costituzionalità della Ley Organica, pur con il voto contrario di alcuni giudici. La sentenza del 2008 fu approvata di stretta misura con 7 voti contro 5.[8] La decisione si spiega col fatto che dieci membri della Corte su 12 sono nominati dagli organi politici. Se fosse stato politicamente utile probabilmente questi magistrati avrebbero anche affermato che due più due non fa quattro.

Al 31 ottobre 2008, dopo poco più di tre anni dalla sua entrata in vigore, la Ley Organica era causa del 10% delle reclusioni e a metà del 2011 del 12,4%.[9]

In un articolo pubblicato dal quotidiano El Pais il 22 dicembre 2008 la giudice María Sanahuja aveva denunciato come qualcosa di tremendo la vocazione della legge a un utilizzo fraudolento. La magistrata indicava come un chiaro segno di fallimento il fatto che il numero delle donne uccise non fosse diminuito per nulla dopo l'entrata in vigore della legge e biasimava l'uso del codice penale da parte di molte donne per ottenere migliori condizioni in fase di separazione. Stigmatizzava inoltre la pressione intimidente dei media sui magistrati che, per tema di essere accusati di inadempienza, si sentivano costretti ad ordinare corrivamente arresti e allontanamenti e ad aumentare pesantemente le pene in un quasi completo oblio del coordinamento con i professionisti della sanità e dei servizi sociali.[10]

Dalla sua entrata in vigore sino al giugno 2009 si erano accumulate in Spagna più di 600 mila denunce per violenza di genere e di queste, secondo uno studio compiuto dal magistrato Francisco Serrano, solo il 14% corrispondevano ad autentici maltrattamenti.[11] Nel 2006 il ministro della giustizia Juan Fernando López Aguilar, uno dei principali fautori della Ley Organica, aveva dichiarato con freddo cinismo, alla luce degli evidenti abusi permessi dalla legge, che le false accuse costituivano un costo accettabile. Qualche anno più tardi tuttavia egli stesso, come per contrappasso, fu accusato dalla ex moglie di percosse e violenza nel corso della causa di divorzio.[12]

Le false denunce hanno colpito anche alcuni uomini italiani. Nel 2018 è giunta alla fine una lunga vicenda legale che ha visto Francesco Arcuri contrapposto alla compagna Juana Rivas. Come in moltissimi altri casi, la totale assenza di prove ha permesso l'assoluzione dell'uomo.[13]

In Spagna è avvenuto qualcosa di terribile: la privazione ingiusta e arbitraria della libertà di un enorme numero di uomini. Una gravissima lesione dei più fondamentali diritti. Ma le orecchie dei più sono state rese sorde dalla potente macchina persuasiva del governo. È stato individuato un terrorista interno: il maschio eterosessuale. La legge non vale infatti per le coppie dello stesso sesso che in Spagna possono sposarsi.

La Ley Organica prevede anche la creazione di tribunali speciali e grasse sovvenzioni per le associazioni femministe. Come ha sottolineato Diego de Los Santos, medico e fondatore del Partido Andalucista, i Tribunali della violenza di genere (Juzgados de Violencia de Genero), chiamati anche Tribunali della violenza contro le donne, sono gli unici al mondo che giudicano solo uomini. Quindi dovremmo chiamarli “Tribunali sessisti anti-uomo”. La loro funzione sembra essere quella di ferire, di soddisfare le «aspirazioni illegittime e segregazioniste del femminismo radicale».[14] Secondo il giudice Francisco Serrano, i Tribunali della violenza di genere assomigliano a quelli di Guantánamo creati da George Bush. Anche a Guantánamo le persone sono state recluse arbitrariamente prima che fossero restituite ai paesi di origine perché innocenti. Intanto però la loro vita era stata rovinata. Nel 2006 come ha ricordato lo stesso giudice «ci sono stati 3.200 suicidi in Spagna, di cui 2.400 erano uomini».[15] Non sappiamo quanti si siano uccisi a causa delle false accuse, perché queste informazioni sono deliberatamente occultate.

Il regime si guarda bene dal divulgare i motivi che spingono gli spagnoli a togliersi la vita, ma, secondo cifre ufficiose calcolate da associazioni civili, sarebbero almeno 500 ogni anno quelli causati dalla Ley Organica. L'articolo 143 del Codice Penale spagnolo prevede una pena da quattro a otto anni di carcere per chi induce un altro al suicidio. Quanti anni di carcere meriterebbero gli autori della legge femminista?

L’avvocato Josè Louis Sariego Murillo, esperto in diritto di famiglia, ha raccontato la storia di Chico, uno studente di 19 anni.[16] Chico aveva avuto un flirt con una ragazza di 17 anni che faceva parte del suo gruppo di amici. Poi si era innamorato di un’altra e l’aveva lasciata. La 17enne lo aveva quindi denunciato per violenza di genere. Così il ragazzo, senza uno straccio di prova, fu messo in carcere e lì fu violentato. Caduto in una profonda depressione si era quindi impiccato. Dalla successiva lettura degli sms si scoprì poi che la ragazza aveva voluto semplicemente vendicarsi.

In Spagna gli uomini suicidi superano i morti per incidente stradale e il governo, che organizza continue campagne di prevenzione contro gli incidenti stradali, non fa nulla per prevenire i suicidi.[17]

I casi di autentica violenza che sono giunti a condanna in virtù della Ley Organica, secondo un calcolo reso pubblico nel 2009 dal Consiglio Generale del Potere Giudiziario (CGPJ), l'organo di governo della magistratura, erano soltanto lo 0,4% del totale delle denunce. Per il senso comune maltrattare significa commettere violenza fisica e infatti nella propaganda governativa la donna maltrattata è sempre mostrata con lesioni, occhi neri e viso straziato. Tuttavia i condannati per lesioni alla fine del 2009 erano meno di 600 in tutta la Spagna.[18] Le altre condanne riguardavano forme di maltrattamento molto più blande. Una valanga di banali dispute all'interno delle coppie si era tramutata in altrettante denunce tanto da collassare i tribunali. I numeri così inflazionati potevano giustificare la feroce campagna di misandria che aveva preceduto l'entrata in vigore della legge.



[1] Nel 2012 la Guardia Civil ha scoperto una rete di persone che organizzavano false denunce per maltrattamenti col fine di ottenere la residenza e un assegno di 400 euro mensili a donne marocchine che aspiravano a ottenere la cittadinanza spagnola.

[2] https://www.guardiacivil.es/va/prensa/historico_prensa/4220.html

[3] Francisco J. Lario, La Celda de los inocentes, Editorial Círculo Rojo, 2016, § 2 Testimonios, 2.

[4] Serrano, p.97.

[5] https://www.actuall.com/familia/apunalado-por-su-mujer-es-detenido-como-agresor-de-genero-ella-investigada-por-lesiones/

[6] L'evento è raccontato in: Rubio, cap.18.

[7] Rafael Méndez, “Una juez lleva la ley de violencia sexista al Constitucional por discriminar al hombre”, El Pais, 16 agosto 2005.

[8] https://elpais.com/diario/2008/05/31/opinion/1212184805_850215.html

[9] Gayo, Alberto, y Pascual, Maria (2008), La cara del asesino, interviù, 28 novembre 2008. Cit. in: de Los Santos, p.28.

[10] María Sanahuja, “Las denuncias falsas”, El Pais, 22 dicembre 2008.

https://elpais.com/diario/2008/12/22/opinion/1229900405_850215.html

[11] “El juez Serrano compara la ley contra el maltrato con la base de Guantánamo”, El Correo de Andalucía, 9 febbraio 2009. https://elcorreoweb.es/historico/el-juez-serrano-compara-la-ley-contra-el-maltrato-con-la-base-de-guantanamo-ABEC162615

[12] Francesco Olivo, “Spagna, il 'padre' della legge contro la violenza di genere accusato di maltrattamenti sulla moglie”, La Stampa, 7 aprile 2015.

[13] Francesco Arcuri nel 2009 conviveva in Spagna con Juana Rivas da cui aveva avuto un figlio nel 2005. Una notte la donna, secondo il racconto di Arcuri, era rientrata a casa ubriaca alle 5 del mattino. Ne era nato un alterco che si era concluso in reciproche accuse di violenza domestica. Come previsto dalla legge spagnola l'uomo fu arrestato e indotto ad accettare una Sentencia por Conformidad che lo condannava a tre mesi di prigione e a un anno e tre mesi di allontanamento dalla famiglia. Prima della fine dei tempi stabiliti dalla sentenza, i due erano tornati a convivere e si erano trasferiti nell'isola di San Pietro dove Arcuri gestiva un bed and breakfast. Intanto era nato un secondo figlio. Il rapporto iniziò nuovamente a guastarsi dopo qualche anno e nel maggio del 2016 Rivas si recò in Spagna con i due bambini con l'impegno di riportarli dopo un mese e mezzo. Sporse invece una denuncia per violenza di genere e chiese l'affidamento esclusivo dei bimbi. Per i media spagnoli era una madre eroica che stava lottando per tenere i due figli lontani dal padre-mostro. «Siamo tutti Juana Rivas» iniziarono ad urlare le femministe nei cortei. La lunga battaglia legale però non si è conclusa come speravano. Nell'agosto del 2017 Rivas è stata costretta a restituire i bambini al padre. Il giudice non le aveva creduto per la totale mancanza di riscontri e l'aveva giudicata colpevole di aver strumentalizzato la tesi dell’abuso per mantenere la custodia dei figli. Nel luglio 2018 è arrivata la sentenza del tribunale di Granada che la condannava a cinque anni di carcere per sottrazione di minori e le imponeva di pagare un risarcimento di 30 mila euro all’ex partner, oltre alle spese legali. Nel marzo del 2019 il tribunale di Cagliari ha archiviato le otto denunce presentate dalla donna e ha affidato la custodia esclusiva dei bimbi al padre, concedendo alla madre di vederli durante le vacanze estive. I giudici hanno dichiarato che «la donna ha “una grande capacità manipolativa nel rapporto con i minori” e che “giustifica” il proprio comportamento come vittima della violenza di genere». 

[14] De los Santos, p.118.

[15] https://elcorreoweb.es/historico/el-juez-serrano-critica-que-las-denuncias-falsas-por-maltrato-estan-provocando-un-genocidio-entre-los-hombres-CGEC227599

[16] Josè Louis Sariego Murillo, Derechos Humanos tras las Cifras, in: de Los Santos, pp. 221-222.

[17] Diego Molpeceres, Las cifras de las que nadie habla: el suicidio mata el doble que los accidentes de tráfico, vozpopuli, 9 settembre 2019.

[18] De Los Santos, p.91.




[1] Tra il 2000 e il 2006, in Spagna, il tasso di femminicidi in famiglia era di 4 per milione di donne, inferiore a quello nella maggior parte dei paesi del Nord Europa, al di sotto della Finlandia (10) o della Norvegia (6). Nello stesso periodo morivano tre donne per milione di donne per mano dei loro partner o ex-partner mentre la media europea era cinque e nel continente americano otto. Vedi: III INFORME INTERNACIONAL, Violencia contra la mujer en las relaciones de pareja, ESTADÍSTICAS Y LEGISLACIÓN, 2010.

 

[2] https://hombresmaltratados.es/maria-sanahuja-hemos-causado-un-gran-dolor-a-un-monton-de-hombres/

[3] Art. 147 riformato dal n. 81 dell’articolo unico della L.O. 1/2015.

[5] https://www.eldiario.es/sociedad/Zapatero-Marx-Historia-humanidad-explotacion_0_793370921.html

 

Tratto da: Bruno Etzi, Femminismo da non credere, Ed. Susil, pp.180- 188.