venerdì 17 dicembre 2021

La legge spagnola sulla violenza di genere

 Dal 2005 la Spagna assomiglia alla città di Acchiappa-citrulli narrata nel Pinocchio di Collodi. Per andare in prigione, infatti, basta essere innocenti. La criminalizzazione e la distruzione del maschio ha qui raggiunto il suo punto culminante. La legge contro la “violenza di genere”, presentata come un poderoso strumento di repressione della prepotenza machista, è stata promulgata dal Parlamento spagnolo alla fine del 2004 ed è entrata in vigore nel giugno del 2005. Fu curiosamente votata all'unanimità come accade normalmente negli stati totalitari. Per poterla approvare era stata lanciata una grande campagna propagandistica per convincere i votanti che il loro paese, uno tra i più sicuri d'Europa per le donne,[1] fosse sconvolto dalla violenza maschile.

Sulla scia delle raccomandazioni del CEDAW, lo scopo dichiarato della legge (art. 1) è quello di agire contro la violenza strutturale che gli uomini eserciterebbero sulle compagne o ex. Il punto di partenza è dunque l'assunto dogmatico del movimento femminista radicale: “Tutte le donne sono, senza eccezioni, sottomesse al dominio maschile”.

La violenza domestica era già punita severamente dal codice spagnolo prima del 2004. Le pene per gli abusi commessi in ambito familiare erano state infatti incrementate nel 2003. La norma però aveva il “difetto” di punire il coniuge maltrattatore a prescindere dal suo sesso. Proteggeva, infatti, tutti i membri della famiglia compresi i minori e gli ascendenti con misure molto severe. Ma proprio perché non colpevolizzava aprioristicamente l'uomo andava gettata nella spazzatura della storia, senza nemmeno darle il tempo di mostrare la sua efficacia.

La legge del 2004 non ha precedenti nei paesi democratici, perché elimina la presunzione di innocenza, in barba all'articolo 14 della Costituzione, e introduce una fattispecie di reato di cui solo i maschi possono essere colpevoli. Qualunque forma di violenza, piccola o grande, di un uomo verso la sua compagna non necessita più di indagini. La causa è sempre nota a priori, impressa a fuoco nelle righe della stessa legge: il machismo. Ogni altra causa è esclusa a priori. Per capire l'assurdità di tali premesse possiamo fare un paragone con le norme anti-razzismo. Per dimostrare che si è trattato di violenza razzista bisogna sempre indagare e verificare che la causa sia proprio il razzismo, non basta che l'aggressore sia bianco o giallo e la vittima nera o rossa. Per la legge spagnola invece queste sono tutte sottigliezze inutili.

La Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (1948, articolo 11: «La persona accusata di un delitto ha diritto alla presunzione di innocenza se non è stata provata la sua colpevolezza») è gettata alle ortiche. La donna è per definizione inetta, debole, incapace di difendersi. La casistica dei comportamenti maschili considerati “maltrattamento” è estesa in modo iperbolico: sollevare la voce o rompere un piatto può costare molto caro. In buona sostanza l'onere della prova è invertito: non è il giudice che deve dimostrare la colpevolezza dell'accusato ma è quest'ultimo a dover provare la propria innocenza. Basta una denuncia da parte di una moglie o una fidanzata o una ex e la polizia, seguendo un protocollo ministeriale che ricorda quelli seguiti dai nazisti per perseguitare gli ebrei, irrompe nelle case o nel luogo di lavoro e arresta l'accusato senza nemmeno ascoltarlo. Quest’ultimo è ammanettato e tenuto in carcere sino a quando un giudice non lo interroga. Le forze dell'ordine, anche se dubitano fortemente della sincerità della denunciante, procedono comunque all'arresto perché preventivamente avvisate dai collettivi femministi: «Se succede qualcosa alla donna la responsabilità ricadrà interamente su di voi!». Se poi il malcapitato, per la smania di uscire di prigione o perché mal consigliato dall'avvocato d'ufficio, firma una Sentencia de Conformidad, finisce per ammettere la colpa e viene etichettato per sempre come “criminale di genere”.

La giudice decana di Barcellona Maria Sanhauja, in un'intervista al quotidiano La Razon del 2006, trovò il coraggio di criticare pubblicamente la legge: «Se ogni anno vengono inoltrate oltre 140 mila denunce, ma di queste solo 8 o 10 mila finiscono con una condanna, che ne è di tutte le altre?» Queste ultime erano logicamente terminate con l'archiviazione o l'assoluzione. Una miriade di uomini innocenti erano stati, dunque, ingiustamente incarcerati.

La stessa giudice,[2] aveva anche affermato che la legge sulla violenza di genere ha provocato una disgustosa violazione dei diritti: «Non può esistere alcun crimine che porti alla detenzione di massa di migliaia di uomini, con scarse prove», ma l'applicazione della Ley Organica porta a realizzare questa situazione «da regimi totalitari». Per la giudice il problema della violenza, con tutta la serietà che comporta, «è stato portato a un punto di follia» che ha generato un uso abusivo della legge, la distruzione delle prove e l'assenza della presunzione di innocenza.

La Sanhauja aveva anche osservato che una condanna ingiusta può generare conseguenze tremende. Un uomo che si vede strumentalmente accusato, cacciato di casa, stigmatizzato come maltrattatore, costretto a pagare un mantenimento, può cadere in una spirale di autodistruzione che gli fa perdere il controllo delle sue azioni spingendolo a uccidere la sua aguzzina o sé stesso.

Come in un ormai lontano passato è stata riesumata nella legge una discriminante sessuale. Basta una semplice denuncia per trasferire la procedura di separazione dal giudice di famiglia (civile) a quello di violenza di genere (penale). Colpevole o innocente l’accusato viene tosto arrestato sino a un massimo di tre giorni, espulso dal domicilio familiare e allontanato dai figli. L’annientamento dell'imputato è dunque implicito nello spirito della legge. Sino alla fine del processo egli non può chiedere la custodia condivisa o ricevere un qualunque sussidio dallo stato. Tutto nel generale silenzio dei media.

Il codice penale spagnolo, modificato in virtù della Ley Organica del 2004, riporta in Europa forme di discriminazione che lasciano ammutoliti. Fa carne di porco del principio di uguaglianza stabilito dall'articolo 14 della Costituzione spagnola. Lo stesso comportamento, ad esempio le minacce (art. 171.4 CP), è considerato un delitto per l'uomo, e quindi punibile col carcere da sei mesi a un anno, e una semplice infrazione per la donna, punibile con una multa. La pena prevista per lesioni personali (artt. 147 e 148 CP) va da due a cinque anni di reclusione se l'autore è l'uomo; se è la donna va da sei mesi, abbassati a tre a partire dal 2015,[3] a tre anni. Anche per il maltrattamento occasionale l'uomo è punito più severamente con una pena minima di sei mesi contro i tre previsti per la donna (art. 153.2 CP).

Per i musulmani malikiti e gli hanbaliti la vita di un dhimmi, di un non musulmano, vale la metà di quella di un musulmano. I maschi sono i dhimmi spagnoli.

Anche una banale discussione via WhatsApp tra fidanzati può avere conseguenze penali. Un uomo di cui i quotidiani hanno omesso le generalità aveva concluso un battibecco con la sua compagna scrivendole “vete a la mierda”, che significa grosso modo “vai a cagare”. Lei gli aveva restituito pan per focaccia inviandogli l’icona di una cacca. Una frase maleducata è considerata un “delitto di insulti o vessazioni familiari”. Lo prevede l'articolo 173.4 del Codice Penale. Nel giugno del 2016 l’uomo è stato trattenuto in carcere per sette ore, cacciato di casa per cinque giorni con un ordine di allontanamento e condannato al pagamento delle spese processuali dal tribunale n.1 di Granada della violenza contro le donne.[4]

La Ley Organica prevede per di più la promozione di misure educative per ogni ordine di scuola (art.4) al fine di prevenire il machismo (attraverso una formazione ideologizzata degli insegnanti), l'inserimento coatto nei programmi scolastici della glorificazione del movimento femminista nonché l'obbligo per le università di promuovere in tutte le aree accademiche il dogma dell'uguaglianza di genere.

Si narra che Dionigi di Siracusa avesse l’abitudine di appendere le tavole delle leggi così in alto da impedirne la lettura. Il governo Zapatero ne ha seguito l’esempio. Per precludere agli spagnoli la comprensione delle perverse logiche della Ley Organica ne ha celato gli aspetti più torbidi, esibendola come il necessario toccasana per far cessare le violenze. La gente comune, ingannata da una stampa in gran parte favorevole al regime, ha continuato a ignorare per anni le lesioni del diritto implicite nel provvedimento.

Zapatero, il primo leader politico al mondo a dirsi femminista, ha dichiarato nel luglio 2018 che «la storia dell'umanità» non è «lo sfruttamento dell'uomo da parte dell'uomo», come sosteneva Karl Marx, ma «lo sfruttamento delle donne da parte degli uomini».[5] Per lui, a quanto sembra, i raccoglitori di pomodori, i taglialegna e i lavapiatti sono tutti degli sfruttatori. Anche le ottocentesche proprietarie americane di schiavi sarebbero vittime e i loro schiavi gli aguzzini.

Una volta accettata la fine della lotta di classe, per poter ricavare uno spazio politico su cui continuare a lucrare, la nuova sinistra ha voluto cavalcare la tigre della guerra dei sessi. La politica è da tempo una fonte di reddito e la sopravvivenza di un partito, con tutti i conseguenti vantaggi per i suoi accoliti, è un obiettivo cruciale. Scomparsi i proletari bisognava trovare un gruppo sostitutivo da difendere. Essendo le elettrici maggioranza rispetto agli elettori, lusingare le donne e promettere loro più potere era un modo astuto per aumentare i consensi. Per un vantaggio elettorale si può anche spaccare l'umanità in due.

 

Lo stato incentiva le false denunce

La Ley Organica prevede per la donna che ha sporto denuncia l'assistenza giuridica gratuita, un sussidio di oltre quattrocento euro mensili (rinnovabili con una seconda denuncia), un eventuale alloggio pagato con soldi pubblici, il diritto di precedenza sulle offerte di lavoro, l'iscrizione gratuita all'università e altre agevolazioni. L'assegno elargito non deve essere restituito in caso di assoluzione dell'accusato. Tutti questi vantaggi valgono anche per le donne straniere.[1] La straniera irregolare che denuncia “violenza di genere” ottiene anche il permesso di soggiorno. Così nel 2012 alcuni membri di un'organizzazione criminale hanno organizzato finte relazioni con donne marocchine che presentavano delle finte denunce per ottenere la regolarizzazione e la sovvenzione di 400 euro.[2]

I medici possono individuare le vittime di ipotetiche violenze anche in presenza di una risoluta smentita delle stesse. L'8 ottobre 2012 Maria Luisa, una donna di 52 anni che abita a Castellòn nella Spagna orientale, incespica mentre cammina nel suo giardino. Nella caduta ha la sventura di urtare il viso su una statuetta decorativa e disgraziatamente si spezza due denti. Il marito le presta le prime cure ma, dato che il sangue non smette di sgorgare copioso, decide di accompagnarla d'urgenza al pronto soccorso. Mentre si accinge a salire in auto Maria Luisa perde i sensi e cade nuovamente procurandosi dei piccoli lividi sul viso. Si risveglia durante il tragitto e apprende dal marito l'accaduto. Il medico che la visita non crede al suo racconto e contatta le forze dell'ordine. Dopo 15 o 20 minuti giungono quattro agenti che, senza nemmeno prendersi il disturbo di interrogare la donna, arrestano il marito. Senza alcuna indagine, come in un grottesco processo kafkiano, per il consorte scatta un decreto di allontanamento dalla casa di famiglia. Malgrado le sue disperate proteste, Maria Luisa è dichiarata vittima di un uomo che lei ama molto e che non le ha mai torto un capello; l’unico ad occuparsi del suo stato di ansia patologica. Il marito è costretto a trasferirsi nell'abitazione di un fratello, ma continua a tenere quotidiani contatti telefonici con la moglie. Violando la legge i due si incontrano in segreto. Se qualcuno li scoprisse lui finirebbe in carcere. I desideri e gli affanni della coppia non contano. Conta aver punito un altro “abusatore” che viene iscritto nei registri ufficiali della statistica per dimostrare l'efficienza della giustizia spagnola.[3]

Quando una donna spagnola ha intenzione di divorziare sa che se denuncia una “violenza di genere” otterrà istantaneamente l'allontanamento del compagno, la casa, la custodia dei figli e un assegno mensile. Si capisce che per molte tutto questo costituisce una tentazione molto forte. Se la donna non ha remore nel criminalizzare il padre dei suoi figli, se desidera assaporare il gusto della vendetta con tutti i copiosi benefici, non deve far altro che sporgere una denuncia falsa. La sua parola basta come prova.

Il 24 luglio 2010 una bimba chiamò la polizia perché sua madre stava cercando di soffocare con un cuscino suo padre, un uomo affetto da distrofia muscolare che necessitava di strumenti medici per sopravvivere. L’uomo aveva già in passato denunciato la moglie, ma aveva poi ritrattato tutto. La donna disse di aver agito così perché non poteva più sopportare la situazione. Giustificata e rimessa in libertà, poté mantenere anche l'affidamento della figlia. Un'altra donna di Tenerife era riuscita a ottenere l'espulsione dall'abitazione familiare del marito tetraplegico, denunciando che lui l'aveva minacciata. Quest'ultima era stata più astuta della prima, giacché aveva eliminato lo sgradevole marito senza cercare di assassinarlo. Le era bastato usare il potere garantitole dalla Ley Organica.[4]

Si punisce qualcuno in ragione del suo sesso, lo si qualifica a priori come oppressore o aggressore anche se non ha mai dato mostra di una condotta “machista”. La legge non distingue le situazioni di autentica e ripetuta vessazione, che ovviamente esistono, dalle banali liti che scoppiano, prima o poi, all’interno di ogni coppia. Un marito e una moglie che si trovano in fase di separazione tendono a litigare perché in disaccordo su chi debba prendere un computer o un televisore o per altri motivi, e spesso finiscono per insultarsi reciprocamente. Per la legge ogni indagine è inutile; il colpevole è noto a priori ed ha sempre sesso maschile. Il 26 dicembre 2018 nel corso di un litigio familiare avvenuto nella città di Ocaña un uomo è stato pugnalato a una spalla dalla moglie. La Guardia Civil è intervenuta e lo ha arrestato. La donna invece è stata lasciata in libertà.[5] L'avvocato Miguel A. Valverde ha raccontato[6] di un caso in cui mentre due ragazzi di 18 anni si stavano scazzottando, una ragazza di 17, fidanzata di uno dei due ed ex dell'altro, è intervenuta nella rissa per difendere il fidanzato. Il solo ex fidanzato è stato punito come un delinquente, mentre gli altri due, anche se autori delle stesse identiche azioni, sono stati semplicemente rimproverati.

Postulare una pretesa situazione di superiorità di cui l’uomo godrebbe e abuserebbe determina eo ipso la violazione della presunzione d’innocenza. La legge sembra valere come un atto di riparazione o di compensazione collettiva per le discriminazioni subite dalle donne di altre epoche. Chi oggi non è discriminato viene risarcito, e chi non ha discriminato viene punito. Il diritto moderno è stato assassinato e si è tornati a forme giuridiche anacronistiche, simili a quelle dell'antica Roma, quando a parità di colpa la pena variava in relazione alla condizione giuridica dell’accusato.

Secondo l'opinione delle persone più qualificate, la legge è chiaramente incostituzionale. María Poza, magistrata del Tribunale provinciale di Murcia, ha sollevato due obiezioni al Tribunale Costituzionale spagnolo per la grave discriminazione tra i sessi e la sospensione della presunzione di innocenza.[7] Per la magistrata l'introduzione di un diverso criterio di giudizio a seconda del sesso è un «costo inaccettabile» per i valori costituzionali. Per perseguire severamente l'abuso familiare sarebbe stato sufficiente aggravare le pene per qualunque soggetto maltrattante senza penalizzare i soli maschi. Può esserci dominio anche tra padre e figlia, tra padre e figlio, tra madre e figlia, tra madre e figlio ecc. Se gli uomini fossero risultati i maggiori perpetratori di abusi sarebbero stati puniti in proporzione. Tuttavia la Corte Costituzionale, in diverse sentenze tra il 2008 e il 2010, ha confermato la costituzionalità della Ley Organica, pur con il voto contrario di alcuni giudici. La sentenza del 2008 fu approvata di stretta misura con 7 voti contro 5.[8] La decisione si spiega col fatto che dieci membri della Corte su 12 sono nominati dagli organi politici. Se fosse stato politicamente utile probabilmente questi magistrati avrebbero anche affermato che due più due non fa quattro.

Al 31 ottobre 2008, dopo poco più di tre anni dalla sua entrata in vigore, la Ley Organica era causa del 10% delle reclusioni e a metà del 2011 del 12,4%.[9]

In un articolo pubblicato dal quotidiano El Pais il 22 dicembre 2008 la giudice María Sanahuja aveva denunciato come qualcosa di tremendo la vocazione della legge a un utilizzo fraudolento. La magistrata indicava come un chiaro segno di fallimento il fatto che il numero delle donne uccise non fosse diminuito per nulla dopo l'entrata in vigore della legge e biasimava l'uso del codice penale da parte di molte donne per ottenere migliori condizioni in fase di separazione. Stigmatizzava inoltre la pressione intimidente dei media sui magistrati che, per tema di essere accusati di inadempienza, si sentivano costretti ad ordinare corrivamente arresti e allontanamenti e ad aumentare pesantemente le pene in un quasi completo oblio del coordinamento con i professionisti della sanità e dei servizi sociali.[10]

Dalla sua entrata in vigore sino al giugno 2009 si erano accumulate in Spagna più di 600 mila denunce per violenza di genere e di queste, secondo uno studio compiuto dal magistrato Francisco Serrano, solo il 14% corrispondevano ad autentici maltrattamenti.[11] Nel 2006 il ministro della giustizia Juan Fernando López Aguilar, uno dei principali fautori della Ley Organica, aveva dichiarato con freddo cinismo, alla luce degli evidenti abusi permessi dalla legge, che le false accuse costituivano un costo accettabile. Qualche anno più tardi tuttavia egli stesso, come per contrappasso, fu accusato dalla ex moglie di percosse e violenza nel corso della causa di divorzio.[12]

Le false denunce hanno colpito anche alcuni uomini italiani. Nel 2018 è giunta alla fine una lunga vicenda legale che ha visto Francesco Arcuri contrapposto alla compagna Juana Rivas. Come in moltissimi altri casi, la totale assenza di prove ha permesso l'assoluzione dell'uomo.[13]

In Spagna è avvenuto qualcosa di terribile: la privazione ingiusta e arbitraria della libertà di un enorme numero di uomini. Una gravissima lesione dei più fondamentali diritti. Ma le orecchie dei più sono state rese sorde dalla potente macchina persuasiva del governo. È stato individuato un terrorista interno: il maschio eterosessuale. La legge non vale infatti per le coppie dello stesso sesso che in Spagna possono sposarsi.

La Ley Organica prevede anche la creazione di tribunali speciali e grasse sovvenzioni per le associazioni femministe. Come ha sottolineato Diego de Los Santos, medico e fondatore del Partido Andalucista, i Tribunali della violenza di genere (Juzgados de Violencia de Genero), chiamati anche Tribunali della violenza contro le donne, sono gli unici al mondo che giudicano solo uomini. Quindi dovremmo chiamarli “Tribunali sessisti anti-uomo”. La loro funzione sembra essere quella di ferire, di soddisfare le «aspirazioni illegittime e segregazioniste del femminismo radicale».[14] Secondo il giudice Francisco Serrano, i Tribunali della violenza di genere assomigliano a quelli di Guantánamo creati da George Bush. Anche a Guantánamo le persone sono state recluse arbitrariamente prima che fossero restituite ai paesi di origine perché innocenti. Intanto però la loro vita era stata rovinata. Nel 2006 come ha ricordato lo stesso giudice «ci sono stati 3.200 suicidi in Spagna, di cui 2.400 erano uomini».[15] Non sappiamo quanti si siano uccisi a causa delle false accuse, perché queste informazioni sono deliberatamente occultate.

Il regime si guarda bene dal divulgare i motivi che spingono gli spagnoli a togliersi la vita, ma, secondo cifre ufficiose calcolate da associazioni civili, sarebbero almeno 500 ogni anno quelli causati dalla Ley Organica. L'articolo 143 del Codice Penale spagnolo prevede una pena da quattro a otto anni di carcere per chi induce un altro al suicidio. Quanti anni di carcere meriterebbero gli autori della legge femminista?

L’avvocato Josè Louis Sariego Murillo, esperto in diritto di famiglia, ha raccontato la storia di Chico, uno studente di 19 anni.[16] Chico aveva avuto un flirt con una ragazza di 17 anni che faceva parte del suo gruppo di amici. Poi si era innamorato di un’altra e l’aveva lasciata. La 17enne lo aveva quindi denunciato per violenza di genere. Così il ragazzo, senza uno straccio di prova, fu messo in carcere e lì fu violentato. Caduto in una profonda depressione si era quindi impiccato. Dalla successiva lettura degli sms si scoprì poi che la ragazza aveva voluto semplicemente vendicarsi.

In Spagna gli uomini suicidi superano i morti per incidente stradale e il governo, che organizza continue campagne di prevenzione contro gli incidenti stradali, non fa nulla per prevenire i suicidi.[17]

I casi di autentica violenza che sono giunti a condanna in virtù della Ley Organica, secondo un calcolo reso pubblico nel 2009 dal Consiglio Generale del Potere Giudiziario (CGPJ), l'organo di governo della magistratura, erano soltanto lo 0,4% del totale delle denunce. Per il senso comune maltrattare significa commettere violenza fisica e infatti nella propaganda governativa la donna maltrattata è sempre mostrata con lesioni, occhi neri e viso straziato. Tuttavia i condannati per lesioni alla fine del 2009 erano meno di 600 in tutta la Spagna.[18] Le altre condanne riguardavano forme di maltrattamento molto più blande. Una valanga di banali dispute all'interno delle coppie si era tramutata in altrettante denunce tanto da collassare i tribunali. I numeri così inflazionati potevano giustificare la feroce campagna di misandria che aveva preceduto l'entrata in vigore della legge.



[1] Nel 2012 la Guardia Civil ha scoperto una rete di persone che organizzavano false denunce per maltrattamenti col fine di ottenere la residenza e un assegno di 400 euro mensili a donne marocchine che aspiravano a ottenere la cittadinanza spagnola.

[2] https://www.guardiacivil.es/va/prensa/historico_prensa/4220.html

[3] Francisco J. Lario, La Celda de los inocentes, Editorial Círculo Rojo, 2016, § 2 Testimonios, 2.

[4] Serrano, p.97.

[5] https://www.actuall.com/familia/apunalado-por-su-mujer-es-detenido-como-agresor-de-genero-ella-investigada-por-lesiones/

[6] L'evento è raccontato in: Rubio, cap.18.

[7] Rafael Méndez, “Una juez lleva la ley de violencia sexista al Constitucional por discriminar al hombre”, El Pais, 16 agosto 2005.

[8] https://elpais.com/diario/2008/05/31/opinion/1212184805_850215.html

[9] Gayo, Alberto, y Pascual, Maria (2008), La cara del asesino, interviù, 28 novembre 2008. Cit. in: de Los Santos, p.28.

[10] María Sanahuja, “Las denuncias falsas”, El Pais, 22 dicembre 2008.

https://elpais.com/diario/2008/12/22/opinion/1229900405_850215.html

[11] “El juez Serrano compara la ley contra el maltrato con la base de Guantánamo”, El Correo de Andalucía, 9 febbraio 2009. https://elcorreoweb.es/historico/el-juez-serrano-compara-la-ley-contra-el-maltrato-con-la-base-de-guantanamo-ABEC162615

[12] Francesco Olivo, “Spagna, il 'padre' della legge contro la violenza di genere accusato di maltrattamenti sulla moglie”, La Stampa, 7 aprile 2015.

[13] Francesco Arcuri nel 2009 conviveva in Spagna con Juana Rivas da cui aveva avuto un figlio nel 2005. Una notte la donna, secondo il racconto di Arcuri, era rientrata a casa ubriaca alle 5 del mattino. Ne era nato un alterco che si era concluso in reciproche accuse di violenza domestica. Come previsto dalla legge spagnola l'uomo fu arrestato e indotto ad accettare una Sentencia por Conformidad che lo condannava a tre mesi di prigione e a un anno e tre mesi di allontanamento dalla famiglia. Prima della fine dei tempi stabiliti dalla sentenza, i due erano tornati a convivere e si erano trasferiti nell'isola di San Pietro dove Arcuri gestiva un bed and breakfast. Intanto era nato un secondo figlio. Il rapporto iniziò nuovamente a guastarsi dopo qualche anno e nel maggio del 2016 Rivas si recò in Spagna con i due bambini con l'impegno di riportarli dopo un mese e mezzo. Sporse invece una denuncia per violenza di genere e chiese l'affidamento esclusivo dei bimbi. Per i media spagnoli era una madre eroica che stava lottando per tenere i due figli lontani dal padre-mostro. «Siamo tutti Juana Rivas» iniziarono ad urlare le femministe nei cortei. La lunga battaglia legale però non si è conclusa come speravano. Nell'agosto del 2017 Rivas è stata costretta a restituire i bambini al padre. Il giudice non le aveva creduto per la totale mancanza di riscontri e l'aveva giudicata colpevole di aver strumentalizzato la tesi dell’abuso per mantenere la custodia dei figli. Nel luglio 2018 è arrivata la sentenza del tribunale di Granada che la condannava a cinque anni di carcere per sottrazione di minori e le imponeva di pagare un risarcimento di 30 mila euro all’ex partner, oltre alle spese legali. Nel marzo del 2019 il tribunale di Cagliari ha archiviato le otto denunce presentate dalla donna e ha affidato la custodia esclusiva dei bimbi al padre, concedendo alla madre di vederli durante le vacanze estive. I giudici hanno dichiarato che «la donna ha “una grande capacità manipolativa nel rapporto con i minori” e che “giustifica” il proprio comportamento come vittima della violenza di genere». 

[14] De los Santos, p.118.

[15] https://elcorreoweb.es/historico/el-juez-serrano-critica-que-las-denuncias-falsas-por-maltrato-estan-provocando-un-genocidio-entre-los-hombres-CGEC227599

[16] Josè Louis Sariego Murillo, Derechos Humanos tras las Cifras, in: de Los Santos, pp. 221-222.

[17] Diego Molpeceres, Las cifras de las que nadie habla: el suicidio mata el doble que los accidentes de tráfico, vozpopuli, 9 settembre 2019.

[18] De Los Santos, p.91.




[1] Tra il 2000 e il 2006, in Spagna, il tasso di femminicidi in famiglia era di 4 per milione di donne, inferiore a quello nella maggior parte dei paesi del Nord Europa, al di sotto della Finlandia (10) o della Norvegia (6). Nello stesso periodo morivano tre donne per milione di donne per mano dei loro partner o ex-partner mentre la media europea era cinque e nel continente americano otto. Vedi: III INFORME INTERNACIONAL, Violencia contra la mujer en las relaciones de pareja, ESTADÍSTICAS Y LEGISLACIÓN, 2010.

 

[2] https://hombresmaltratados.es/maria-sanahuja-hemos-causado-un-gran-dolor-a-un-monton-de-hombres/

[3] Art. 147 riformato dal n. 81 dell’articolo unico della L.O. 1/2015.

[5] https://www.eldiario.es/sociedad/Zapatero-Marx-Historia-humanidad-explotacion_0_793370921.html

 

Tratto da: Bruno Etzi, Femminismo da non credere, Ed. Susil, pp.180- 188.

lunedì 2 novembre 2020

Femminismo da non credere (introduzione)

Pubblico qui l'introduzione al mio libro di critica del femminismo radicale. Chi ne desiderasse avere una copia lo può avere scontato scrivere al mio indirizzo email: bruno.etzi@alice.it




Dai frutti si riconosce l’albero.

(Matteo 7:16-20)

 

Introduzione: Una verità rivelata

Nella prima serata del Festival della canzone italiana di Sanremo 2020 l'atmosfera è carica di pathos. La scrittrice e giornalista palestinese Rula Jebreal interviene come ospite.[1]Davanti a lei due futuristici leggii. Uno nero alla sua destra e uno bianco alla sua sinistra. Secondo Jebreal (leggio nero = la triste realtà) nei tribunali italiani regnerebbe l’abitudine di umiliare con “domande insinuanti” le donne che denunciano di essere state stuprate Prosegue il monologo alternando recriminazioni a famose strofe di canzoni dedicate alle donne (leggio bianco = il mondo ideale che vogliamo).

martedì 23 aprile 2019

La Seconda guerra mondiale

 
Nella Seconda guerra mondiale (1939-45) furono coinvolti, almeno nella sua fase finale, la maggior parte degli stati del mondo. I principali contendenti furono Gran Bretagna, Francia, Stati Uniti d’America e Urss da una parte e Germania, Italia e Giappone dall’altra.

La guerra coinvolse tutti i continenti e costrinse i belligeranti a uno smisurato sforzo produttivo. Oltre all’elemento economico quello ideologico ebbe un’importanza cruciale, dato che gli ideali politici radicalmente contrapposti costituirono certamente motivi determinanti del conflitto. 

 


 

 

Le premesse

 Il fallimento della Società delle Nazioni

I presupposti del trattato di Versailles, che addossavano alla Germania e all’Austria la responsabilità della Prima guerra mondiale, non potevano alla lunga essere accettati dai Tedeschi; d’altra parte, le condizioni finanziarie e territoriali imposte alla Germania, se da un lato erano troppo dure, dall’altro non erano sufficienti a impedirne la risurrezione militare e industriale. Di fatto, le clausole del trattato costituirono il terreno di coltura per una rinascita del militarismo e del nazionalismo tedesco.

Altre minacce alla pace si andarono addensando nel corso degli anni 1930, mostrando la debolezza della Società delle Nazioni. Alcuni anni prima dello scoppio della guerra il Giappone aveva occupato la regione cinese della Manciuria (1931-32), in cui aveva costituito lo Stato vassallo del Manchoukuo, e fu pertanto costretta ad uscire dalla Società delle Nazioni, abbandonata nel 1933 anche dalla Germania. Il governo nazista diede libera attuazione a un massiccio incremento delle forze militari, in violazione delle limitazioni imposte dal trattato di pace. Quando la Germania rioccupò militarmente la Renania (7 marzo 1936), fu la Gran Bretagna, nello spirito proprio della diplomazia tradizionale volta a un equilibrio delle forze a negare il suo consenso a un intervento attivo della Società delle Nazioni, con lo scopo di contrastare in Europa l’influenza di URSS, Francia e Italia. L’uscita formale dell’Italia fascista dalla Società delle Nazioni nel dicembre 1937 ne sanzionò definitivamente la crisi.

 

Le relazioni internazionali

La conquista dell’Etiopia aveva visto la Germania nazista sostenere l'Italia fascista. Questo legame si rafforzò con la nascita dell’Asse Roma-Berlino (incontro Hitler-Ciano, 20-24 ottobre 1936), un patto d'amicizia formale e vago, ma di grande valore politico. Il patto permise una comune politica riguardo la guerra civile in Spagna (1936-39), dove si misurarono per la prima volta direttamente le forze del fascismo e dell’antifascismo europeo. Da allora la scena politica internazionale fu dominata dalle manifestazioni violente della volontà di potenza germanica. Nel marzo 1938 si ebbe l’annessione tedesca dell’Austria. La Gran Bretagna impedì che si reagisse con le armi alla politica espansionistica tedesca sperando che le mire espansionistiche di Hitler si placassero. Tale scelta è ricordata come politica dell'appeasement, della riappacificazione.

Qualche mese dopo Hitler, non pago dei territori occupati, minacciò di muovere guerra alla Cecoslovacchia col pretesto di proteggere la maggioranza tedesca che abitava la regione dei Sudeti. Per evitare il conflitto Mussolini favorì l'accordo di Monaco del settembre 1938, che autorizzò la Germania a occupare la regione. Tuttavia alcuni mesi più tardi la Germania occupò anche la Boemia e la Moravia, con la conseguente dissoluzione della Cecoslovacchia (15 marzo 1939). A quel punto fu chiaro alla classe dirigente britannica l’impossibilità della politica di appeasement fino allora perseguita. Il governo di Londra approvò ingenti stanziamenti per le forze armate e la coscrizione obbligatoria. Il 22 maggio 1939 fu conclusa a Berlino l’alleanza italo-tedesca (nota anche come patto d’acciaio). Il Patto impegnava le due potenze dell’Asse a darsi reciproco aiuto, politico, diplomatico e anche militare - in caso di conflitto- nella difesa dei rispettivi “interessi vitali”.

 

Le caratteristiche della guerra

Gli elementi essenziali che contraddistinguono la Seconda guerra mondiale sono connessi innanzitutto al carattere ideologico e totale del conflitto. Nel conflitto le alleanze acquistarono un carattere di scelta politica, civile, etica; inoltre, non solo si estese ai 5 continenti ma penetrò profondamente nella popolazione civile, coinvolgendola sia attraverso le deportazioni, i bombardamenti delle città, gli stermini, sia attraverso le formazioni combattenti volontarie civili.

Sul terreno strettamente militare, i protagonisti furono il carro armato, che liquidò la guerra di trincea e restituì il primato all’attacco, e l’aereo da bombardamento, il cui uso estensivo fu funzionale tanto alla distruzione di obiettivi militari quanto alla demoralizzazione delle popolazioni e allo scompaginamento della vita civile; suo estremo sviluppo si ebbe con l’impiego dei missili (V1 e V2 tedesche nella battaglia d’Inghilterra) e, tanto più, con l’uso dell’arma nucleare (conseguita attraverso un’affannosa competizione scientifica tra Statunitensi e Tedeschi) che pose fine al conflitto aprendo l’era atomica. Innumerevoli furono gli sviluppi dell’industria bellica e applicata; in tutti i paesi belligeranti lo sforzo produttivo fu strenuo e risultò vincitrice la coalizione più forte sul piano economico.

 

La guerra lampo nazista e gli insuccessi italiani (1939-1941)

Il patto di non aggressione tedesco-sovietico (patto Ribbentropp-Molotov), siglato il 23-24 agosto 1939, in vista dell’attacco alla Polonia, costituì l’antecedente immediato dell’attacco tedesco alla Polonia e quindi della nuova guerra mondiale. Il 1° settembre 1939 la Polonia fu invasa; il 3 Francia e Gran Bretagna dichiararono guerra al Reich senza però assumere alcuna iniziativa militare. L’Italia fin dal 1° settembre aveva invece dichiarato la ‘non belligeranza’, l’astensione dal conflitto era imposta tanto dall’impreparazione militare e morale del paese, quanto dall’ostilità della corona e di gran parte delle stesse sfere dirigenti fasciste.

Grazie alla strategia della “guerra lampo”, la Polonia fu rapidamente sconfìtta e occupata. Tra aprile e giugno del 1940 la Germania invase poi la Danimarca, la Norvegia e la Francia che, arresasi con l’armistizio di Compiègne (22 giugno 1940), fu divisa tra una zona di occupazione al Nord e il regime collaborazionista di Vichy al Sud. Nell’estate Hitler tentò l’invasione della Gran Bretagna, ma qui l’offensiva aerea tedesca fu efficacemente contrastata.

Dopo l’iniziale posizione di non belligeranza, i rapidi successi nazisti indussero Mussolini ad annunciare l’entrata in guerra dell’Italia a fianco della Germania, il 10 giugno 1940. Nei mesi successivi il regime fascista condusse quella che doveva essere la sua “guerra parallela” contro i britannici in Africa e in Grecia, andando incontro tuttavia a una serie di insuccessi che richiesero l’intervento delle truppe tedesche.

 

L’operazione Barbarossa

Nei piani nazisti, la guerra avrebbe dovuto consentire l’instaurazione di un “nuovo ordine europeo”, incentrato sul dominio del Terzo Reich e su una gerarchia razziale tra i popoli. Per porre in atto tale progetto, nel giugno 1941 Hitler attaccò l’Unione Sovietica (operazione Barbarossa). Nei primi mesi di guerra l’avanzata tedesca sembrava irresistibile, ma alla fine dell’autunno fu arrestata dalla tenace resistenza dei sovietici nella battaglia di Mosca. Tra novembre e dicembre, in mezzo alle intemperie invernali i russi respinsero i tedeschi a oltre 100 km dalla capitale e liberarono molte importanti città attorno a Mosca.

 

La Shoah

Intanto la politica antisemita nazista si stava avviando verso la “soluzione finale”. Nei territori occupati dai tedeschi gli ebrei furono prima rinchiusi nei ghetti, poi sottoposti a fucilazioni di massa nel corso dell’avanzata verso est e infine eliminati attraverso i campi di sterminio.

Il 20 gennaio 1942 avvenne la conferenza di Wannsee, una riunione in cui alti ufficiali e burocrati nazionalsocialisti, in cui si stabilì l'attuazione della cosiddetta “soluzione finale della questione ebraica”, vale a dire un vero e proprio genocidio degli ebrei europei. Nella Polonia occupata furono allestiti dei campi di sterminio. I prigionieri venivano uccisi sia attraverso spaventosi lavori forzati, sia attraverso le camere a gas. Secondo la maggior parte degli storici, gli ebrei massacrati furono tra i 5 e i 6 milioni.

 

L’attacco giapponese a Pearl Harbor

Nel dicembre del 1941 il conflitto assunse una dimensione globale con l’intervento in guerra degli

Stati Uniti provocato dall’aggressiva politica del Giappone che, nell’ambito di un piano espansionistico in Asia orientale, attaccò la flotta statunitense di stanza a Pearl Harbor, nelle isole Hawaii.

 

La svolta nel conflitto (1942-1943)

Tra il 1942 e il 1943 l’andamento della guerra subì una svolta, con le prime sconfitte delle forze dell’Asse. Nella quarta e ultima offensiva dell’Asse (27 maggio-30 giugno 1942), occupata Tobruk  in Libia (21 giugno), gli Inglesi furono inseguiti fino all’istmo di el Alamèin, dove il 30 le forze italo-tedesche si fermarono. Il nuovo comandante inglese, B. L. Montgomery, sferrò la terza offensiva britannica, travolgendo il 3 novembre 1942 le armate italo-tedesche. L’Asse perdette l’iniziativa delle operazioni; gli Alleati l’8 novembre sbarcarono in Algeria e in Marocco, portandosi nel febbraio 1943 ai margini della Tunisia. Tra il 17 aprile e il 13 maggio gli Angloamericani sferrarono l’offensiva finale, che eliminò le forze dell’Asse in Africa.

 

Intanto in Russia l’alto comando tedesco prese la decisione di sottrarre all’armata corazzata diretta verso Stalingrado un buon terzo degli effettivi per lanciarlo alla conquista del petrolio del Caucaso. Così l'esercito tedesco (Wehrmacht) si trovò a perseguire simultaneamente due obiettivi separati l’uno dall’altro da distanze enormi in cui la mancanza di vie di comunicazione rendeva impossibili gli scambi degli uomini e dei mezzi. L’attacco sovietico lanciato il 19 novembre, aveva imprigionato la VI armata tedesca nel settore di Stalingrado, tra il Don e il Volga. Questa lunga e gigantesca battaglia, definita da alcuni storici come "la più importante di tutta la Seconda guerra mondiale", segnò l'inizio della sconfitta politico-militare della Germania e dei suoi alleati e satelliti, nonché l'inizio dell'avanzata sovietica verso ovest che sarebbe terminata due anni dopo con la conquista della città di Berlino e il suicidio di Hitler. L’esito della battaglia di Stalingrado segnò la fine dell’impulso offensivo tedesco e diede inizio alla guerra di esaurimento, a tutto vantaggio della coalizione anglo-russo-statunitense.

Nel Pacifico, intanto, gli Stati Uniti riuscivano a contenere l’aggressività nipponica, a partire dai successi nelle battaglie delle isole Midway (giugno 1942) e di Guadalcanal (agosto 1942), in seguito alle quali i giapponesi dovettero abbandonare i loro progetti di invasione dell’Australia.

 

Le resistenze nell’Europa occupata

Nei paesi occupati dai nazifascisti sorsero movimenti popolari di Resistenza, che contribuirono alla lotta di liberazione con attività di spionaggio, sabotaggio o vera e propria guerriglia. Particolarmente efficaci dal punto di vista militare furono le azioni dei partigiani sovietici e iugoslavi; questi ultimi, che sotto la guida di Tito giunsero a liberare autonomamente il paese dai tedeschi, si macchiarono però anche di atti criminali nei confronti della popolazione italiana dell’Istria e della Venezia Giulia.

 

L’Italia dalla caduta del fascismo alla “guerra civile” (1943-1944)

Alla conferenza alleata di Casablanca (14-24 gennaio 1943) fu decisa l’apertura del secondo fronte e vi prevalse la tesi dello sbarco in Sicilia e dell’invasione dell’Italia. Lo sbarco degli anglo-americani in Sicilia (10 luglio 1943) segnò il crollo del regime fascista. Il 25 luglio Mussolini fu messo in minoranza dal Gran consiglio del fascismo, arrestato e sostituito dal generale Badoglio, che l’8 settembre annunciò l’armistizio con gli Alleati (firmato il 3 settembre a Cassibile in Sicilia). Il re e il governo si trasferirono nel Sud del paese, mentre i tedeschi occupavano le regioni settentrionali e centrali. Liberato dai nazisti, Mussolini fu posto a capo di un nuovo governo fascista repubblicano, la Repubblica sociale italiana (RSI). Nell’Italia occupata ebbe inizio la Resistenza, condotta da un movimento partigiano connotato da diversi orientamenti politici e guidata da un Comitato di liberazione nazionale (CLN) composto da rappresentanti dei ricostituiti partiti antifascisti. Ritiratisi a nord di Napoli, insorta il 27 settembre, mentre forze statunitensi sbarcavano ad Anzio (22 gennaio 1944), i Tedeschi opposero una tenace resistenza sulla linea Gustav, che venne infine spezzata con un attacco a Cassino (11-19 maggio 1944); seguì l’avanzata alleata verso Roma, liberata il 4 giugno.

 

La vittoria alleata (1944-1945)

Nel novembre 1943, nella conferenza di Teheran, Roosevelt, Churchill e Stalin decisero di aprire un nuovo fronte in Francia; il 6 giugno 1944 avvenne dunque lo sbarco degli Alleati in Normandia, nel nord della Francia, da cui prese le mosse l’attacco alla Germania, che tra la fine del 1944 e l’aprile del 1945 venne invasa da ovest dagli anglo-americani e da est dai sovietici.

In Italia le forze tedesche, abbandonata l’Italia centrale, si attestarono sulla linea Gotica lungo l’Appennino tosco-emiliano che crollò dopo una nuova offensiva alleata tra il 9 e il 24 aprile. Il 25 aprile 1945, in Italia il CLN lanciò l’ordine dell’insurrezione generale: era la Liberazione. Tre giorni dopo Mussolini fu giustiziato dai partigiani, mentre il 30 aprile Hitler si suicidò a Berlino. Con la resa incondizionata della Germania, il 7 maggio 1945, aveva termine la guerra in Europa. Sul fronte del Pacifico, dove i giapponesi resistevano strenuamente, il governo statunitense prese la decisione di lanciare due bombe atomiche sulle città di Hiroshima e Nagasaki (6-9 agosto 1945). Ne seguì la capitolazione del Giappone, e con essa la fine della Seconda guerra mondiale

 

I trattati di pace

I problemi della pace erano stati affrontati da USA, URSS e Gran Bretagna già nel corso del conflitto nelle conferenze di Teheran (28 novembre-1° dicembre 1943) e Jalta (4-12 febbraio 1945) con la comune enunciazione di principi ideali e politici e per la definizione, precisata a Jalta, delle rispettive sfere d’influenza nel mondo. Nella conferenza di San Francisco (25 aprile-15 giugno 1945) furono stabiliti gli statuti della futura organizzazione societaria internazionale, le Nazioni Unite. I ministri degli esteri di URSS, USA, Gran Bretagna e Francia elaborarono i trattati di pace nell’aprile-luglio 1946.

A Parigi furono sottoscritti (10 febbraio 1947) quelli riguardanti la Finlandia, la Romania, la Bulgaria, l’Italia e l’Ungheria. I trattati imponevano sanzioni economiche (riparazioni) e giuridiche (punizioni dei criminali di guerra; impegno di istituire le libertà democratiche), misure di disarmo, e vaste diminuzioni di territorio metropolitano e coloniale. I contrasti politici delineatisi nel dopoguerra fra gli Alleati impedirono la definizione del trattato di pace con la Germania. La Germania non fu considerata un soggetto di diritto internazionale e il suo destino sarebbe stato deciso unilateralmente dalle quattro potenze occupanti.

A quello col Giappone, sottoscritto il 7 settembre 1951 a San Francisco da 48 Stati membri delle Nazioni Unite, non aderì l’URSS, che nel 1956 concluse col Giappone un trattato bilaterale.

Il trattato di pace con l’Austria fu concluso a Vienna il 15 maggio 1955.

 

Conseguenze della guerra

La pratica dell’annientamento del nemico appare centrale nel complesso del conflitto. Il regime nazionalsocialista tedesco l’applicò innanzitutto all’interno ancora in periodo di pace, avviando il pianificato sterminio delle minoranze razziali e politiche. Non meno cruenta fu la risposta alleata (per es., con il bombardamento di Dresda e quelli di Hiroshima e Nagasaki), anche se priva delle motivazioni ideologiche che caratterizzavano l’aggressività dei primi. Alla fine del conflitto furono calcolati oltre 50 milioni di morti (30 nella sola Europa), oltre 2/3 dei quali civili.

Le conseguenze politiche della Seconda guerra mondiale si inseriscono in questo quadro. Gli Stati Uniti d’America erano usciti definitivamente dal tradizionale isolazionismo, sopportando una parte sostanziosa dello sforzo bellico, e avevano contribuito in modo decisivo alla vittoria alleata, assicurandosi per l’avvenire un ruolo preminente nella politica mondiale. Per altri versi, l’URSS emerse dal conflitto stremata ma con enorme prestigio per aver bloccato in direzione orientale l’espansione tedesca. In una situazione in cui anche le altre potenze vincitrici erano afflitte da giganteschi problemi di ricostruzione, fu attorno ai due grandi Stati che si riorganizzò la vita politica mondiale (sul terreno internazionale, nel 1945 nasceva l’Organizzazione delle Nazioni Unite, che assegnava un ruolo preponderante a 5 potenze vincitrici: USA, URSS, Cina, Gran Bretagna, Francia). Nel contempo, l’alleanza del periodo bellico si trasformò rapidamente in rivalità portando a una divisione dell’Europa e del mondo in sfere d’influenza; questo nuovo equilibrio bipolare (costituitosi negli anni 1945-49) avrebbe contraddistinto la politica mondiale fino alla disgregazione del blocco sovietico (1989). In questo senso, la riunificazione tedesca (1990) ha costituito di fatto la soluzione della principale delle pendenze politico-territoriali rimaste aperte dopo il conflitto.