lunedì 3 gennaio 2022

La Fenomenologia dello spirito di Hegel

La Fenomenologia dello spirito è un'opera pubblicata dal filosofo F. W. Hegel nel 1807. Il termine "fenomenologia" indica la descrizione o la "scienza" di ciò che appare. Poiché nel sistema hegeliano l'intera realtà è spirito, la fenomenologia consisterà nell'apparire dello spirito a sé stesso, cioè nel pervenire dello spirito alla consapevolezza di essere tutta la realtà, cioè l'"Assoluto" quale identità di finito e infinito, reale e razionale. In sostanza la filosofia di Hegel è l'ultimo grandioso tentativo di divinizzare il mondo compiuto da un filosofo.

Nella prefazione Hegel critica sia Fichte che Schelling. Fichte ha il merito di aver superato la prospettiva di rinuncia alla conoscenza dell'infinito del kantismo, ma Hegel lo accusa di aver individuato una “cattiva infinità”. L’infinito di Fichte è come un orizzonte che non si può mai raggiunfe. La storia umana avanza verso l’assoluto, verso l’Io puro, ma non li raggiunge mai. 

 Anche Schelling, pur avendo compiuto rispetto a Fichte un passo in avanti verso il coglimento dell'infinito, poichè aveva sostenuto la compresenza di io e non-io all’interno dell’assoluto, viene accusato di aver concepito l'assoluto come «una notte in cui tutte le vacche sono nere». In altre parole l’infinito schellinghiano, essendo unità indifferenziata di io e non-io, di finito e infinito, non permette di spiegare il sorgere delle cose finite e molteplici del mondo. Quella di  Schelling è una concezione statica dell'assoluto.

Hegel invece afferma nella Prefazione alla Fenomenologia dello spirito, che l’assoluto non è sostanza, ma soggetto. L’assoluto è dunque dinamico, in movimento come un soggetto, e non statico come una sostanza inerte.  Mentre per Fichte e per Schelling, l’assoluto è un punto di partenza, per Hegel  è il risultato di un lungo percorso di mediazioni, dei grandi eventi della storia dell'umanità (il vero è l'intero). Le parti finite della storia umana devono essere considerate nell'insieme. Se le consideriamo singolarmente, come hanno fatto le filosofie precedenti, abbiamo una visione falsata della realtà. Il vero è dunque il risultato di un divenire che si dipana in maniera ordinata attraverso un meccaniscmo logico dialettico che viene illustrato, appunto, nella fenomenologia

Il principio della risoluzione del finito nell'infinito, o dell'identità di reale e razionale, viene illustrato da Hegel in due modi diversi, corrispondenti a due differenti prospettive:

  • Da un lato egli si sofferma ad analizzare la lunga vicenda storica che, dall'alba della civiltà greca fino alla modernità, la coscienza ha compiuto per arrivare alla consapevolezza di essere l'assoluto. Tale prospettiva diacronica o fenomenologica, è seguita, appunto, nella Fenomenologia dello spirito;

  • dall'altro lato Hegel esamina il principio in questione quale appare in atto in tutte le determinazioni fondamentali della realtà: è la prospettiva sincronica, seguita nell'Enciclopedia delle scienze filosofiche in compendio.

Hegel narra dunque nella Fenomenologia la storia dell'esperienza umana e degli errori che necessariamente occorre compiere per giungere al sapere assoluto. Egli analizza tutta l'esperienza umana, quella artistica, quella religiosa, quella filosofica; esamina il diritto, la società e lo stato come momenti fondamentali dell’esperienza umana.

 La fenomenologia è quindi la storia romanzata della coscienza, la quale, attraverso infelicità e dolore, esce dalla sua individualità, raggiunge l'universalità e si riconosce come ragione che è realtà e realtà che è ragione. L'intero ciclo della fenomenologia si può vedere riassunto nella figura della "coscienza infelice". La coscienza infelice è quella che non sa di essere tutta la realtà, perciò si ritrova scissa in opposizioni dalle quali è dilaniata e dalle quali esce solo arrivando alla coscienza di essere tutto.
 La fenomenologia ha pertanto uno scopo introduttivo e pedagogico (è una bildung=formazione). Il singolo non può elevarsi alla filosofia come scienza se non ripercorrendo la tortuosa via che la coscienza umana ha compiuto per giungere alla vetta della coscienza. La fenomenologia prepara e introduce il singolo alla filosofia: cioè tende a far sì che egli si riconosca e si risolva nello spirito universale. Hegel non parla, come Kant, del metodo o del modo con cui si deve conoscere, poichè la conoscenza è come il nuoto. Non si può imparare a nuotare senza tuffarsi in acqua.


La Fenomenologia si divide in due parti. La prima parte, che tratta di esperienze individuali, comprende i tre momenti della coscienza (tesi), dell'autocoscienza (antitesi) e della ragione (sintesi). La seconda parte comprende le tre sezioni dello spirito, della religione e del sapere assoluto, e tratta di esperienze e produzioni umani sovra-individuali.

 

Coscienza

La prima tappa della Fenomenologia dello spirito è chiamata "coscienza" e si sviluppa in un contesto puramente conoscitivo (gnoseologico). La coscienza è la consapevolezza di sè e per iniziare necessita dell'incontro con un oggetto. In questa sezione Hegel mostra come la coscienza di un oggetto esterno conduca necessariamente a una forma di autocoscienza. La coscienza si articola a sua volta in:
 1) certezza sensibile;
 2) percezione;
 3) intelletto.

•                La certezza sensibile appare a prima vista come la forma di conoscenza più ricca e più sicura; in realtà è la più povera, perché non rende certi che di una mutevole e generica cosa singola. La sensibilità di per sè non è una vera conoscenza. Non mi permette di "percepire" questo albero o questa casa" presenti qui e ora davanti a me. Le sensazioni scivolano via continuamente e per poterle pensare occorre un concetto (albero, casa), con cui inquadrare le sensazioni. Per poter "pensare" il contenuto di una sensazione occorrono dunque le parole. Supponiamo di avere un mal di denti o un prurito: se provassimo a comunicarlo agli altri a parole ci renderemmo conto che le parole possono esprimere solo l’universale, il generale, non il privato. Non esiste un linguaggio per esprimere un’esperienza privata. La certezza sensibile si limita a sentire l'oggetto nella sua unicità e immediatezza. Deve dunque trapassare in altro, poichè proprio nella sua immediatezza si profila la mediazione tra ciò che è in sé e ciò che è per la coscienza: il "questo" non dipende dalla cosa, ma dall'io che la considera.

•                Il passaggio dal sapere immediato al sapere mediato si realizza con la "percezione", la quale rende esplicita la distinzione tra il soggetto che percepisce e l'oggetto percepito, implicitamente presente nella certezza sensibile. Nella percezione ci si rende consapevoli che l'unità dell'oggetto, che dal punto di vista sensibile è più cose (una mela è rossa, bianca nell'interno, profumata, pesante, ecc.) è "qualcosa" grazie all'unificazione delle sue diverse qualità operata dalla mente che percepisce grazie all'uso dei concetti (mal di denti, mela). L’intelletto, come aveva insegnato Kant, dà forma, unifica, opera distinzioni, applica proprie forme trascendentali agli oggetti.

•                L'intelletto è un ulteriore movimento dialettico che si ha quando si passa dal concetto generale al cogliere le forze interne che tengono unite le cose e alla comprensione dei concatenamenti che reggono il mondo. Si tratta di cogliere gli oggetti non come tali, ovvero non in base alle qualità sensibili che sembrano costituirli, ma come "fenomeni". Hegel ritiene che l'essenza vera dell'oggetto, che è ultrasensibile, non si può cogliere mediante l'intelletto. Pertanto, poiché l'oggetto esiste soltanto nella coscienza, allora esso non è "altro", ma è la coscienza stessa.  Quando l’intelletto si rende conto di unificare gli oggetti, si rende conto anche di se stesso. La coscienza che osserva il fenomeno osserva se stessa e diventa così autocoscienza.

 

Autocoscienza

Con l'autocoscienza, l'attenzione si sposta dall'oggetto al soggetto, cioè all'attività concreta dell'io, considerato nei suoi rapporti con gli altri. La prima figura fondamentale è quella di servo e signore. Come abbiamo visto, gli uomini prendeno coscienza di se stessi ma continuano a percepire gli altri uomini alla stregua di oggetti. Si entra così in una situazione di conflittualità.   

L'uomo, secondo Hegel, è davvero autocoscienza solo se riesce a farsi riconoscere da un'altra autocoscienza: per questo non può limitarsi a cercare negli oggetti sensibili l'appagamento dei propri desideri e dei propri appetiti, ma ha bisogno di farsi riconoscere da altri uomini. Per Hegel "il reciproco riconoscersi delle autocoscienze" non avviene tramite l'amore (che è il miracolo per cui ciò che è due diviene uno). ma passa attraverso un momento di lotta e di sfida, cioè attraverso il conflitto tra le autocoscienze. Tale conflitto, nel quale ogni autocoscienza, pur di affermare la propria indipendenza, deve essere pronta a tutto, anche a rischiare la vita, non si conclude con la morte delle autocoscienze contendenti, ma con il subordinarsi dell'una all'altra nel rapporto servo-signore. Il signore è colui che, pur di affermare la propria indipendenza, ha messo valorosamente a repentaglio la propria vita, fino alla vittoria, mentre il servo è colui che, a un certo punto, ha preferito la perdita della propria indipendenza pur di avere salva la vita. Si capisce che nella storia occidentale questo evento è il centro dell'età greco-romana.
 Tuttavia la dinamica del rapporto servo-signore è destinata a mettere capo a una paradossale inversione di ruoli, cioè ad una situazione in cui il signore diviene servo del servo e il servo signore del signore. Infatti il signore, che all'inizio appariva indipendente, nella misura in cui si limitava a godere passivamente del lavoro dei servi, finisce per dipendere da loro. Invece il servo, che era dipendente dal signore, nella misura in cui padroneggia e trasforma le cose da cui il signore riceve il proprio sostentamento, finisce per rendersi indipendente. Questo processo di progressiva acquisizione di indipendenza da parte del servo avviene tramite tre momenti:
 1) la paura della morte;
 2) il servizio;
 3) il lavoro.
 Lo schiavo è tale perché ha tremato dinnanzi alla possibilità della morte. Ma proprio in virtù di questa paura egli ha potuto sperimentare il proprio essere come qualcosa di distinto o di indipendente da quel mondo di realtà e di certezze naturali che prima gli apparivano come qualcosa di fisso e con le quali si identificava. 
Nell'essere "al servizio" la coscienza si autodisciplina e impara a vincere i propri impulsi naturali.
 Attraverso il lavoro il servo imprime alle cose una forma, dando luogo a un'opera che permane e che ha una sua autonomia. In questo senso, l'opera prodotta rappresenta il riflesso, nelle cose, della raggiunta indipendenza o autonomia del servo rispetto agli oggetti.

 

Stoicismo e scetticismo. Il raggiungimento dell'indipendenza dell'io nei confronti delle cose trova la sua manifestazione filosofica nello stoicismo, cioè in un tipo di visione del mondo che celebra l'autosufficienza e la libertà del saggio nei confronti di ciò che lo circonda. Lo stoico pretende di essere ugualmente libero sia sul trono che in catene, poiché è nel pensare che si è liberi. Ma nello stoicismo l'autocoscienza, che pretende di svincolarsi dai condizionamenti della realtà, raggiunge soltanto un'astratta libertà interiore, giacché quei condizionamenti permangono e la realtà esterna non è affatto annullata.

La pretesa di mettere completamente tra parentesi quel mondo esterno da cui lo stoico si sente indipendente appartiene invece allo scetticismo, ossia a una visione del mondo che sospende l'assenso su tutto ciò che è comunemente ritenuto vero e reale.

Hegel, però, usa contro lo scetticismo l'argomento tradizionale: quello secondo cui lo scettico si autocontraddice, poichè da un lato dichiara che tutto è vano e falso, mentre dall'altro pretende di dire qualcosa di reale e vero.

 

La coscienza infelice. Attraversata la contraddizione tra la negazione della verità e l'affermazione di una verità, la coscienza scettica trapassa nella figura della "coscienza infelice", in cui la suddetta contraddizione diviene esplicita e assume la forma di una separazione radicale tra l'uomo e Dio. L'opposizione tra uomo e Dio, tra finito e infinito, produce nella coscienza una lacerazione che genera infelicità. 
La separazione tra uomo e Dio si manifesta in un primo momento nell'ebraismo, nel quale Dio è un padrone assoluto della vita e della morte, ovvero un Signore inaccessibile di fronte a cui l'uomo si trova in uno stato di totale dipendenza. 
Il secondo momento è quello nel quale l'intrasmutabile (Dio) assume figura e corpo umani (Cristo), e in quest'esperienza vi è il primo tentativo di colmare l'abissale distanza tra i due estremi. Ma questo momento non risolve il problema (Cristo è un Dio, anche se ha forma umana, e d'altra parte sta su questa terra per un periodo troppo breve, ed è "dileguato nel tempo e nello spazio"). Più tardi si la nostalgia lascia il posto alla fallimentare ricerca e riconquista (con le Crociate) dei luoghi nei quali Cristo era vissuto e morto, che si conclude con la scoperta di un sepolcro vuoto. 
Il terzo e lungo momento successivo è quello rappresentato dall'affermarsi della coscienza religiosa cristiano-medievale, in cui la coscienza continua ad essere infelice. Manifestazioni di questa infelicità sono le sotto-figure della devozione, del fare e della mortificazione di sè, con cui si cerca di colmare la distanza rispetto al Dio che se n’è andato da questa terra promettendo di ritornare. Con la via dell'ascesi, il singolo fedele si annulla e si riduce a una specie di "cosa", nel tentativo di liberarsi dalla sua infelicità. Una liberazione che si completa in una sorta di risveglio nel quale non c'è più né Dio né l'intermediario né la coscienza infelice, ma appare la nuova figura che Hegel chiama "Ragione". Questo passaggio non avviene nel Medioevo ma nel Rinascimento e nell'età moderna. Nel suo sforzo di unificarsi con Dio il singolo si rende conto di essere lui stesso Dio, ovvero l'Universale.

 

La Ragione

Riconciliandosi con la realtà, la coscienza diventa ragione, ovvero consapevolezza della razionalità del reale. Questo processo si compie nel corso dell'età moderna, quando la coscienza, abbandonando l'inutile sforzo di identificarsi con Dio, si rende conto di essere lei stessa Dio, ovvero il soggetto assoluto, l'intera realtà, perché solo tramite la coscienza la realtà diventa visibile. Allora la ragione non è altro che la coscienza stessa diventata consapevole di essere l'intera realtà; in questa consapevolezza consiste l'idealismo, cioè l'affermazione che l'intera realtà è l'idea, il pensiero.

Il percorso attraverso cui la coscienza, riannodando il rapporto con il mondo, si fa ragione - il che equivale a dire che ricerca la razionalità della realtà - a sua volta si articola in fasi, la prima delle quali è quella della ragione osservativa, cioè la ragione tipica dell'età rinascimentale, in cui la natura è conosciuta mediante l'osservazione diretta. Questa fase passa dalla semplice osservazione alla formulazione delle leggi mediante l'esperimento, dal mondo inorganico a quello organico e, infine, alla psicologia. Con le pseudo-scienze della frenologia e della fisiognomica (la pretesa di capire il carattere dalla forma del cranio o del viso) la ragione osservativa conclude il suo ciclo, rendendosi conto che lo spirito non può coincidere con la forma di un osso.

Ma la coscienza non si ritrova nella natura semplicemente osservando la natura stessa, e la ragione non si attua come pura ragione contemplativa, bensì come attività pratica (ragione attiva), la quale cerca di realizzarsi attraverso lo sviluppo di tre figure. La prima è quella del faustismo (figura: il piacere e la necessità), in cui l'individuo, deluso dai risultati della scienza naturale, si lancia alla ricerca della vita, del suo significato più forte e del godimento della vita stessa. Ma nella ricerca del piacere l’autocoscienza si scontra con l’ineluttabilità del destino (Faust seduce Margherita ma deve subire la vendetta dei familiari, mentre Margherita è punita dalla legge per l’infanticidio), che contrasta il suo desiderio di felicità, mettendo in luce i limiti e la finitezza dell'individuo.

Il secondo tentativo è rappresentato da Hegel come l’esperienza tipica di un giovane che si contrappone alla società e alle sue leggi con motivazioni altamente morali (figura: la legge del cuore e il delirio della presunzione). Egli alle difficoltà e ai mali del mondo (il fanatismo, l'ottusità, la corruzione) contrappone la legge del cuore (allusione alle filosofie che nel corso del Settecento hanno sviluppato il tema del sentimento, e a Karl Moor, protagonista del dramma di Schiller “I Masnadieri”). Ma, dopo il fallimento del faustismo, neanche il sentimento riesce a eliminare tutti i conflitti, la legge del cuore, entra in contraddizione con altre "leggi del cuore", e si rivela anch’essa ingiusta e oppressiva.

Il terzo tentativo è quello rappresentato dal cavaliere della virtù (figura: la virtù e il corso del mondo) - attraverso cui egli denuncia l'ingenuità di chi crede di poter eliminare definitivamente il male dal mondo (esempio: Don Chisciotte, Robespierre) e l'illusione di chi, vestendo i panni del cavaliere della virtù, crede di poter moralizzare il mondo base alle proprie idee astratte.

Lo sforzo individuale della singola coscienza è dunque destinato a fallire, in quanto non in grado di raggiungere l'universalità. Di qui il passaggio a una nuova fase della coscienza denominata dell'individualità (figure: regno animale dello spirito, ragione legislatrice e ragione esaminatrice delle leggi) che tuttavia non può realizzarsi pienamente come tale, poiché l'individuo è sempre l'espressione dei rapporti socio-culturali in cui vive. In altre parole: se si rimane fermi al punto di vista dell'individuo si rimane intrappolati in una visione astratta e non è possibile raggiungere l'universalità. È allora necessario il passaggio all'attività pratica universale, cioè a quella dimensione che Hegel chiama "eticità" e che consiste nelle consuetudini, nelle istituzioni dei popoli, nelle forme dello Stato, che viene trattata nelle sezioni seguenti (spirito, religione, sapere assoluto). Con ciò Hegel intende dire che la ragione vera e reale non è quella dell'individuo, ma quella dello Stato che sta alla base di ogni atto della vita individuale. L'individuo si fonda sulla realtà storico-sociale e non viceversa. A questo punto la ragione diventa spirito, unità di soggetto e oggetto, e il suo sviluppo non riguarda più la coscienza individuale, bensì la storia dell’umanità.

venerdì 17 dicembre 2021

La legge spagnola sulla violenza di genere

 Dal 2005 la Spagna assomiglia alla città di Acchiappa-citrulli narrata nel Pinocchio di Collodi. Per andare in prigione, infatti, basta essere innocenti. La criminalizzazione e la distruzione del maschio ha qui raggiunto il suo punto culminante. La legge contro la “violenza di genere”, presentata come un poderoso strumento di repressione della prepotenza machista, è stata promulgata dal Parlamento spagnolo alla fine del 2004 ed è entrata in vigore nel giugno del 2005. Fu curiosamente votata all'unanimità come accade normalmente negli stati totalitari. Per poterla approvare era stata lanciata una grande campagna propagandistica per convincere i votanti che il loro paese, uno tra i più sicuri d'Europa per le donne,[1] fosse sconvolto dalla violenza maschile.

Sulla scia delle raccomandazioni del CEDAW, lo scopo dichiarato della legge (art. 1) è quello di agire contro la violenza strutturale che gli uomini eserciterebbero sulle compagne o ex. Il punto di partenza è dunque l'assunto dogmatico del movimento femminista radicale: “Tutte le donne sono, senza eccezioni, sottomesse al dominio maschile”.

La violenza domestica era già punita severamente dal codice spagnolo prima del 2004. Le pene per gli abusi commessi in ambito familiare erano state infatti incrementate nel 2003. La norma però aveva il “difetto” di punire il coniuge maltrattatore a prescindere dal suo sesso. Proteggeva, infatti, tutti i membri della famiglia compresi i minori e gli ascendenti con misure molto severe. Ma proprio perché non colpevolizzava aprioristicamente l'uomo andava gettata nella spazzatura della storia, senza nemmeno darle il tempo di mostrare la sua efficacia.

La legge del 2004 non ha precedenti nei paesi democratici, perché elimina la presunzione di innocenza, in barba all'articolo 14 della Costituzione, e introduce una fattispecie di reato di cui solo i maschi possono essere colpevoli. Qualunque forma di violenza, piccola o grande, di un uomo verso la sua compagna non necessita più di indagini. La causa è sempre nota a priori, impressa a fuoco nelle righe della stessa legge: il machismo. Ogni altra causa è esclusa a priori. Per capire l'assurdità di tali premesse possiamo fare un paragone con le norme anti-razzismo. Per dimostrare che si è trattato di violenza razzista bisogna sempre indagare e verificare che la causa sia proprio il razzismo, non basta che l'aggressore sia bianco o giallo e la vittima nera o rossa. Per la legge spagnola invece queste sono tutte sottigliezze inutili.

La Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (1948, articolo 11: «La persona accusata di un delitto ha diritto alla presunzione di innocenza se non è stata provata la sua colpevolezza») è gettata alle ortiche. La donna è per definizione inetta, debole, incapace di difendersi. La casistica dei comportamenti maschili considerati “maltrattamento” è estesa in modo iperbolico: sollevare la voce o rompere un piatto può costare molto caro. In buona sostanza l'onere della prova è invertito: non è il giudice che deve dimostrare la colpevolezza dell'accusato ma è quest'ultimo a dover provare la propria innocenza. Basta una denuncia da parte di una moglie o una fidanzata o una ex e la polizia, seguendo un protocollo ministeriale che ricorda quelli seguiti dai nazisti per perseguitare gli ebrei, irrompe nelle case o nel luogo di lavoro e arresta l'accusato senza nemmeno ascoltarlo. Quest’ultimo è ammanettato e tenuto in carcere sino a quando un giudice non lo interroga. Le forze dell'ordine, anche se dubitano fortemente della sincerità della denunciante, procedono comunque all'arresto perché preventivamente avvisate dai collettivi femministi: «Se succede qualcosa alla donna la responsabilità ricadrà interamente su di voi!». Se poi il malcapitato, per la smania di uscire di prigione o perché mal consigliato dall'avvocato d'ufficio, firma una Sentencia de Conformidad, finisce per ammettere la colpa e viene etichettato per sempre come “criminale di genere”.

La giudice decana di Barcellona Maria Sanhauja, in un'intervista al quotidiano La Razon del 2006, trovò il coraggio di criticare pubblicamente la legge: «Se ogni anno vengono inoltrate oltre 140 mila denunce, ma di queste solo 8 o 10 mila finiscono con una condanna, che ne è di tutte le altre?» Queste ultime erano logicamente terminate con l'archiviazione o l'assoluzione. Una miriade di uomini innocenti erano stati, dunque, ingiustamente incarcerati.

La stessa giudice,[2] aveva anche affermato che la legge sulla violenza di genere ha provocato una disgustosa violazione dei diritti: «Non può esistere alcun crimine che porti alla detenzione di massa di migliaia di uomini, con scarse prove», ma l'applicazione della Ley Organica porta a realizzare questa situazione «da regimi totalitari». Per la giudice il problema della violenza, con tutta la serietà che comporta, «è stato portato a un punto di follia» che ha generato un uso abusivo della legge, la distruzione delle prove e l'assenza della presunzione di innocenza.

La Sanhauja aveva anche osservato che una condanna ingiusta può generare conseguenze tremende. Un uomo che si vede strumentalmente accusato, cacciato di casa, stigmatizzato come maltrattatore, costretto a pagare un mantenimento, può cadere in una spirale di autodistruzione che gli fa perdere il controllo delle sue azioni spingendolo a uccidere la sua aguzzina o sé stesso.

Come in un ormai lontano passato è stata riesumata nella legge una discriminante sessuale. Basta una semplice denuncia per trasferire la procedura di separazione dal giudice di famiglia (civile) a quello di violenza di genere (penale). Colpevole o innocente l’accusato viene tosto arrestato sino a un massimo di tre giorni, espulso dal domicilio familiare e allontanato dai figli. L’annientamento dell'imputato è dunque implicito nello spirito della legge. Sino alla fine del processo egli non può chiedere la custodia condivisa o ricevere un qualunque sussidio dallo stato. Tutto nel generale silenzio dei media.

Il codice penale spagnolo, modificato in virtù della Ley Organica del 2004, riporta in Europa forme di discriminazione che lasciano ammutoliti. Fa carne di porco del principio di uguaglianza stabilito dall'articolo 14 della Costituzione spagnola. Lo stesso comportamento, ad esempio le minacce (art. 171.4 CP), è considerato un delitto per l'uomo, e quindi punibile col carcere da sei mesi a un anno, e una semplice infrazione per la donna, punibile con una multa. La pena prevista per lesioni personali (artt. 147 e 148 CP) va da due a cinque anni di reclusione se l'autore è l'uomo; se è la donna va da sei mesi, abbassati a tre a partire dal 2015,[3] a tre anni. Anche per il maltrattamento occasionale l'uomo è punito più severamente con una pena minima di sei mesi contro i tre previsti per la donna (art. 153.2 CP).

Per i musulmani malikiti e gli hanbaliti la vita di un dhimmi, di un non musulmano, vale la metà di quella di un musulmano. I maschi sono i dhimmi spagnoli.

Anche una banale discussione via WhatsApp tra fidanzati può avere conseguenze penali. Un uomo di cui i quotidiani hanno omesso le generalità aveva concluso un battibecco con la sua compagna scrivendole “vete a la mierda”, che significa grosso modo “vai a cagare”. Lei gli aveva restituito pan per focaccia inviandogli l’icona di una cacca. Una frase maleducata è considerata un “delitto di insulti o vessazioni familiari”. Lo prevede l'articolo 173.4 del Codice Penale. Nel giugno del 2016 l’uomo è stato trattenuto in carcere per sette ore, cacciato di casa per cinque giorni con un ordine di allontanamento e condannato al pagamento delle spese processuali dal tribunale n.1 di Granada della violenza contro le donne.[4]

La Ley Organica prevede per di più la promozione di misure educative per ogni ordine di scuola (art.4) al fine di prevenire il machismo (attraverso una formazione ideologizzata degli insegnanti), l'inserimento coatto nei programmi scolastici della glorificazione del movimento femminista nonché l'obbligo per le università di promuovere in tutte le aree accademiche il dogma dell'uguaglianza di genere.

Si narra che Dionigi di Siracusa avesse l’abitudine di appendere le tavole delle leggi così in alto da impedirne la lettura. Il governo Zapatero ne ha seguito l’esempio. Per precludere agli spagnoli la comprensione delle perverse logiche della Ley Organica ne ha celato gli aspetti più torbidi, esibendola come il necessario toccasana per far cessare le violenze. La gente comune, ingannata da una stampa in gran parte favorevole al regime, ha continuato a ignorare per anni le lesioni del diritto implicite nel provvedimento.

Zapatero, il primo leader politico al mondo a dirsi femminista, ha dichiarato nel luglio 2018 che «la storia dell'umanità» non è «lo sfruttamento dell'uomo da parte dell'uomo», come sosteneva Karl Marx, ma «lo sfruttamento delle donne da parte degli uomini».[5] Per lui, a quanto sembra, i raccoglitori di pomodori, i taglialegna e i lavapiatti sono tutti degli sfruttatori. Anche le ottocentesche proprietarie americane di schiavi sarebbero vittime e i loro schiavi gli aguzzini.

Una volta accettata la fine della lotta di classe, per poter ricavare uno spazio politico su cui continuare a lucrare, la nuova sinistra ha voluto cavalcare la tigre della guerra dei sessi. La politica è da tempo una fonte di reddito e la sopravvivenza di un partito, con tutti i conseguenti vantaggi per i suoi accoliti, è un obiettivo cruciale. Scomparsi i proletari bisognava trovare un gruppo sostitutivo da difendere. Essendo le elettrici maggioranza rispetto agli elettori, lusingare le donne e promettere loro più potere era un modo astuto per aumentare i consensi. Per un vantaggio elettorale si può anche spaccare l'umanità in due.

 

Lo stato incentiva le false denunce

La Ley Organica prevede per la donna che ha sporto denuncia l'assistenza giuridica gratuita, un sussidio di oltre quattrocento euro mensili (rinnovabili con una seconda denuncia), un eventuale alloggio pagato con soldi pubblici, il diritto di precedenza sulle offerte di lavoro, l'iscrizione gratuita all'università e altre agevolazioni. L'assegno elargito non deve essere restituito in caso di assoluzione dell'accusato. Tutti questi vantaggi valgono anche per le donne straniere.[1] La straniera irregolare che denuncia “violenza di genere” ottiene anche il permesso di soggiorno. Così nel 2012 alcuni membri di un'organizzazione criminale hanno organizzato finte relazioni con donne marocchine che presentavano delle finte denunce per ottenere la regolarizzazione e la sovvenzione di 400 euro.[2]

I medici possono individuare le vittime di ipotetiche violenze anche in presenza di una risoluta smentita delle stesse. L'8 ottobre 2012 Maria Luisa, una donna di 52 anni che abita a Castellòn nella Spagna orientale, incespica mentre cammina nel suo giardino. Nella caduta ha la sventura di urtare il viso su una statuetta decorativa e disgraziatamente si spezza due denti. Il marito le presta le prime cure ma, dato che il sangue non smette di sgorgare copioso, decide di accompagnarla d'urgenza al pronto soccorso. Mentre si accinge a salire in auto Maria Luisa perde i sensi e cade nuovamente procurandosi dei piccoli lividi sul viso. Si risveglia durante il tragitto e apprende dal marito l'accaduto. Il medico che la visita non crede al suo racconto e contatta le forze dell'ordine. Dopo 15 o 20 minuti giungono quattro agenti che, senza nemmeno prendersi il disturbo di interrogare la donna, arrestano il marito. Senza alcuna indagine, come in un grottesco processo kafkiano, per il consorte scatta un decreto di allontanamento dalla casa di famiglia. Malgrado le sue disperate proteste, Maria Luisa è dichiarata vittima di un uomo che lei ama molto e che non le ha mai torto un capello; l’unico ad occuparsi del suo stato di ansia patologica. Il marito è costretto a trasferirsi nell'abitazione di un fratello, ma continua a tenere quotidiani contatti telefonici con la moglie. Violando la legge i due si incontrano in segreto. Se qualcuno li scoprisse lui finirebbe in carcere. I desideri e gli affanni della coppia non contano. Conta aver punito un altro “abusatore” che viene iscritto nei registri ufficiali della statistica per dimostrare l'efficienza della giustizia spagnola.[3]

Quando una donna spagnola ha intenzione di divorziare sa che se denuncia una “violenza di genere” otterrà istantaneamente l'allontanamento del compagno, la casa, la custodia dei figli e un assegno mensile. Si capisce che per molte tutto questo costituisce una tentazione molto forte. Se la donna non ha remore nel criminalizzare il padre dei suoi figli, se desidera assaporare il gusto della vendetta con tutti i copiosi benefici, non deve far altro che sporgere una denuncia falsa. La sua parola basta come prova.

Il 24 luglio 2010 una bimba chiamò la polizia perché sua madre stava cercando di soffocare con un cuscino suo padre, un uomo affetto da distrofia muscolare che necessitava di strumenti medici per sopravvivere. L’uomo aveva già in passato denunciato la moglie, ma aveva poi ritrattato tutto. La donna disse di aver agito così perché non poteva più sopportare la situazione. Giustificata e rimessa in libertà, poté mantenere anche l'affidamento della figlia. Un'altra donna di Tenerife era riuscita a ottenere l'espulsione dall'abitazione familiare del marito tetraplegico, denunciando che lui l'aveva minacciata. Quest'ultima era stata più astuta della prima, giacché aveva eliminato lo sgradevole marito senza cercare di assassinarlo. Le era bastato usare il potere garantitole dalla Ley Organica.[4]

Si punisce qualcuno in ragione del suo sesso, lo si qualifica a priori come oppressore o aggressore anche se non ha mai dato mostra di una condotta “machista”. La legge non distingue le situazioni di autentica e ripetuta vessazione, che ovviamente esistono, dalle banali liti che scoppiano, prima o poi, all’interno di ogni coppia. Un marito e una moglie che si trovano in fase di separazione tendono a litigare perché in disaccordo su chi debba prendere un computer o un televisore o per altri motivi, e spesso finiscono per insultarsi reciprocamente. Per la legge ogni indagine è inutile; il colpevole è noto a priori ed ha sempre sesso maschile. Il 26 dicembre 2018 nel corso di un litigio familiare avvenuto nella città di Ocaña un uomo è stato pugnalato a una spalla dalla moglie. La Guardia Civil è intervenuta e lo ha arrestato. La donna invece è stata lasciata in libertà.[5] L'avvocato Miguel A. Valverde ha raccontato[6] di un caso in cui mentre due ragazzi di 18 anni si stavano scazzottando, una ragazza di 17, fidanzata di uno dei due ed ex dell'altro, è intervenuta nella rissa per difendere il fidanzato. Il solo ex fidanzato è stato punito come un delinquente, mentre gli altri due, anche se autori delle stesse identiche azioni, sono stati semplicemente rimproverati.

Postulare una pretesa situazione di superiorità di cui l’uomo godrebbe e abuserebbe determina eo ipso la violazione della presunzione d’innocenza. La legge sembra valere come un atto di riparazione o di compensazione collettiva per le discriminazioni subite dalle donne di altre epoche. Chi oggi non è discriminato viene risarcito, e chi non ha discriminato viene punito. Il diritto moderno è stato assassinato e si è tornati a forme giuridiche anacronistiche, simili a quelle dell'antica Roma, quando a parità di colpa la pena variava in relazione alla condizione giuridica dell’accusato.

Secondo l'opinione delle persone più qualificate, la legge è chiaramente incostituzionale. María Poza, magistrata del Tribunale provinciale di Murcia, ha sollevato due obiezioni al Tribunale Costituzionale spagnolo per la grave discriminazione tra i sessi e la sospensione della presunzione di innocenza.[7] Per la magistrata l'introduzione di un diverso criterio di giudizio a seconda del sesso è un «costo inaccettabile» per i valori costituzionali. Per perseguire severamente l'abuso familiare sarebbe stato sufficiente aggravare le pene per qualunque soggetto maltrattante senza penalizzare i soli maschi. Può esserci dominio anche tra padre e figlia, tra padre e figlio, tra madre e figlia, tra madre e figlio ecc. Se gli uomini fossero risultati i maggiori perpetratori di abusi sarebbero stati puniti in proporzione. Tuttavia la Corte Costituzionale, in diverse sentenze tra il 2008 e il 2010, ha confermato la costituzionalità della Ley Organica, pur con il voto contrario di alcuni giudici. La sentenza del 2008 fu approvata di stretta misura con 7 voti contro 5.[8] La decisione si spiega col fatto che dieci membri della Corte su 12 sono nominati dagli organi politici. Se fosse stato politicamente utile probabilmente questi magistrati avrebbero anche affermato che due più due non fa quattro.

Al 31 ottobre 2008, dopo poco più di tre anni dalla sua entrata in vigore, la Ley Organica era causa del 10% delle reclusioni e a metà del 2011 del 12,4%.[9]

In un articolo pubblicato dal quotidiano El Pais il 22 dicembre 2008 la giudice María Sanahuja aveva denunciato come qualcosa di tremendo la vocazione della legge a un utilizzo fraudolento. La magistrata indicava come un chiaro segno di fallimento il fatto che il numero delle donne uccise non fosse diminuito per nulla dopo l'entrata in vigore della legge e biasimava l'uso del codice penale da parte di molte donne per ottenere migliori condizioni in fase di separazione. Stigmatizzava inoltre la pressione intimidente dei media sui magistrati che, per tema di essere accusati di inadempienza, si sentivano costretti ad ordinare corrivamente arresti e allontanamenti e ad aumentare pesantemente le pene in un quasi completo oblio del coordinamento con i professionisti della sanità e dei servizi sociali.[10]

Dalla sua entrata in vigore sino al giugno 2009 si erano accumulate in Spagna più di 600 mila denunce per violenza di genere e di queste, secondo uno studio compiuto dal magistrato Francisco Serrano, solo il 14% corrispondevano ad autentici maltrattamenti.[11] Nel 2006 il ministro della giustizia Juan Fernando López Aguilar, uno dei principali fautori della Ley Organica, aveva dichiarato con freddo cinismo, alla luce degli evidenti abusi permessi dalla legge, che le false accuse costituivano un costo accettabile. Qualche anno più tardi tuttavia egli stesso, come per contrappasso, fu accusato dalla ex moglie di percosse e violenza nel corso della causa di divorzio.[12]

Le false denunce hanno colpito anche alcuni uomini italiani. Nel 2018 è giunta alla fine una lunga vicenda legale che ha visto Francesco Arcuri contrapposto alla compagna Juana Rivas. Come in moltissimi altri casi, la totale assenza di prove ha permesso l'assoluzione dell'uomo.[13]

In Spagna è avvenuto qualcosa di terribile: la privazione ingiusta e arbitraria della libertà di un enorme numero di uomini. Una gravissima lesione dei più fondamentali diritti. Ma le orecchie dei più sono state rese sorde dalla potente macchina persuasiva del governo. È stato individuato un terrorista interno: il maschio eterosessuale. La legge non vale infatti per le coppie dello stesso sesso che in Spagna possono sposarsi.

La Ley Organica prevede anche la creazione di tribunali speciali e grasse sovvenzioni per le associazioni femministe. Come ha sottolineato Diego de Los Santos, medico e fondatore del Partido Andalucista, i Tribunali della violenza di genere (Juzgados de Violencia de Genero), chiamati anche Tribunali della violenza contro le donne, sono gli unici al mondo che giudicano solo uomini. Quindi dovremmo chiamarli “Tribunali sessisti anti-uomo”. La loro funzione sembra essere quella di ferire, di soddisfare le «aspirazioni illegittime e segregazioniste del femminismo radicale».[14] Secondo il giudice Francisco Serrano, i Tribunali della violenza di genere assomigliano a quelli di Guantánamo creati da George Bush. Anche a Guantánamo le persone sono state recluse arbitrariamente prima che fossero restituite ai paesi di origine perché innocenti. Intanto però la loro vita era stata rovinata. Nel 2006 come ha ricordato lo stesso giudice «ci sono stati 3.200 suicidi in Spagna, di cui 2.400 erano uomini».[15] Non sappiamo quanti si siano uccisi a causa delle false accuse, perché queste informazioni sono deliberatamente occultate.

Il regime si guarda bene dal divulgare i motivi che spingono gli spagnoli a togliersi la vita, ma, secondo cifre ufficiose calcolate da associazioni civili, sarebbero almeno 500 ogni anno quelli causati dalla Ley Organica. L'articolo 143 del Codice Penale spagnolo prevede una pena da quattro a otto anni di carcere per chi induce un altro al suicidio. Quanti anni di carcere meriterebbero gli autori della legge femminista?

L’avvocato Josè Louis Sariego Murillo, esperto in diritto di famiglia, ha raccontato la storia di Chico, uno studente di 19 anni.[16] Chico aveva avuto un flirt con una ragazza di 17 anni che faceva parte del suo gruppo di amici. Poi si era innamorato di un’altra e l’aveva lasciata. La 17enne lo aveva quindi denunciato per violenza di genere. Così il ragazzo, senza uno straccio di prova, fu messo in carcere e lì fu violentato. Caduto in una profonda depressione si era quindi impiccato. Dalla successiva lettura degli sms si scoprì poi che la ragazza aveva voluto semplicemente vendicarsi.

In Spagna gli uomini suicidi superano i morti per incidente stradale e il governo, che organizza continue campagne di prevenzione contro gli incidenti stradali, non fa nulla per prevenire i suicidi.[17]

I casi di autentica violenza che sono giunti a condanna in virtù della Ley Organica, secondo un calcolo reso pubblico nel 2009 dal Consiglio Generale del Potere Giudiziario (CGPJ), l'organo di governo della magistratura, erano soltanto lo 0,4% del totale delle denunce. Per il senso comune maltrattare significa commettere violenza fisica e infatti nella propaganda governativa la donna maltrattata è sempre mostrata con lesioni, occhi neri e viso straziato. Tuttavia i condannati per lesioni alla fine del 2009 erano meno di 600 in tutta la Spagna.[18] Le altre condanne riguardavano forme di maltrattamento molto più blande. Una valanga di banali dispute all'interno delle coppie si era tramutata in altrettante denunce tanto da collassare i tribunali. I numeri così inflazionati potevano giustificare la feroce campagna di misandria che aveva preceduto l'entrata in vigore della legge.



[1] Nel 2012 la Guardia Civil ha scoperto una rete di persone che organizzavano false denunce per maltrattamenti col fine di ottenere la residenza e un assegno di 400 euro mensili a donne marocchine che aspiravano a ottenere la cittadinanza spagnola.

[2] https://www.guardiacivil.es/va/prensa/historico_prensa/4220.html

[3] Francisco J. Lario, La Celda de los inocentes, Editorial Círculo Rojo, 2016, § 2 Testimonios, 2.

[4] Serrano, p.97.

[5] https://www.actuall.com/familia/apunalado-por-su-mujer-es-detenido-como-agresor-de-genero-ella-investigada-por-lesiones/

[6] L'evento è raccontato in: Rubio, cap.18.

[7] Rafael Méndez, “Una juez lleva la ley de violencia sexista al Constitucional por discriminar al hombre”, El Pais, 16 agosto 2005.

[8] https://elpais.com/diario/2008/05/31/opinion/1212184805_850215.html

[9] Gayo, Alberto, y Pascual, Maria (2008), La cara del asesino, interviù, 28 novembre 2008. Cit. in: de Los Santos, p.28.

[10] María Sanahuja, “Las denuncias falsas”, El Pais, 22 dicembre 2008.

https://elpais.com/diario/2008/12/22/opinion/1229900405_850215.html

[11] “El juez Serrano compara la ley contra el maltrato con la base de Guantánamo”, El Correo de Andalucía, 9 febbraio 2009. https://elcorreoweb.es/historico/el-juez-serrano-compara-la-ley-contra-el-maltrato-con-la-base-de-guantanamo-ABEC162615

[12] Francesco Olivo, “Spagna, il 'padre' della legge contro la violenza di genere accusato di maltrattamenti sulla moglie”, La Stampa, 7 aprile 2015.

[13] Francesco Arcuri nel 2009 conviveva in Spagna con Juana Rivas da cui aveva avuto un figlio nel 2005. Una notte la donna, secondo il racconto di Arcuri, era rientrata a casa ubriaca alle 5 del mattino. Ne era nato un alterco che si era concluso in reciproche accuse di violenza domestica. Come previsto dalla legge spagnola l'uomo fu arrestato e indotto ad accettare una Sentencia por Conformidad che lo condannava a tre mesi di prigione e a un anno e tre mesi di allontanamento dalla famiglia. Prima della fine dei tempi stabiliti dalla sentenza, i due erano tornati a convivere e si erano trasferiti nell'isola di San Pietro dove Arcuri gestiva un bed and breakfast. Intanto era nato un secondo figlio. Il rapporto iniziò nuovamente a guastarsi dopo qualche anno e nel maggio del 2016 Rivas si recò in Spagna con i due bambini con l'impegno di riportarli dopo un mese e mezzo. Sporse invece una denuncia per violenza di genere e chiese l'affidamento esclusivo dei bimbi. Per i media spagnoli era una madre eroica che stava lottando per tenere i due figli lontani dal padre-mostro. «Siamo tutti Juana Rivas» iniziarono ad urlare le femministe nei cortei. La lunga battaglia legale però non si è conclusa come speravano. Nell'agosto del 2017 Rivas è stata costretta a restituire i bambini al padre. Il giudice non le aveva creduto per la totale mancanza di riscontri e l'aveva giudicata colpevole di aver strumentalizzato la tesi dell’abuso per mantenere la custodia dei figli. Nel luglio 2018 è arrivata la sentenza del tribunale di Granada che la condannava a cinque anni di carcere per sottrazione di minori e le imponeva di pagare un risarcimento di 30 mila euro all’ex partner, oltre alle spese legali. Nel marzo del 2019 il tribunale di Cagliari ha archiviato le otto denunce presentate dalla donna e ha affidato la custodia esclusiva dei bimbi al padre, concedendo alla madre di vederli durante le vacanze estive. I giudici hanno dichiarato che «la donna ha “una grande capacità manipolativa nel rapporto con i minori” e che “giustifica” il proprio comportamento come vittima della violenza di genere». 

[14] De los Santos, p.118.

[15] https://elcorreoweb.es/historico/el-juez-serrano-critica-que-las-denuncias-falsas-por-maltrato-estan-provocando-un-genocidio-entre-los-hombres-CGEC227599

[16] Josè Louis Sariego Murillo, Derechos Humanos tras las Cifras, in: de Los Santos, pp. 221-222.

[17] Diego Molpeceres, Las cifras de las que nadie habla: el suicidio mata el doble que los accidentes de tráfico, vozpopuli, 9 settembre 2019.

[18] De Los Santos, p.91.




[1] Tra il 2000 e il 2006, in Spagna, il tasso di femminicidi in famiglia era di 4 per milione di donne, inferiore a quello nella maggior parte dei paesi del Nord Europa, al di sotto della Finlandia (10) o della Norvegia (6). Nello stesso periodo morivano tre donne per milione di donne per mano dei loro partner o ex-partner mentre la media europea era cinque e nel continente americano otto. Vedi: III INFORME INTERNACIONAL, Violencia contra la mujer en las relaciones de pareja, ESTADÍSTICAS Y LEGISLACIÓN, 2010.

 

[2] https://hombresmaltratados.es/maria-sanahuja-hemos-causado-un-gran-dolor-a-un-monton-de-hombres/

[3] Art. 147 riformato dal n. 81 dell’articolo unico della L.O. 1/2015.

[5] https://www.eldiario.es/sociedad/Zapatero-Marx-Historia-humanidad-explotacion_0_793370921.html

 

Tratto da: Bruno Etzi, Femminismo da non credere, Ed. Susil, pp.180- 188.